Quanto prenderà in futuro chi ha iniziato a lavorare oggi? Una domanda sottovalutata in modo drammatico dal governo, prima col decreto Salva Italia e poi con la riforma Fornero DI ANDREA BORGHESI
Pubblichiamo una serie di nostri articoli "best of 2012", tra quelli che ci sono piaciuti di più o ci sono sembrati significativi.
Cinquanta per cento: è questa la percentuale dell’ultimo stipendio che quanti hanno iniziato a lavorare negli ultimi anni, specialmente con contratti precari, rischiano di percepire domani come pensione; una percentuale ovviamente insufficiente a garantire una vita dignitosa per larga parte della popolazione.Una questione drammaticamente sottovalutata, che rischia di creare fra pochi decenni un esercito di nuovi poveri e un ulteriore sfaldamento del tessuto sociale del paese. Eppure né la manovra sulle pensioni di dicembre, spacciata come riforma per i giovani, né la modifica delle norme sul mercato del lavoro ora in Parlamento sembrano accorgersene. Parlare e legiferare sulla previdenza senza riferimenti al mercato del lavoro, in particolare con il nuovo sistema contributivo, ha, infatti, poco senso.
Fatta eccezione per l’elemento oggettivo di equità rappresentato dall’inserimento del pro-rata contributivo per tutti, il “Salva Italia” ha bruscamente elevato l’età pensionabile per le persone appartenenti ad alcune classi di età, con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi in questi giorni, ma non ha affatto affrontato le questioni di coloro che sono entrati nel sistema con il contributivo e che magari hanno versato una parte o tutta la propria contribuzione all’interno della gestione separata Inps, oppure che hanno avuto ampi periodi di discontunuità di versamento. Il riferimento è in particolare a coloro che oggi hanno tra i trenta e i quaranta anni e che hanno già percorso una parte consistente della propria carriera all’interno di questo nuovo scenario.
IL SISTEMA CONTRIBUTIVO
A differenza del passato, con il nuovo sistema la pensione non viene infatti calcolata sull’ultima frazione di carriera ma sull’intero periodo lavorativo. Essa è il risultato della moltiplicazione del montante contributivo (i contributi versati) rivalutato ogni anno sulla base del Pil e dell’inflazione (tasso di rivalutazione) per un coefficiente di trasformazione legato all’aspettativa di vita. Il sistema è, teoricamente, semplice: più guadagni con continuità e più accumuli, più va bene l’economia più si rivaluta quanto accumuli, più sarai vecchio al momento del pensionamento più prenderai di pensione.
Ci sono però seri problemi che stanno minando la costruzione di posizioni previdenziali solide: le retribuzioni negli ultimi anni crescono con grande difficoltà e si allarga il fenomeno del lavoro povero, le carriere sono sempre più discontinue e le aliquote sono troppo differenziate tra lavoro dipendente, lavoro parasubordinato e autonomo (vero o finto che sia). Il Pil, d’altro canto, negli ultimi anni è cresciuto a stento, quando non è calato vistosamente. Per finire, le espulsioni dal lavoro nella parte finale delle carriere lavorative, concordate o meno in accordi di esodo, sono sempre più frequenti.
Appare evidente, quindi, come la previdenza pubblica in generale e, nello specifico, le future pensioni dei lavoratori siano fortemente agganciate alle politiche di regolazione del mercato del lavoro e di welfare, a quelle per la crescita del paese e alle politiche industriali.
di Andrea Borghesi
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