Giovedì, 28 ottobre 2021 - ore 20.28

L’economia del benessere: un nuovo paradigma per trasformare la politica

Oltre il Pil, un modello di sviluppo cui è possible aspirare per una ripresa post-Covid davvero sostenibile. Cinque nazioni al mondo hanno già deciso di farlo

| Scritto da Redazione
L’economia del benessere: un nuovo paradigma per trasformare la politica

Oggi sono già cinque le nazioni che hanno scelto di far parte del network dei Governi per l’economia del benessere (il Wellbeing economy governments network – WEGo): Scozia, Galles, Islanda, Nuova Zelanda e, dal 21 dicembre 2020, anche Finlandia.

A partire dal 2018, quando è stato ufficialmente lanciato, il network ha raccolto un rapido consenso da parte di Capi di Stato e autorità pubbliche in tutto il mondo, a fronte del crescente riconoscimento dei benefici diffusi generati da un approccio politico che pone al centro il benessere delle persone e la qualità dell’ambiente – e non la crescita economica a sé stante. In questo contesto, il network WEGo rappresenta per l’economia del benessere quello che gruppi quali il G7 o G20 rappresentano per l’economia della crescita.

È la dimostrazione che l’economia del benessere puó integrarsi efficacemente nelle politiche ufficiali di governo, presentandosi come una alternativa effettiva al discorso politico tradizionale basato sulla crescita economica tout court.

La salute dell’ambiente e dell’uomo costituiscono le fondamenta per una economia funzionante, e la loro tutela e miglioramento continuo devono essere l’obiettivo della politica e dei governi. L’economia del benessere riesce a coniugare una varietà di azioni e strumenti attorno a questi obiettivi centrali. Diversamente da quanto si può dire per altri modelli alternativi alla crescita (ad esempio la decrescita), l’Economia del benessere utilizza un linguaggio positivo ed orientato alle soluzioni, un linguaggio con il quale è possibile costruire narrative condivise. L’economia del benessere racconta quindi una storia di opportunità e creatività, capace di inspirare cambiamenti collettivi.

L’economia della crescita si basa sulla convizione che la produzione e il consumo siano la forma principale per migliorare gli standard di vita, e che il Pil, così come i livelli di consumo, possano crescere indefinitamente. Ma mentre la crescita economica è ancora una necessità in molti paesi in via di sviluppo, la ricerca scientifica dimostra che crescita e benessere non sono strettamente relazionati nei paesi cosiddetti sviluppati (Easterlin 1995; Inglehart et al 2008; Kahneman and Krueger 2006; Myers 2000). Inoltre, studi dimostrano come solo una frazione (tra il 10 e 25%) del miglioramento dell’aspettativa di vita nel tempo è attribuibile ad un aumento del reddito e dei consumi (World Bank, 1993; Wilkinson, 2007).

Per l’economia del benessere, la crescita continua dei consumi non solo è insostenibile a causa degli impatti ambientali e dell’esaurimento delle risorse naturali, ma anche perché comporta impatti negativi sulla coesione sociale (aumentando le diseguaglianze), ed il benessere fisico e psicologico (Wilkinson and Pickett, 2009). Inoltre, mentre negli ultimi anni alcune categorie di produzione e consumo sono diventate marginalmente più sostenibili, la ricerca dimostra che la crescita del Pil non si è dissociata dall’aumento di emissioni di gas ad effetto serra e da altre forme di degradazione ambientale (Ward et al., 2016; Coscieme et al., 2019; Bastianoni et al., 2019).

Il modello di sviluppo dell’economia del benessere si basa sul benessere dell’uomo e dell’ambiente come obiettivo ultimo dell’attività economica. Che cosa vogliamo cresca, e cosa vogliamo si riduca, per incrementare il benessere?

Per l’economia del benessere, il progresso economico esiste solo quando è a servizio del benessere dell’uomo e dell’ambiente, e quando riduce le diseguaglianze. Più nel dettaglio, alcune delle differenze principali tra l’economia del benessere e l’economia della crescita sono riassunte nella tabella riportata in coda a quest’articolo.

Per l’economia della crescita, ogni attività è produttiva se genera un profitto economico maggiore rispetto ai costi di produzione. Questi costi però vengono calcolati solo in termini di capitale economico e lavoro, senza considerare i costi sociali ed ambientali. L’economia del benessere invece ridefinisce completamente il concetto di produttività nei termini dei contributi che ogni attività fornisce al benessere collettivo, e verso il raggiungimento di obiettivi di giustizia sociale e qualità dell’ambiente.

Ad esempio, un migliore equilibrio tra il tempo speso lavorando e il tempo speso con la propria famiglia contribuisce ad una maggior produttività, riducendo il bisogno di pagare qualcuno per badare ai nostri figli e migliorando gli aspetti non-economici del nostro benessere personale. Ogni attività che contribuisce alla coesione sociale, al benessere dei più piccoli, ad uno stile di vita salutare e alla rigenerazione degli ambienti naturali è una attività produttiva per l’economia del benessere.

Un’economia basata sulla crescita del Pil riconosce e promuove solo le forme di lavoro all’interno dei mercati, ignorando il lavoro volontario e il lavoro non pagato, quali le faccende domestiche e la cura dei figli. Per l’economia della crescita queste attività non pagate non generano valore in quanto non incrementano il Pil. In principio, quindi, l’economia della crescita incoraggia la sostituzione con rispettive attività di mercato di ogni attivtà volontaria e non-pagata: dall’educazione alla cura degli anziani, dalla preparazione del cibo al volontariato.

Da una prospettiva basata sul benessere, il lavoro è qualsiasi forma di contributo (formale o informale, pagato o non-pagato) al benessere collettivo dell’uomo e dell’ambiente. Di conseguenza, il lavoro così definito deve essere incentivato e garantito dalle politiche economiche, e supportato economicamente dallo Stato attraverso politiche di welfare.

La tecnologia è un driver fondamentale per la crescita del Pil e lo sviluppo tecnologico è responsabile per circa il 30-60% della crescita economica (Bakker et al., 2017). Tecnologie proprietarie su larga-scala, così come processi produttivi ad alto contenuto tecnologico, rappresentano in particolare il tipo di innovazione che più stimola la crescita. Un’economia in crescita quindi è terreno fertile per lo sviluppo di tecnologie che rendano possibile la produzione di grandi quantità di beni e servizi, incrementando i consumi e il Pil (e nella maggior parte dei casi concentrando ricchezza nelle mani di pochi individui). Anche l’economia del benessere intende lo sviluppo tecnologico come una opportunità, ma a patto che le nuove tecnologie siano usate per aumentare l’accessibilità ai servizi, siano distribuite secondo modelli non-proprietari, o contribuiscano ad eliminare quelle forme di lavoro degradanti o pericolose (Trebeck and Williams, 2019).

Innovazioni basate sul peer-to-peer, stampa 3D, sistemi decentralizzati di produzione di energie rinnovabili (microreti), e tecniche di agricoltura rigenerativa o di precisione, possono emancipare i consumatori dalla dipendenza alle produzioni di massa. Localizzando e personalizzando la produzione e il consumo, queste innovazioni promuovono catene di produzione più corte e opportunità di lavoro e micro-business locali, generando opportunità economiche ed allo stesso tempo riducendo lo spreco di risorse (Fioramonti, 2016).

Inoltre queste innovazioni possono ridefinire il significato stesso di “produttore” e “consumatore”, attenuando i confini tra i due, lasciando spazio a nuovi modelli di prosumerismo (EEA, 2021). Questi modelli, in cui il consumatore ha un ruolo attivo nel design e nella produzione di prodotti e servizi, svolgono un ruolo essenziale per l’emancipazione economica e la soddifazione dei bisogni primari, ad esempio energetici, in molto paesi del sud del mondo (WRI, 2016).

In generale, l’economia del benessere ridefinisce e amplia il concetto di valore nell’ economia, e quindi richiede l’uso di una serie di indicatori (non solo uno, come nel caso del Pil e la crescita) e di un sistema di contabilità dei costi e dei benefici totali. Ad esempio, i costi che la società sta pagando come conseguenza dell’emergenza climatica causata dall’uso di combustibili fossili ammontano a migliaia di miliardi di euro ogni anno (Nuccitelli, 2019).

Gli indicatori usati per misurare il progresso nell’economia del benessere includono indicatori ambientali e di biodiversità, così come indicatori di salute (salute mentale compresa), e misure del capitale naturale e sociale (come ad esempio indicatori di coesione sociale, percentuale di popolazione impiegata in attività di volontariato, indicatori di ineguaglianza, e il valore dei servizi ecosistemici), nonché indicatori di innovazione e circolarità (ad esempio tassi di riciclo e ri-uso). Inoltre, l’adattabilità del concetto di benessere permette di progettare set specifici di indicatori considerando quegli aspetti particolari del benessere più rilevanti nei diversi contesti e in diverse comunità locali. Questo rappresenta una differenza cruciale con il modello della economia della crescita, che impone una misura standard di progresso, il Pil, indipendente dalle diverse realtà e contesti.

La pandemia globale che stiamo vivendo dimostra più che mai l’importanza cruciale del benessere ambientale e dell’uomo, non solo di per sé, ma anche come pre-condizione fondamentale ad ogni forma di attività sociale ed economica. I devastanti effetti della crisi sanitaria hanno superato di gran lunga gli effetti di ogni precedente crisi finanziaria ed economica.

Indirettamente, stiamo sperimentando le conseguenze del degrado ambientale sulla salute umana. Numerosi studi dimostrano le relazioni causa-effetto tra deforestazione e perdita di biodiversità e l’aumento della frequenza e degli impatti di epidemie e pandemie (IPBES, 2020). L’inquinamento atmosferico incrementa la letalità del Covid-19, rimarcando l’importanza di energie rinnovabili, aree verdi urbane ed ecosistemi in salute, così come la riduzione di attività inquinanti e dell’uso di combustibili fossili (Conticini et al., 2020).

L’economia del benessere può essere il modello economico a cui aspirare per una ripresa post-Covid. Un modello che pone al centro la salute dell’uomo e dell’ambiente, che identifica e agisce sulle cause – e non solo sui sintomi – dell’emergenza climatica e della perdita globale di biodiversità.

Il concetto di economia del benessere è sviluppato da Lorenzo Fioramonti nei seguenti libri “Un’ economia per stare bene. Dalla pandemia del Coronavirus alla salute delle persone e dell’ambiente” (Chiarelettere, 2020), “Il mondo dopo il Pil. Economia e politica nell’era della post-crescita” (Edizioni Ambiente, 2019). La Wellbeing economy alliance è una alleanza globale che amplifica gli sforzi di chi lavora e vive per una Economia del Benessere (https://wellbeingeconomy.org/). In Italia, ISTAT pubblica il rapporto BES (benessere equo e sostenibile), che include una serie di indicatori economici, sociali e ambientali che caratterizzano il nostro Paese (https://www.istat.it/it/archivio/254761)

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