Sabato, 18 agosto 2018 - ore 13.59

L’ECO Ernesta Bittanti: intellettuale antifascista Riflessioni sul convegno di Cremona

Tale è stato il tema attorno a cui, per iniziativa dell’A.N.P.I. e col patrocinio del Comune, Cremona ha voluto impegnare un pregevole approfondimento attorno ad una personalità che, sia pure per un circoscritto lasso di tempo, visse qui

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A voler essere precisi non si tratterebbe di un primo approccio alla memoria di una figura così significativa della vita culturale, politica e sociale nazionale. In quanto, come ben si ricorderà, la testimonianza di Ernestina Bittanti venne associata, nel luglio dello scorso anno, alla rievocazione, organizzata a cura dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, di Cesare Battisti in occasione del Centenario del sacrificio. Proprio nel palazzo di Via Beltrami (sorto come sede della Camera di Commercio e come destinazione abitativa) dove si trasferì insieme al padre, destinato a ricoprire il ruolo di Preside del Liceo-Ginnasio Daniele Manin. Nell’autunno dello stesso anno, nella sala Puerari della Biblioteca Statale, l’anniversario avrebbe offerto un’ulteriore occasione di rievocazione ed approfondimento, in partneship con la Fondazione Museo Storico del trentino. Il cui direttore Giuseppe Ferrandi aveva fornito un contributo significativo, sul piano storico e divulgativo, sulle figure del martire irredentista trentino e della consorte, che da quel 16 luglio 1916 sarebbe diventata custode della memoria.

Diamo in apertura conto di un evento, che, in aggiunta ad un rilevante contributo di approfondimento e riflessione storica, apre prospettive, come hanno assicurato il presidente Corada ed il direttore Ferrandi, di prosieguo della collaborazione sul piano dell’approfndimento tra Trento e Cremona.

Dell’intervento del Prof. Corada daremo dettagliato conto nei prossimi giorni quando ci giungerà il testo completo.

Di quell’intervento di apertura del coordinatore del dibattito, Fulvio Stumpo redattore del quotidiano La Provincia, facciamo esplicita menzione subito. Perché, in qualche misura, le sue riflessioni, ben presenti nelle criticità attuali, interrogano la coscienza di molti. E si sono intrecciate con il filo conduttore e la finalizzazione della bella conferenza (che forse avrebbe meritato maggiori partecipazione e diffusione). Un filo conduttore che attiene alla permanenza dell’attualità di tutto quanto ha rappresentato l’excursus del personaggio posto sotto i riflettori di una discussione di qualità, che raramente capita di incrociare di questi tempi. Stumpo, con un evidente rimando al biasimevole episodio rappresentato dalla reiterazione di becero antisemitismo negli stadi, ha innanzitutto osservato che l’attuale società si arrende ed abdica alla propria funzione nella filiera educativa. Ne sono prova non tanto gli incontenibili episodi rivelatori del cedimento dei fondamentali dell’etica e delle basi identitarie, quanto la banale parificazione, quasi si compensassero e reciprocamente giustificassero, dei rigurgiti razzisti, manifestamente dilaganti a qualsiasi livello ed ambito, ad altre certamente non edificanti prove della storia. Ma, in sé, non congruenti a dare legittimazione alla deriva dell’imbarbarimento, in atto. Stumpo ha osservato che la scuola deve riprendere, in piena collaborazione con le famiglie, il proprio fondamentale compito educativo. Iniziative di studio come questo convegno non sortiranno alcun fecondo effetto di inversione di tendenza se la società nel suo insieme non si renderà conto della gravità del contesto e se non metterà in atto le conseguenti misure.

Dello stesso tenore l’intervento di saluto del Sindaco Galimberti che ha rilevato come le drammatiche criticità del ‘900 sono state superate grazie a grandi testimonianze, come quelle del Convegno organizzato dall’ANPI.

Chiudiamo i doverosi sintetici riferimenti di cronaca, riportando qui la notizia che gli atti del convegno saranno pubblicati quanto prima.

Tornando al nocciolo della Conferenza, andrebbe preliminarmente osservato e successivamente ribadito che anche se la storia ha cucito addosso alla vedova Battisti il ruolo prevalente di custode della memoria, sarebbe riduttivo confinarne il profilo esclusivamente in tale dimensione.

Lo ha dimostrato il Convegno svoltosi nel Salone dei Quadri del Municipio, che ha posto sotto il riflettore, nel contesto più ampio di una personalità ricca e variegata, la sua appartenenza a pieno titolo all’antifascismo.

Una condizione, questa non facile, sol se si pensi alla pressione esercitata sia dalla circostanza che il capo del fascismo aveva collaborato (da socialista) alle testate fondate nel trentino da Battisti e Bittanti sia dal perseverante tentativo del regime di far coincidere la testimonianza di Battisti, dettata da ideali patriottici e non da richiami nazionalistici, con la convenienza propagandistica, come ha sottolineato la ricercatrice universitaria Primerano (autrice del saggio Ernesta Bittanti e le leggi razziali del 1938), di individuare nell’eroe trentino un protomartire del fascismo.

In qualche misura si può sostenere che, se ci fu un innegabile tratto comune rappresentato, da un lato, dalla testimonianza risorgimentale e dalla conseguente appartenenza al campo interventista e, dall’altro, dalla volontà di preservazione del valore del sacrificio (che pure, ha osservato Primerano, potrebbe riverberare qualche ombra sulla sua figura), i punti di contatto tra la determinata volontà di Ernestina (come la chiamò Gaetano Salvemini) di gestire la memoria di Cesare Battisti (che, come si è visto, Mussolini, a cominciare dal 1922, intendeva invece incanalare ad una sorta di Pantheon dei profeti anticipatori di una dottrina politica, avviata ben presto a diventare un regime autoritario e tirannico) cominciano e finiscono qui.

Su tale aspetto, che quanto meno avrebbe dovuto costituire il focus esclusivo del convegno storico, l’autrice del citato saggio in fase di pubblicazione è stata categorica. A principiare dal rimando agli intercorsi epistolari risalenti al dicembre 1922. Iniziati dal telegramma con cui il Duce manifestò la volontà di fare di un solo boccone il martirio dell’irredentista trentino e della vedova. Che Ernestina riscontrò in forma gentile ma dai toni sostanzialmente fermi di rifiuto.

D’altro lato, sempre seguendo il filo dell’intervento di Primerano, la vedova Battisti rese incompatibile la sua mission di custode della memoria ed eventuali incroci col fascismo, testimoniando tale inconciliabilità con generali visioni etiche e politiche e con opzioni, tematiche e dal forte impatto simbolico. In materia di irrinunciabili prerogative liberaldemocratiche, di giustizia sociale, di contrasto dichiarato alle montanti pulsioni antiebraiche, sfociate nell’adozione delle leggi razziali del 1938.

Non poteva essere che così; per coerenza, per convinzione e per il portato delle sue consolidate frequentazioni nella comunità, nazionale ed europea. Che, come si sa, sarebbe entrata ben presto nel cono della tragedia a venire, scandita dalla presa del potere del nazional-socialismo, dall’assoggettamento servile più che compiacente da parte del fascismo, dall’innesco dei meccanismi distruttivi del conflitto mondiale.

Il capitolo della testimonianza contro le leggi antisemite è stato sviluppato ampiamente anche dal prof. Diego Quaglioni dell’università di Trento, che, stimolato dalle riflessioni sui rigurgiti della temperie attuale, ha esordito sostenendo di non aver mai creduto alla scomparsa dal quadrante delle contemporaneità dell’antisemitismo. Ciò implica, per chi come noi intende opporvisi, un compito di resistenza quotidiana. Parlando del rapporto tra Ernesta Bittati e la questione ebraica, il docente trentino ha dichiarato di opporsi alla versione secondo cui la testimonianza della vedova di Cesare Battisti fosse esclusiva conseguenza di una spiccata sensibilità umana. La questione ebraica, infatti, rappresentò sempre per l’Italia una questione nazionale. Cui lo stato liberale aveva dato una decente, per non dire avanzata, sistemazione.  A far tempo dallo Statuto albertino, infatti,  la differenza di culto non avrebbe più costituito pregiudizio per il pieno esercizio delle prerogative di cittadinanza. Rispetto a tale acquisizione le leggi razziali del 1938 costituiranno uno strappo dalle conseguenze drammatiche.

Da tale punto di vista appaiono illuminanti le annotazioni apportate da Ernestina sul diario dedicato alla deriva all’antisemitismo anche in Italia.

Detto particolareggiatamente dei contributi dedicati al profilo antifascista, I due successivi apporti  (del dott. Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo Storico, e del prof. Vincenzo Calì, docente dell’ateneo di Trento) hanno spaziato sulla ricca e complessa personalità di Ernestina. Iniziando, come ha fatto Ferrandi, dalle ascendenze famigliari, che sarebbero state fondamentali nella sua formazione culturale e civile e nei suoi sviluppi esistenziali. Il Direttore della Fondazione del Museo Storico ha ricordato che gli ideali, suscettibili di indirizzare l’intera testimonianza, non potevano, ad esempio, non trarre spunto sia dalla formazione culturale del padre sia dalla circostanza indicativa che lo stesso, a latere dall’insegnamento statale, fu convinto animatore dell’Università Popolare.

D’altro lato, Ernesta Bittanti fu la prima donna italiana ad accedere agli studi universitari ed alla contemporanea frequentazione dei circoli intellettuali più impegnati.

Lì conobbe, tra molti altri, Rodolfo Mondolfo, Gaetano Salvemini ed il cremonese Alfredo Galletti. Con quest’ultimo la consuetudine sarebbe durata praticamente sino al tramonto esistenziale. Di ciò si ricava una traccia (intercettata sorprendentemente dallo scrivente, in occasione di una giovanile lettura presso la biblioteca della Federazione Socialista ad inizio anni 50) dalla comune adesione, a ridosso del 1955, alla costituzione dell’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (tra gli altri: Riccardo Bauer, Pietro Calamandrei, Cesare Musatti, Adriano Olivetti, Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Girgio Spini). Ciò attesta, in aggiunta alla mai venuta meno consuetudine di testimonianza civile, l’indefettibile coerenza coi cardini di un percorso mai venuto meno. Ed ispirato, come ha ricordato Ferrandini, ad acquisizioni culturali e filosofiche, in evidente contrasto con i tempi di allora.

Si può affermare che tali cardini affondino in una formazione tardo ottocentesca. L’adesione al positivismo, al darwinismo, alla visione laica della storia, all’anticlericalismo sarebbe sfociata nel distacco totale non solo dalla religione (alla cui contestazione agisce a colpi di scienza), ma anche a ben più impegnative scelte. Tra cui l’adesione mai revocata al socialismo. Che inizialmente, ha sottolineato Ferrandini, parte da suggestioni umanitarie; ma che, cammin facendo, diventa più strutturata. Fino all’approdo militante, come riflesso delle scelte condivise, come l’intensissima attività pubblicistica, con Cesare Battisti. “Lui (ricorda il nipote) frequentava i dirigenti socialisti italiani, austriaci, ungheresi e francesi, ma il suo era un socialismo non dottrinario, che vedeva in continuità con il Risorgimento; il socialismo era emancipazione dei proletari, delle masse, e allora anche i giornali che faceva parlavano con un linguaggio diretto alla popolazione, al popolo.”

Essa anticipa i tempi su materie, come l’emancipazione femminile, che pur costituendo una pesante questione sociale e civile, stentavano, all’epoca, a trovare una collocazione nella priorità dell’agenda del movimento di lotta.

Bittanti parteciperà intensamente alla denuncia nei confronti dell’involuzione del processo unitario nazionale. Che la corona sabauda avrebbe gestito all’insegna della reazione, come avvenne coi cannoni di Bava Beccaris, antiprogressista ed antisociale.

Da tale punto di vista, registra che il profilo della corona sabauda è più liberticida degli imperi centrali.

Per ultimo (ma non come ultimo) diamo conto dell’intervento di Sara Ferrari, assessore della Provincia Autonoma di Trento per l’università, la ricerca, le pari opportunità, le politiche giovanili, che, per ammissione della stessa, voleva essere (ed è stata) una riflessione politica. Il cui incipit prende le mosse dalla incontrovertibile cifra del personaggio messo in luce dal convegno. Ernesta Bittanti, portatrice di un carisma straordinario, non va recuperata e valorizzata perché “moglie di”. Anzi, si permette chi scrive, se ci si mettesse su questa china, si potrebbe anche azzardare, in considerazione della divisione dei compiti all’interno della coppia (Cesare, nello scambio epistolare, si appellava costantemente al timbro propulsivo di Ernestina), che Battisti fu “marito di”.

Bittanti e Battisti sarebbero stati qualcuno cumulativamente e singolarmente. Perché le loro singole straordinarie personalità seppero assommarsi.

Da assessore alle pari opportunità (conoscendo il trentino e considerando che essa è l’unica quota rosa della giunta Rossi) Ferri, dopo aver richiamato i tratti del contributo di Bittanti all’emancipazione femminile (denuncia della pratica diffusa, per non dire  generalizzata, dei sottostipendi, attraverso la costituzione della Lega per gli interessi femminili) ha posto due conclusioni: come interpretare in chiave moderna la storia di Ernestina Bittanti e come valorizzarne la testimonianza. Soprattutto, ha sottolineato, a Trento.

La coltre, se non proprio dell’oblio, della marginalizzazione potrebbe in qualche misura ascriversi agli effetti di una temperie poco propensa a correlare l’analisi del presente e le visioni del futuro al passato. Diciamolo francamente (come ha ricordato ed ammesso il dott. Emanuele Bettini inesauribile motore della divulgazione della storia risorgimentale) la figura di Ernestina è tornata in emersione occasionalmente. Da un lettera del fondo Battisti si rinvenne la traccia del domicilio cremonese di Via Beltrami. Fu l’occasione fortuita che accese interesse per una così straordinaria personalità. Ma a Trento Ernestina visse larga parte della vita e profuse larga parte del suo impegno civile, culturale e politico. Oltre ad essere “moglie di” (di cui diremo) si espresse in tutto ciò che abbiamo diffusamente richiamato.

Di sicuro il detto di Ferri in materia di bassa intensità di feeling tra la memoria di Ernesta Bittanti risiede nella circostanza che fu laureata, sapiente, socialista, anticlericale, giornalista, femminista e, tenersi forte, donna!

Il non detto (che diciamo noi) discende dall’aggravante di essere stata “moglie di”. Ossì, certo, l’ufficialità (col minimo sindacale) mostra deferenza nei confronti della memoria del martire irredentista garrottato (in una ampia cornice di pubblico) il 12 luglio 1916 nel castello del Buon Consiglio dal boia mandato appositamente da Vienna. Un anno fa venne allestita a Trento una mostra significativa. Ma si può dire perché al di là dell’ossequio formale ed ineludibile i due protagonisti non sono molto amati in terra trentina? Certamente per tutto ciò che ha caratterizzato il loro profilo, che resta a distanza di decenni in netto contrasto con l’imprintig popolare. Non esattamente in sintonia con le tracce di quel generale Pecori Giraldi che, il 3 novembre 1918, entrò in testa alla divisone italiana in quella che era stata la città del Concilio, del principe-vescovo, e (sia pure per costrizione) estremo baluardo di difesa dei territori imperial-regi.

Quando parli di Cesare Battisti nelle valli con persone con cui hai consuetudine e confidenza, non è raro sentire la definizione “x’è un traditor!”.

Figurarsi la moglie, “custode fiera fedele della memoria dell'eroe

combattente animosa irriducibile di tutte le battaglie della libertà” (dal necrologio dettato da Salvemini), che al curriculum poco sopra dettagliato aggiunse un imperdonabile sgarro. Di cui hanno dato conto, in una recente intervista, i due nipoti Mimma e Marco (quest’ultimo discreto, ma speriamo, compiaciuto partecipe del Convegno). Al cui racconto ci rifacciamo: “…un’estate eravamo a Bellamonte. Noi bambini giocavamo nel prato, la nonna era sul terrazzino, seduta in poltrona sotto l’ombrellone a scrivere, come faceva sempre. La zia Livia si aggirava. A un certo punto si vede salire sulla strada bianca una grande macchina, bella, che entra nel vialetto e si ferma al nostro cancello. Scendono tre persone, una con un gran mazzo di fiori…

Mimma: erano gladioli.

Marco: erano l’autista, il segretario di Degasperi e il Presidente del Consiglio. Il segretario si fa avanti e viene alla scaletta, Degasperi si ferma un po’ dietro…

La nonna alza la testa, l’abbassa immediatamente e si rivolge alla zia con voce tranquilla: "Livietta! Livietta! Dispensa i signori”. Il segretario riprende i fiori, tornano indietro, si mettono in macchina e se ne vanno. Lo vedo ancora con questo doppiopetto nero”

Non ci sarebbe  molto da aggiungere.

 

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