Lunedì, 05 dicembre 2022 - ore 01.48

L’1% più ricco ha causato quasi un quarto delle emissioni globali di gas serra

Crescita sproporzionata delle emissioni dell'élite globale. Comprendere queste disuguaglianze è la chiave per capire come risolvere la crisi climatica

| Scritto da Redazione
L’1% più ricco ha causato quasi un quarto delle emissioni globali di gas serra

Lo studio “Global carbon inequality over 1990–2019”, pubblicato su Nature Sustainability da Lucas Chancel della World Inequality Lab – Laboratoire sur les Inégalités Mondial  dell’École d’Économie de Paris – Paris School of Economics, evidenzia clamorosamente la disuguaglianza nell’impronta dei gas serra delle persone, dando pienamente raguone al movimento che si batte per la giustizia climatica.

Infatti, secondo lo studio, «Nel 2019, le persone che vivono nell’Africa subsahariana hanno prodotto ciascuna in media 1,6 tonnellate di CO2 equivalente (tCO2e). In Nord America, la media pro capite è stata più di 10 volte superiore, mentre il 10% dei principali emettitori del continente ha prodotto quasi 70tCO2e».

Lo studio fa notare che «Per avere una “alta” possibilità di limitare il riscaldamento globale a 1,5° C al di sopra delle temperature preindustriali, le emissioni globali medie pro capite devono scendere a 1,9 tCO2e entro il 2050».

All’École d’Économie de Paris spiegano che «Quando valutano i contributi individuali al riscaldamento globale, i ricercatori spesso si concentrano sulle emissioni di beni e servizi che le persone consumano. Questo studio presenta un aggiornamento a questo metodo includendo nella loro impronta di gas serra anche le emissioni degli investimenti di una persona. Questo consente allo studio di rappresentare in modo più accurato le emissioni dei ricchi, che provengono in gran parte dagli investimenti».

In un’intervista a Carbon Brief, Chancel  ha ricordato che «Gli individui possono consumare carbonio, ma possono anche possedere [e investire in] aziende che producono carbonio. Il mio lavoro propone un metodo che integrerà questi diversi frammenti di insieme le nostre impronte di carbonio».

Concentrandosi sul periodo 1990-2019, i risultati dimostrano che gli investimenti sono stati la principale fonte di emissioni per l’1% più ricco di emettitori. E le emissioni pro capite dell’1% più ricco sono cresciute del 26%, mentre lo 0,01% più ricco ha registrato una crescita dell’80%.

E’ la clamorosa conferma di quel che si sapeva, anche se non con questa precisione: ogni anno gli esseri umani rilasciano nell’atmosfera miliardi di tonnellate di CO2, ma queste emissioni sono prodotte in modo sproporzionato da persone più ricche, che in genere vivono stili di vita a maggiore intensità di carbonio.

Studi recenti come “Impacts of poverty alleviation on national and global carbon emissions”, pubblicato a febbraio su Nature Sustainability, suggeriscono che la persona media che vive nell’Africa subsahariana produce 0,6 tonnellate di anidride carbonica (tCO2) ogni anno, mentre il cittadino medio statunitense produce 14,5 tCO2. Un’analisi pubblicata un anno fa da Carbon Brief ha dimostrato che gli Stati Uniti da soli sono responsabili di un quinto di tutte le emissioni antropiche di CO2 prodotte dal 1850.

Per tracciare la disuguaglianza nel periodo 1990-2019. il nuovo studio utilizza il dataset sulla disuguaglianza di reddito e ricchezza del World Inequality Database  e mette insieme i dati economici con le informazioni sulle impronte di carbonio pro capite – calcolate utilizzando metodologie “ input-output ” combinate con i dati del progetto “distributional national accounts”. Lo studio valuta tre componenti dell’impronta di gas serra di una persona: il consumo privato, costituito dalle emissioni derivanti dall’uso diretto di carburante e dalle emissioni incorporate in beni e servizi; le emissioni della spesa pubblica nel paese di quella persona,  l’amministrazione governativa, le strade pubbliche o la difesa; gli investimenti di una persona. Chancel fa notare che «Quando qualcuno investe in un’azienda, è in parte responsabile delle emissioni prodotte dalle attività quotidiane di quell’azienda». Chancel mette in evidenza la disuguaglianza globale tra emettitori “alti” e “bassi”; «Ho scoperto che, nel 2019, il 50% più povero della popolazione mondiale ha emesso il 12% delle emissioni globali, mentre il 10% più ricco ha emesso il 48% del totale».

Osservando dettagliatamente i 174 Paesi inclusi in questo studio,  emergono le disuguaglianze anche all’interno di diverse regioni. Nell’Africa subsahariana, che ha emissioni pro capite particolarmente basse. la metà inferiore degli emettitori è responsabile di appena 0,5 tCO2e all’anno, mentre il 10% superiore emette circa 7,5 tCO2e. Al contrario, anche il 50% più povero degli emettitori in Nord America ha emissioni annue superiori a 10tCO2e, mentre il 10% dei principali emettitori del continente è responsabile di quasi 70 tCO2e ogni anno.

Commentando lo studio su Carbon Brief,  Anne Owen, ricercatrice senior dell’università di Leeds, ha detto che «Questo è un lavoro ambizioso e impressionante. I dati e i metodi “robusti” “consentono un confronto coerente tra i Paesi».

Lo studio analizza anche come le emissioni pro capite sono cambiate nel periodo 1990-2019 per i diversi gruppi di emissione e rileva che «Dal 1990, le emissioni globali medie pro capite sono aumentate di oltre il 2%, ma che questa crescita non è stata uniforme tra i gruppi emittenti». Chancel sottollinrea che «I trend e generali nella disuguaglianza delle emissioni non sono cambiati molto durante il periodo di studio, al vertice della distribuzione, si vede un bel po’ di movimento. Nel periodo 1990-2019, nel mondo le emissioni pro capite dell’1% dei principali emettitori sono cresciute del 26%. Lo 0,01% più alto ha visto un aumento ancora maggiore dell’80%. Nel frattempo, la metà inferiore degli emettitori ha registrato un aumento più modesto del 16% delle emissioni pro capite. E i gruppi a basso e medio reddito dei paesi ricchi hanno visto un calo delle emissioni pro capite del 5-15%».

Narasimha Rao, che si occupa di sistemi energetici alla Yale School of Environment e che ha esaminato lo studio di Chancel, ha detto a Carbon Brief che «E’ sorprendente, ma non sorprende vedere la crescita sproporzionata delle emissioni dell’élite globale In tutto il mondo».

Lo studio evidenzia che «Anche la crescente disuguaglianza all’interno dei Paesi ha modellato le emissioni globali negli ultimi tre decenni, Nel 1990, mentre il cittadino medio di un Paese ricco inquinava inequivocabilmente di più rispetto a gran parte del resto del mondo, il divario di ricchezza tra gli individui all’interno dello stesso Paese era in media inferiore in tutto il mondo rispetto a oggi. Tuttavia, la situazione si è completamente capovolta in 30 anni».

Lo studio presenta un grafico che dimostra che «Nel 1990, il principale fattore di disuguaglianza delle emissioni a livello mondiale era dovuto alla disuguaglianza tra Paesi. Entro il 2019, questo era cambiato in modo che la disuguaglianza delle emissioni all’interno di un Paese fosse il fattore dominante. In altre parole, mentre la disuguaglianza delle emissioni globali nel 1990 era determinata principalmente dalla differenza di emissioni tra i residenti dei Paesi più ricchi e quelli più poveri, ora è sempre più determinata dalla differenza di emissioni delle persone che vivono all’interno di ciascun Paese, ricchi o poveri».

Chancel  conferma: «La disuguaglianza economica all’interno dei Paesi continua a guidare molte delle dinamiche che osserviamo in termini di inquinamento. Comprendere queste disuguaglianze è la chiave per capire come risolvere la crisi climatica».

Lo studio “Impacts of poverty alleviation on national and global carbon emissions” aveva già scoperto che l’impronta di carbonio media nell’1% più ricco degli emettitori era più di 75 volte superiore rispetto al 50% più povero. Wiliam Lamb, un ricercatore del Mercator Research Institute , che non è stato coinvolto i quello studio, lo aveva elogiato ma aveva fatto notare che «Concentrandosi esclusivamente sui consumi, lo studio non ha catturato accuratamente le emissioni dei “super ricchi”, poiché i loro guadagni possono derivare da investimenti mentre le loro spese possono essere avvolte nel segreto».

Chancel è d’accordo: «Le persone che pensano alle impronte di carbonio solo dal punto di vista del consumo non hanno il quadro completo. Utilizzando una combinazione sistematica di dati fiscali, indagini sulle famiglie e tabelle input-output, il nuovo studio è in grado di rappresentare in modo più completo le emissioni dei più ricchi. Gli individui possono consumare carbonio, ma possono anche possedere [e investire in] aziende che producono carbonio. Quindi qui si propone un metodo che integrerà questi diversi frammenti delle nostre impronte di carbonio insieme in un quadro coerente in cui non si conta due volte la stessa tonnellata di carbonio».

Il nuovo studio rileva che «Per l’1% più ricco di emettitori, la maggior parte delle emissioni può essere ricondotta agli investimenti. Mentre la quota di emissioni legate agli investimenti è aumentata per il 10% più ricco degli emettitori nell’ultimo decennio, è diminuita per il 50% più povero». Chancel spiega ancora che «Questo cambiamento nei modelli di investimento è determinato dai crescenti gap di ricchezza all’interno dei Paesi».

Per contestualizzare questi risultati, Chancel ha confrontato le emissioni odierne con quelle necessarie per limitare il riscaldamento a 1,5° C o 2° C al di sopra dei livelli preindustriali e ne è venuto fuori che .

Il grafico seguente mostra l’impronta di carbonio media in diverse regioni del mondo nel 2019 e le «Per limitare il riscaldamento a 1,5° C, le emissioni medie pro capite devono diminuire di oltre due terzi rispetto al valore del 2019 di 6tCO2e. Questo richiederebbe a tutte le regioni, ad eccezione dell’Africa subsahariana, di ridurre le emissioni, e volte per raggiungere l’obiettivo i cittadini del Nord America dovrebbero ridurre le loro emissioni di oltre 10. Inoltre, quando questi vengono espressi in termini pro capite, una gran parte della popolazione nei Paesi ricchi sembra già essere vicina agli obiettivi climatici nazionali per il 2030. Ad esempio, i nationally determined contributions (NDCs) stabiliti nell’ambito dell’Accordo di Parigi implicano un obiettivo pro capite di circa 10 tonnellate di CO2e negli Stati Uniti».

Per raggiungere l’obiettivo del 2030, negli Stati Uniti il 10% più ricco della popolazione dovrebbe ridurre le proprie emissioni di quasi il 90%, ma il 50% più povero degli emettitori dovrebbe apportare poche modifiche.

In Cina, la differenza tra i gruppi di emettitori è ancora più evidente. Tutti i cinesi, tranne il 10% più ricco della popolazione,  potrebbero rimanere al di sotto delle proprie quote personali di gas serra, anche se le loro emissioni aumenteranno considerevolmente tra oggi e il 2030. Tuttavia, il 10% più ricco degli emettitori cinesi dovrebbe ridurre le emissioni di circa tre quarti.

Per Rao «Si scrive molto sulla crescita ad alta intensità di emissioni delle persone che acquistano nuovi elettrodomestici e automobili mentre escono dalla povertà. Ma questo studio rivela nettamente la necessità di concentrarsi sulle emissioni del lusso».

Chancel conclude: «Vorrei vedere i governi tener traccia di come sono distribuite le emissioni nei loro Paesi, come fanno con i dati sulla ricchezza e sul PIL. C’è molto lavoro da fare».

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