INTERVENTO DEL SINDACO DI CREMONA ANDREA VIRGILIO IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA REPUBBLICA
Cremona, 2 giugno 2025
Cari concittadini, autorità civili, religiose e militari,
A cosa serve una Costituzione? Quali sono le motivazioni che inducono gli esseri umani che si riconoscono in una comunità a darsi una Costituzione? Sono motivi profondi, sono il frutto di traumi, di ferite, l’esito di un rifiuto di ciò che accadeva prima. E’ una comunità che vuole vivere, anzi rivivere, ritornare protagonista, una comunità che riflette, lo fa insieme ed esprime il bisogno di un nuovo assetto di valori e di princìpi.
E in genere le Costituzioni sono un po’ questo: sono figlie di un ripudio di un passato che non si vuole più, e sono figlie di un disegno di futuro.
La nostra Repubblica e la nostra Costituzione prendono forma contro un regime autoritario che aveva cancellato il pluralismo politico, la libertà del dissenso, e che aveva dato rilievo più allo Stato che ai cittadini; e lo Stato era sempre li, incombente, sopra tutto, sopra le persone, sopra le imprese, sopra i lavoratori, sopra la cultura, dentro alla vita delle persone, fino a intaccarne l’intimità. Il fascismo era questo: oppressione e occupazione.
E quando arrivano i nostri costituenti nel rovesciare questo principio ne affermano uno che è insieme semplice e straordinario: non è lo Stato che crea i diritti e neanche i doveri, non è lo Stato che concede i diritti, lo Stato riconosce i diritti, la nostra Costituzione non proibisce. I verbi più utilizzati dalla Carta Costituzionale sono “riconoscere”, “promuovere”: la Repubblica riconosce che veniamo prima noi, prima la persona e poi lo Stato.
Ma c’è un’altra parola altrettanto bella, la parola dignità. E questa parola la dobbiamo alle vittime dei totalitarismi, della Shoah, a quelle delle leggi razziali del ’38, emanate con un decreto il cui primo articolo diceva che gli studenti di razza ebraica sono esclusi dalle scuole: la prima esclusione riguardava i bambini. Da un giorno all’altro dei bambini persero non solo l’istruzione, ma anche i loro amici, i loro maestri e persero soprattutto la sensazione di appartenere a una comunità.
E invece “la scuola è per la Repubblica il modo in cui lo Stato si fa padre dei figli poveri”, disse Calamandrei. La Repubblica italiana è fondata sui bambini, sulla loro educazione, sul loro futuro, sulla loro pari dignità a prescindere dalla loro origine familiare. E questo apre porte, apre a nuovi riconoscimenti, apre a nuovi pronunciamenti della Corte Costituzionale.
Apre le porte a una nazione per via della cultura, una nazione non unita dalla lingua, dall’etnia, dalla bandiera, una nazione che mette il paesaggio, il patrimonio, la cultura, come fondamento di un'unità nazionale. E’ questa la nostra originalità unica nel mondo, il solo articolo dei nostri princìpi costituzionali che utilizza la parola nazione è l’articolo 9: l’Italia come collante identitario delle sue comunità ha il patrimonio storico artistico, ha lo sviluppo della cultura, la ricerca scientifica e tecnica, cose che non sono distinte tra loro ma sono la carne e la pelle della nazione e dei nostri territori, la forma fisica ma anche forma etica, forma morale, che sostiene anche città come Cremona quando abbracciamo la sfida di tenere insieme giovani, formazione, imprese, università, patrimonio, relazioni, cultura, ricerca come grande collante identitario.
La Repubblica è fondata sulla parità di genere che non possiamo semplicemente accogliere, perché presuppone che il maschile sia capace di ricostruire i propri codici di onnipotenza; perché accanto a ogni diritto c’è un lavoro culturale, non solo la costruzione di un sentimento agile, ma una provocazione verso la costruzione del cambiamento.
Ma c’è un’ultima cosa che ci insegna la nostra Repubblica: il rispetto reciproco. Lo abbiamo visto durante la discussione dei costituenti, quando i grandi padri intervenivano lo facevano senza microfono e l’aula cadeva nel silenzio per ascoltare le parole dell’altro. La civiltà è fatta di dialogo, di ascolto, di un necessario riconoscimento dell’altro. Oggi più che mai, dentro alla solitudine, dentro all’individualismo digitale che ci libera da questo vincolo di riconoscere l’altro.
E noi abbiamo il compito di fare atterrare tutto questo nei nostri luoghi di vita, farlo con lo stesso coraggio e la stessa leggerezza dei paracadutisti che oggi si sono esibiti, consapevoli che in questa piazza, ma soprattutto oltre, ci sono tanti diritti e doveri già riconosciuti ma non ancora praticati e anche nuovi diritti e nuovi doveri ancora da realizzare.
Viva la Repubblica viva la nostra Costituzione.


