Martedì, 05 marzo 2024 - ore 16.18

Greenpeace: Biden non ha fatto davvero sul serio per evitare l’inferno climatico

Elezioni di midterm: l'industria petrolifera e del gas ha speso in media 4,3 milioni di dollari per seggio al Senato e 490.000 per seggio alla Camera

| Scritto da Redazione
Greenpeace: Biden non ha fatto davvero sul serio per evitare l’inferno climatico

Nel suo intervento alla COP27 Unfccc in corso a Sharm El-Sheikh  in Egitto, il presidente Usa Joe Biden ha annunciato nuove iniziative sul clima per rafforzare la leadership degli Stati Uniti e impegni per l’azione globale: «Stiamo correndo avanti per fare la nostra parte per evitare l’inferno climatico sul quale il segretario generale delle Nazioni Unite ha così appassionatamente messo in guardia».

Biden ha definito il suo Inflation Reduction Act (IRA), «il più grande disegno di legge climatica della storia», e la ratifica da parte del Senato  Usa dell’emendamento di Kigali «Indicatori chiave dei progressi degli Stati Uniti sul clima». Inoltre, il presidente Biden ha annunciato l’approvazione da parte dell’ Environmental Protection Agency (EPA)  del supplemental methane rule  che «Mira a stabilire protezioni forti e di buon senso contro il metano e altro inquinamento nocivo dall’industria petrolifera e del gas» e un nuovo regolamento che richiede ai principali appaltatori federali di rivelare pubblicamente le proprie emissioni di gas serra e di fissare obiettivi per la loro riduzione in linea con l’Accordo di Parigi. Biden si è anche impegnato a raddoppiare la promessa di finziamento Usa per l’Adaptation Fund, a lanciare una nuova iniziativa per sostenere l’Egitto nella relizzazione e distribuzionedi 10 gigawatt di energia pulita e nel ritiro di 5 gigawatt di produzione di gas, ha lanciato il Climate Gender Equity Fund e di una struttura per l’accesso al finanziamento delle popolazioni indigene.

Biden ha ricordato di aver assunto il suo incarico «Determinato a ristabilire gli Stati Uniti come leader globale affidabile e impegnato sul clima. Dato che sono qui davanti a voi, abbiamo fatto enormi passi avanti per raggiungere questo obiettivo».

Insomma l’era del negazionismo climatico di Donald Trump – che l’Unfccc l’aveva abbandonata – è finita e, dopo aver saltato l’apertura della COP27 a causa delle elezioni di midterm che hanno visto i repubblicani vincere di misura alla Camera e perdere al Senato – un Biden rinfrancato, ha detto che il suo Paese è tornato come leader climatico globale, soprattutto dopo l’approvazione dell’Inflation Reduction Act, che include 370 miliardi di dollari in incentivi per l’energia pulita e altre azioni per ridurre le emissioni di gas serra.

Ma se Biden si sia impegnato a raggiungere gli obiettivi climatici dichiarati dagli Usa, molte associazioni ambientaliste e umanitarie presenti alla COP27 hanno espresso la loro delusione e disapprovazione perché non ha menzionato la questione dei fondi per le perdite e danni disponibili per i Paesi vulnerabili già colpiti duramente dal cambiamento climatico.

Tra i più critici c’è senz’altro Tefere Gebre, chief program officer di Greenpeace Usa alla COP27: «Se il presidente Biden fosse serio sul fatto che gli Stati Uniti facciano la loro parte per “evitare l’inferno climatico”, fornirebbe un piano per porre fine all’era dei combustibili fossili. L’amministrazione Biden non è riuscita a mantenere l’impegno di eliminare gradualmente le concessioni di leasing di petrolio e gas su terreni e le acque pubblichi e, invece, continua a sacrificare la salute e la sicurezza delle comunità in prima linea. Gli impegni presi sono un cerotto sui danni che minacciano il nostro futuro collettivo. Il raggiungimento di qualsiasi tipo di giustizia climatica richiede che gli Stati Uniti e i maggiori inquinatori del mondo avviino l’eliminazione graduale dei combustibili fossili e investano nella giusta transizione dei lavoratori e delle comunità dei combustibili fossili. Non possiamo continuare a fare la sottrazione per addizione. La crisi climatica è una realtà globale condivisa e tuttavia gli Stati Uniti, uno dei maggiori inquinatori, produttori ed esportatori di combustibili fossili al mondo, non sono riusciti a completare gli investimenti dei finanziamenti esistenti per i Paesi vulnerabili. Il flusso di fondi dalle economie ricche resta fondamentale per creare fiducia nei negoziati sul clima e per salvare milioni di vite dall’impatto di eventi meteorologici estremi. Mentre ogni dollaro conta, l’impegno statunitense di 150 milioni di dollari annunciato oggi è ancora ben lontano dai 17 miliardi che mancano dai 100 miliardi promessi ai Paesi più poveri. Con perdite e danni in cima all’agenda, la vera leadership degli Stati Uniti richiederà di spingere per una struttura finanziaria dedicata da concordare a Sharm el-Sheikh. Queso dovrebbe aiutare a incanalare miliardi di fondi nuovi e aggiuntivi per i Paesi in via di sviluppo che subiscono perdite e danni causati dal clima, oltre al finanziamento aggiuntivo per il clima che deve essere impegnato dai Paesi sviluppati per la mitigazione e l’adattamento. Questi fondi sono vitali per portare conforto a milioni di persone in Africa le cui vite e mezzi di sussistenza sono stati rubati da una crisi causata dalla combustione di combustibili fossili. Consentire più trivellazioni ed estrazioni di petrolio e gas è semplicemente incompatibile con l’evitare la catastrofe climatica. Se il governo degli Stati Uniti è seriamente intenzionato a realizzare un’azione per il clima, il presidente Biden deve usare la sua autorità esecutiva per dichiarare un’emergenza climatica per eliminare gradualmente la produzione e le esportazioni di combustibili fossili».

Ma Greenpeace Usa sa probabilmente che Biden non può politicamente spingersi molto oltre quanto annunciato e la ragione sta nel suo diplomatico ritardo elettorale con il quale si è presentato a Sharm El-Sheikh: l’8 novembre Greenpeace Usa ha presentato i dati dei finanziamenti (ufficiali) spesi dall’industria petrolifera e del gas statunitense per sostenere i candidati alla Camera e al Senato avvertendo che «Gli  executives  dell’Oil and gas e altri potenti interessi corporativi vogliono tenerci a casa diffondendo disinformazione e finanziando i politici che sostengono gli sforzi di repressione degli elettori. In effetti, nuovi dati mostrano che l’industria petrolifera e del gas ha speso una media stimata di 4,3 milioni di dollari per seggio al Senato e 490.000 dollari per seggio alla Camera per sostenere i loro candidati back-pocket».

Finanziamenti generosissimi ma che non sempre sono serviti, visto che la disfatta dei democratici alla Camera e la tenuta del senato sono universalmente riconosciuti al voto dei giovani e della sinistra verde e degli ambientalisti che solo poche ore prima – soprattutto in Italia – molti autorevoli commentatori indicavano come la causa radicale della sicura disfatta democratica.

Eppure, in occasione delle elezioni di midterm proprio Ebony Twilley Martin, co-direttrice esecutiva di Greenpeace Usa, molto critica con BIden, aveva lanciato un appello al voto: «Oggi è un punto di svolta per il nostro Paese e l’urgenza della crisi climatica richiede che tutti noi facciamo sentire la nostra voce. Nel 2020, gli elettori per il clima si sono presentati in numero record per aiutare a proteggere le nostre famiglie, la nostra democrazia e garantire un futuro vivibile. Oggi dobbiamo fare lo stesso. Qualunque sia il nostro colore, background o codice postale, dobbiamo presentarci per votare per i leader che saranno campioni di libertà, giustizia e di un futuro vivibile. Abbiamo bisogno di leader che proteggano il nostro diritto di voto e assicurino che la nostra voce sia ascoltata, soprattutto quando il popolo americano chiede così chiaramente un’azione per il clima. Quel che accadrà alle urne determinerà la nostra capacità di proteggere l’un l’altro e il nostro pianeta negli anni a venire». Gli dirigenti del settore petrolifero e del gas e altri potenti interessi aziendali vogliono tenerci a casa diffondendo disinformazione e contribuendo ai politici che sostengono gli sforzi di repressione degli elettori».

La Twilley Martinha concluso: «Abbiamo bisogno di campioni al Congresso che combatteranno per noi. Non possiamo ottenere le vittorie necessarie per le nostre comunità, i nostri bambini, la nostra aria, acqua, terra, fauna selvatica e clima senza una democrazia sana e funzionante. Ampliare il numero di campioni del clima alla Camera e al Senato degli Stati Uniti sarebbe un passo importante verso la protezione delle nostre libertà e garantire un futuro in cui tutti prosperiamo. Questa elezione ci pone a un bivio critico: un percorso ci manda verso la catastrofe climatica, l’indebolimento della nostra democrazia e più ingiustizie. L’altro percorso, che ci invito a intraprendere oggi, è un’opportunità per migliorare le nostre vite e proteggere insieme il nostro pianeta».

Una posizione radicale e pragmatica che 4 giorni dopo ha portato Greenpeace Usa a dire duramente a Donald Trump che quel che ha detto e promesso alla COP27 non è sufficiente e che la sua politica è ancora troppo condizionata dalle lobby fossili che dice di voler combattere e che cercano di scegliere candidati/e che lo condizionino. Una posizione che, tradotta in Italiano, suonerebbe ancora più dura contro un discorso omissivo come quello fatto dal presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla COP27 e ancor più contro la sua evanescente opposizione dove i campioni ambientali sono davvero pochissimi.

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