Lunedì, 27 gennaio 2020 - ore 13.40

L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE Il Testo proposto da Agostino e Rosella Melega

Nella Sala Conferenze della Società Filodrammatica Cremonese lo scorso Venerdì 10 Gennaio 2020, organizzato dalla SOCIETA’ DANTE ALIGHIERI – COMITATO DI CREMONA, si è tenuto un incontro sul tema L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE. Agostino e Rosella Melega hanno proposto una interessantissima relazione che pubblichiamo integralmente.

| Scritto da Redazione
L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE Il Testo proposto da Agostino e Rosella Melega L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE Il Testo proposto da Agostino e Rosella Melega L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE Il Testo proposto da Agostino e Rosella Melega L’INVERNO CANTATO DAL DIALETTO CREMONESE Il Testo proposto da Agostino e Rosella Melega

Come scrive Angelo Rescaglio, Presidente della D. Alighieri di Cremona  “ un mondo solare ci appare, avvertiamo che noi pure abbiamo storie che non sono di nessun altro e sono davvero mirabili...Così, immediatamente, si manifesta il nostro DIALETTO, con le sue diverse movenze linguistiche, con quella sonorità che tutti ci invidiano e che sono la ricchezza di un parlare che, ieri, ci ha introdotto nella Comunità, con quelle relazioni che animavano le nostre migliori amicizie. I Poeti cremonesi, che sapevano dialogare con il patrimonio del loro “dialetto”, sono stati, sempre, una bella avventura, scritta nel nostro cuore e nella nostra sensibilità di appartenenti ad una civiltà, quella “contadina”, fatta di  cose belle e genuine, capaci di raggiungere  la coscienza di tanti...”

Welfare Cremona ringrazia Agostino e Rosella Melega per la disponibilità a pubblicare sul nostro sito il loro pregevolissimo lavoro.

Red/welcr/gcst

Ecco il testo ..

AGOSTINO. Nell’introdurci nella dimensione invernale ci andremo ad avvalere di una composizione di Carla Magda Bodini, tratte dalla raccolta intitolata “Mé…e le ispirasiòon”. 

   Fra queste composizioni, in quella intitolata “Caleidoscopio invernale”, scritta il 20 marzo 1965, l’Autrice ci presenta una scheda riassuntiva di detta stagione.

   Qui l’Autrice punteggia il periodo dell’Avvento, in una catena linguistica di immediate associazioni d’idee, che trasformano ogni parola in una tessera d’un mosaico di significati e di ambientazioni d’impareggiabile impatto ed identificazione. In ognuna di quelle parole ritroviamo ricordi d’un tempo lontano, quali  segni significativi dell’inverno:

ROSELLA. CALEIDOSCOPIO INVERNALE

“Dé cüürt, frèt, àaqua, vèent, àalber nüüt, gèent quarciàada, caldaròst, fredùur, fümàana, patùna, prepóonta, stüa, fóoch a lét*, piróole*, scüròon*, àaqua piuàana, vèent de tramuntàana, finéestre tapàade, fisüüre stupàade, *lateméel, šéel, n’inevàada, cità incipriàada, véeder giasàat, véeder apanàat, šelòon, fredòon, candilòt, biligòt*, calìif*, tèemp catìif, berèt de péel, balàade d’i regàs, crustòon de giàs, *bris’ciòon, *rigulòon, fümàana, siadùur che pàart, genitùur che piàans, dutùur che rìt,

AGOSTINO. Nadàal, prešépi, šampogne, turòon, panetòon, néef, alberéen bardàat, dé slungàat, fredùur, dutùur, féeste de bàl, pàser disperàat, gàt inamuràat, cuncèert, tèemp incèert, fümàana, veliòon, *fritulòon, latüüghe, néef, frìtule, lateméel,  siadùur rivàat, siadùur ingesàat, màascher, inflüèensa, *caneméei, scüròon, *ušéi a i dìit, nàas rùs, gèent che tùs, néef, *pucìc, sgusulamèent, vèent, àaqua, malàn, gróonde che fà dàn, frèt, tèemp incèert, céel davèert, vèent temperàat…, e ‘l sùul che ‘l è rivàat. ‘L Invèerno ‘l è partìit… e alùura gh’ò finìit! ”. 

 CALEIDOSCOPIO INVERNALE. Giorni corti, freddo, acqua, vento, alberi nudi, gente coperta, caldarroste, raffreddori, nebbia, castagnaccio, trapunta, stufa, *scaldino a letto, *pere da lessare, *giornate scure, acqua piovana, vento di tramontana, finestre rinchiuse, fessure turate, *panna montata, gelo, una nevicata, città incipriata, vetri ghiacciati, vetri appannati, geloni, grande freddo, candelotti di ghiaccio, *castagne secche lessate, *brina, tempo inclemente, berretto di pelo, battaglie con le palle di neve, crostoni di ghiaccio, *scivoloni, *ruzzoloni, nebbia, sciatori che partono, genitori che piangono, dottori che ridono, Natale, presepi, zampogne, torrone, panettone, neve, alberelli bardati, giorni allungati, raffreddori, dottori, feste da ballo, passeri disperati, gatti innamorati, concerti, tempi incerti,  nebbia, veglioni, *mascherine con abiti modesti, lattughe, neve, frittelle, panna montata, sciatori arrivati, sciatori ingessati, uomini mascherati, influenza, *bastoncini di zucchero, giornate scure, *polpastrelli gelati, nasi rossi, gente che tossisce, neve, *fanghiglia, sgocciolamenti, venti, acqua, malanni, gronde che fanno danni, tempi incerti, celo aperto, vento temperato…, e il sole che è arrivato. L’Inverno è partito… ed allora ho finito. (Traduzione nostra)

ROSELLA. Continuando sulla traccia poetica del vernacolo cremonese ispirata dalla stagione invernale, veniamo ad incontrare il quadro dei cosiddetti “Dodici giorni magici” dell’arco natalizio.

  Ma prima di avvicinarci ad essi, ci sembra opportuno accennare alla genesi storica di questo periodo a cavallo dell’anno vecchio e dell’anno nuovo.

  Questo tempo è stato infatti definito dei “Dodici giorni” o delle “Dodici notti” dal Concilio di Tours nel lontano 567, ossia dal concistoro che fissò con tale definizione il periodo religioso e festivo che intercorre fra il Natale e l’Epifania.

  Nella tradizione popolare dell’intera Europa, osservando con particolare attenzione questi dodici giorni è possibile trarre pronostici sull’andamento dell’intero anno.

AGOSTINO. La prima di queste dodici notti è quella della vigilia di Natale, alla quale dedicai qualche anno fa  un articolo, all’inizio del quale dicevo: “L è Nadàal, gèent. E’ Natale, fra poco’’. E poi, riprendendo il Vangelo, continuavo: “In de chéi dé là en decréet de Cesare Augusto el gh’àa urdinàat de fàa en censimèent de töta la tèra…”. E nel contempo spiegavo che le parole dell’evangelista Luca, tradotte in cremonese urbano, ci riportavano ai giorni del parto della sposa di Giuseppe, Maria, che “diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”.

“Gh’éera in de chéla regiòon là di pastùur ch’ìi velìiava de nòt intàant ch’ìi fìiva la guàardia a i so péegur”. 

    Non mi soffermai allora sui pastori e sullo spavento loro provocato dall’Angelo del Signore che “li avvolse di luce”. Non potei però evitare un accenno alla grande gioia annunciata, perché a questa gioia si sono richiamate nel tempo le popolazioni rurali che si sono immedesimate con i pastori stessi, dando una dimensione popolare al presepio e alla tradizione natalizia.

 ROSELLA. Va ricordato a tale proposito, come scrive Paolo Toschi, che “già qualche secolo avanti il Mille, la Chiesa evocava davanti agli occhi dei fedeli la nascita di Cristo in forme drammatiche, prima elementari, poi più complesse, e la rappresentazione della Natività si è tramandata attraverso otto secoli fino a noi (…). Certamente l’esempio dato da San Francesco col presepe di Greggio (1223) ha preparato e avviato la diffusione del presepe con forme sempre più grandiose ed artistiche fino ai presepi napoletani affollati di figurine in ricostruzioni ambientali. La tradizione si mantiene e ciascuna famiglia, con le statuine in commercio può farsi il presepio in casa”.

    Il presepio è andato via via corredandosi di statuine volte a rappresentare l’intero mondo del lavoro artigianale e della terra, dal fabbro al falegname, dal ciabattino al seminatore, dal mandriano all’aratore, dal contadino raccoglitore di messi al boscaiolo raccoglitore di legna, senza parlare delle donne portatrici di acqua e di cibo oltre che di candida biancheria, oppure custodi in movimento di galline, galli e capponi, anitre ed oche, conigli e colombi e tortorelle.

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