Mercoledì, 20 gennaio 2021 - ore 19.55

La Cina ha detto stop all’import di rifiuti: cosa cambia per l’Italia?

De Girolamo: ''Nel mercato globale il 65% dei rifiuti urbani e circa il 70% dei rifiuti speciali, una montagna fatta di oltre 100 milioni di tonnellate all’anno. Urge una strategia nazionale''

| Scritto da Redazione
La Cina ha detto stop all’import di rifiuti: cosa cambia per l’Italia?

Cittadini e imprese italiane generano ogni anno oltre 173 milioni di tonnellate di rifiuti, tra urbani e speciali, ma solo una piccola parte trova posto nell’economia circolare nazionale (dove infatti il tasso di circolarità è fermo al 17,7%), mentre una fetta rilevante trova sbocco sui mercati esteri, sia che si tratti di rifiuti sia che si parli di materie prime seconde da riciclo. Adesso che un’importante valvola di sfogo si è chiusa – quella della Cina – che succede?

Dal 1 gennaio infatti nel gigante asiatico è entrato in vigore il divieto d’importazione per tutti i rifiuti solidi, arrivando così al culmine di un processo iniziato nel 2017 con un primo stop a 24 diverse tipologie di rifiuti. Non si tratta dunque di un fulmine a ciel sereno, ma di una strategia industriale ben precisa da parte della Cina, che ha sempre meno l’intenzione di essere annoverata tra le discariche del mondo e sempre più le potenzialità per alimentare la propria economia circolare con gli scarti prodotti all’interno dei propri confini: nel 2018 in Cina le importazioni di rifiuti da altri Paesi ammontavano a 22,63 milioni di tonnellate, scese a 13,48 nel 2019. Nei primi mesi del 2020 il dato è poi crollato di un ulteriore 40%, fino all’entrata in vigore delle nuove norme il 1 gennaio.

I rifiuti plastici sono stati tra i primi ad essere banditi dalla Cina, e la rimodulazione dei relativi flussi mostra come i Paesi europei – compreso il nostro – si siano progressivamente adattati alla nuova situazione: l’export non si è interrotto, ma ha ripiegato su Paesi diversi come la Malesia o la Turchia, peraltro alimentando traffici sospetti.

Quanto l’equilibrio continui ad essere critico è stato però dimostrato da ultimo dalla pandemia: le limitazioni all’export di rifiuti e materie prime seconde hanno rischiato negli ultimi mesi di portare al tracollo la gestione della spazzatura italiana (che nel mentre continuava ad essere generata e raccolta), una crisi evitata solo grazie a interventi temporanei d’emergenza.

Adesso non solo la Cina non accetta più «l’importazione di rifiuti o di materie prime seconde, facendo scattare quindi il divieto totale – come osserva Alfredo De Girolamo, presidente di Confservizi Cispel Toscana – Ma lo “strappo” cinese potrebbe essere anche l’occasione per un ripensamento delle politiche di riciclo da parte dei Paesi più avanzati, come l’Europa e gli Stati Uniti, e quindi l’Italia. La sfida, analoga a quella cinese, potrebbe essere quella di aumentare la propria capacità di riciclo interno».

«Per l’Italia – argomenta De Girolamo – si intravedono alcuni problemi. Esportiamo circa 100.000 tonnellate di carta in Cina (200.000 verso la Turchia), e circa 200.000 tonnellate di plastica. Quantitativi importanti, ma assorbibili se si definisce una politica nazionale del riciclo […] Lo slogan “rifiuti zero” rischia di naufragare di fronte alle scelte dei Paesi importatori di riciclabili. Abbiamo deciso di usare il mercato globale per conferire il 65% dei rifiuti urbani e circa il 70% dei rifiuti speciali in Italia, una montagna fatta di oltre 100 milioni di tonnellate di materiali all’anno. Una decisione che diventa, quindi, per la sua dimensione, una variabile della sicurezza nazionale nella gestione ambientale. Se il mercato nazionale e globale non dovesse rispondere l’Italia rischierebbe emergenze rifiuti drammatiche. Da qui l’urgenza di una strategia nazionale, industriale nei settori del riciclo (carta, vetro, plastica, metalli, legno, organico), ma anche capace di dotare il Paese di una capacità impiantistica e di stoccaggio non solo in grado di garantire il flusso di rifiuti non riciclabili (inclusi gli scarti del riciclo), ma anche di “reggere” eventuali crisi di sistema (il blocco dei mercati esterni o gli effetti di una pandemia)».

L’occasione c’è già, ed è quella offerta dal Programma nazionale per la gestione dei rifiuti – una conseguenza arrivata dal recepimento delle ultime direttive Ue sull’economia circolare – per il quale il ministero dell’Ambiente ha già iniziato l’iter.

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