Giovedì, 20 gennaio 2022 - ore 22.08

L’Eco Referendum Costituzionale : Calma e gesso !

Ad ottobre il corpo elettorale italiano si recherà alle urne per un voto confermativo della legge di riforma costituzionale; licenziata, dopo tre letture, dal Parlamento in carica.

| Scritto da Redazione
L’Eco Referendum Costituzionale : Calma e gesso ! L’Eco Referendum Costituzionale : Calma e gesso !

Trattasi di procedura di rilievo costituzionale imposta dalla circostanza che le tre votazioni delle due Camere legislative non hanno raggiunto il previsto quorum dei due terzi. Che avrebbe reso automatica l’entrata in funzione Disegno di legge n. 1429 recante “ Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte seconda della Costituzione”.

Rebus sic stanti bus, considerando, quindi, che il raggio d’azione della riforma non riguarderà la parte programmatica (i principi fondamentali) della Carta Costituzionale, bensì un segmento (sia pure significativo) della forma dello Stato, non si comprende la ragione della deriva su un insidioso terreno da battaglia della vita imboccata da un confronto. Che sarebbe filologico per una democrazia matura, ma che appare ormai radicalizzato da tossine e sconfinato nell’alveo del pregiudizio.

Come si conviene nei sistemi informativi trasparenti, anticipiamo che la nostra testata, pur coerente con la sua funzione fondamentale di informare e di mettere a confronto tutti contributi, aderisce all’appello lanciato dalla rivista Mondoperaio a favore del SI.

Aderisce perché non solo ne condivide le motivazioni di fondo compendiate nel documento sottoscritto da giuristi, accademici, giornalisti, artisti, intellettuali, ma perché trova, nello spirito ed in alcuni elementi della legge sottoposta a conferma popolare, significativi rimandi all’impostazione dell’inconclusa Grande Riforma dell’ultima fase della parabola politico-costituzionale del Partito Socialista Italiano.

L’incipit di quel tentativo di innovazione partì, tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, dalla constatazione delle ingessature e delle rigidità di un sistema-paese. Che venivano giustificate e sostenute da un ceto dirigente sul terreno dell’intangibilità di principi fondamentali, con cui, in realtà, si coprivano distorsioni consociative, nonché il rifiuto ad aprirsi alle profonde trasformazioni.

I socialisti, il cui massimo leader Pietro Nenni può essere senza tema di smentite definito il vero padre della Repubblica, orientarono, in quella temperie, i loro riferimenti a modelli, fortemente innovativi e collaudati.

Anche se non si può correlare a rimandi dettagliati, il modello socialista della Grande Riforma può essere sommariamente riferito all’impostazione del “semipresidenzialismo” alla francese.

Si può dire, magari replicando le stroncature della sinistra italiana fossilizzata di fine anni cinquanta, che quel modello si sia rivelato poco democratico, poco efficiente, poco conveniente alle ragioni di rappresentanza della sinistra genericamente intesa?

Si può affermare che, a prescindere dall’impasse della politica ad interpretare il nuovo, quel modello non abbia garantito accettabili performances nel funzionamento dello Stato?

Ecco, per noi quello resta il modello di riferimento per qualsiasi progetto che si ponesse l’obiettivo di rendere praticabile il pieno perseguimento dei principi contenuti nella prima parte della nostra Carta Costituzionale e,  ad un tempo,  efficiente la forma dello Stato.

Il DDL Renzi-Boschi, rapportato alle condizioni politiche date ed alla patologica impermeabilità del sistema-Italia a qualsivoglia contaminazione con il senso di innovazione che i mutamenti consigliano od addirittura impongono, appare ciò che di meglio passa il convento.

Ne è pensabile che, per quanto esposto e considerato, fossero possibili linee più avanzate. Solo se questo “minimo sindacale” di riformismo riuscirà a prendere le mosse dalla volontà confermativa del corpo elettorale e ad imprimere concrete orme tendenziali, allora, attraverso l’efficientamento della macchina istituzionale e la semplificazione dell’organizzazione politica, sarà possibile spostare in avanti gli obiettivi di modernizzazione.

Erano (e sono rimaste) queste le percezioni e le consapevolezze da qui partivano, quasi quarant’anni addietro, le motivazioni e gli obiettivi del riformismo socialista.

C’è motivo per rettificarli? Alla luce della constatazione delle conseguenze dei successivi, ulteriori trent’anni di colpevole inerzia, oseremmo proprio che no.

Il meglio è quasi sempre nemico del bene. L’iniziativa del governo in carica quanto meno è rivelatrice della consapevolezza del’ineludibilità del cambiamento e della volontà di uscire dalla palude e di ottenere pari condizioni di efficienza coi competitors continentali e mondiali.

A beneficio di tutto il Paese, a beneficio della cultura politica che si richiama a principi di democrazia e di giustizia sociale.

Il cuore dello scontro in corso è piuttosto chiaro. Siamo di fronte, da una parte, al progetto politico di innovare profondamente il sistema repubblicano, rendendo i processi decisionali analoghi a quelli in essere nelle altre grandi democrazie occidentali e, dall’altra,  ad un groviglio di interessi avvinghiati a un’organizzazione statuale nella quale anche le più sparute minoranze, le più scarne corporazioni hanno diritto di veto e, quindi, potere di ricatto.

Nihil novi sub sole! In pieni anni ottanta il riformismo socialista subì l’ostracismo da parte di una vasta convergenza conservatrice. Di cui costituì punta di diamante la cultura anacronistica del PCI berlingueriano. Al quale, inopinatamente, alcune testimonianze attuali si riferiscono in forza di una flebile contrarietà al bicameralismo.

In realtà, Enrico Berlinguer deve essere ricordato come il maggior cantore del comandamento, per cui il Paese non si può (in omaggio alla solidarietà del CLN) governare con il 51%.

La storia si èvistosamente incaricata di sconfiggere l’idea di una democrazia consociativa, causa ed effetto del degrado della prima e della seconda Repubblica.

Se è assolutamente inaccettabile la prospettiva di una combinato tra pretesa di efficientamento del sistema e smantellamento delle dialettiche politico-istituzionali e socio-economiche, allora diviene conseguente l’imperativo, soprattutto per la sinistra riformista, a delineare nuove modalità e nuovi ordinamenti. Che sono postulati dall’esigenza, nell’era della globalizzazione e della competitività, di  compatibilità tra efficienza del sistema istituzionale e partnership sociale e politica.

Queste sollecitudini dialettiche dovrebbero essere in cima alle riflessioni, soprattutto, della sinistra. Che, invece, si è attestata sulle barricate nell’evidente tentativo di fare del referendum una didascalica battaglia per la vita. Che coincide con l’impulso a trarre ossigeno dalla pugna e ad uscire dall’angolo in cui da tempo si è cacciata.

Con testimonianze sociali, giustificate dall’allargamento della forbice ma incongrue nelle modalità e negli obiettivi. Con il rinserrarsi nella ridotta delle interpretazioni estreme dei diritti civili e con gli slanci di Bertinotti verso Comunione e Liberazione, suscitate da gramsciane “connessione sentimentali”.

Nessuno più della sinistra, in grave condizione di ipossia nell’aggiornare le sue analisi e nel produrre un progetto adeguato di società, dovrebbe avvertire l’urgenza di guidare un ciclo di innovazione della politica e delle istituzioni.

Come suggerisce ieri sul Corriere Aldo Cazzullo, la discussione sulla riforma costituzionale deve essere aperta, libera, franca, consapevole dell’importanza del verdetto e non dovrebbe insomma assumere i toni della resa dei conti tra bande.

Invece, si è partiti con una campagna di delegittimazion, che butterà altra benzina sul fenomeno ormai esteso della disaffezione dalla politica.

Ci riferiamo (dolorosamente) al ruolo di guida assunto dall’ANPI, inconsapevole delle conseguenze che deriveranno alla sua coesione ed alla sua autorevolezza nel testimoniare i valori della Resistenza che costituirono la base della coesione repubblicana.

 Alla Resistenza è sempre stata tirata la giacca per testimonianze poco o punto attinenti, per quanto legittime, all’antifascismo.

Siamo in presenza, in questa bruciante partenza di campagna referendaria, di un eclatante esempio di strumentalizzazione del prestigio di un’associazione per scopi di parte.

Solo una riflessione resipiscente può arrestare una tendenza disgregativa, porre al riparo l’autorevole testimonianza dell’ANPI e rimettere l’importante confronto referendario sui giusti binari della franchezza ma anche del rispetto e della tolleranza.

In tal senso si è espresso ieri, in un’intervista sull’emittente televisiva Cremona 1, il prof. Mario Coppetti, scultore e docente di storia dell’arte, esule antifascista in Francia nel gruppo di Giustizia e Libertà, angariato durante il ventennio, partigiano matteottino, da sempre negli organi dirigente dell’ANPI  di cui fu a lungo presidente provinciale.

Parlando anche a nome di Pino Rossi (storico presidente dell’anpi di Casalmaggiore, recentemente insignito con altri dodici partigiani della medaglia del Ministero della Difesa in occasione dell’anniversario della Liberazione, imprigionato dai nazifascisti, partigiano combattente sull’ Appennino emiliano nelle Brigate Garibaldi), Coppetti ha pacatamente considerato: “Senza nulla voler togliere a coloro che, pur non avendo titolo di rappresentanza legittima, sono impegnati nella divulgazione di quegli ideali e di quella storia, nessuno ha titolo per ammonire, condannare giudicare in nome della Resistenza (specie su tematiche che non hanno attinenza).

Per di più con modalità autoritarie ed intolleranti, che costituiscono esattamente l’antinomia di quegli ideali, per cui molti combatterono e si sacrificarono.

Dichiaro che con altri partigiani voterò SI al referendum confermativo della riforma istituzionale; perché non stravolge il profilo programmatico della Costituzione e perché risponde alla necessità di modernizzare lo Stato per innovare l’Italia.

Lo dichiaro senza nessun timore di eventuali provvedimenti disciplinari, che non vedo chi potrebbe adottare nei confronti degli iscritti all’ANPI che la pensano come me.

Questa è la posizione che esprimo in piena libertà ed in pieno rispetto nei confronti di coloro che sono di avviso contrario”.

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