Domenica, 23 febbraio 2020 - ore 23.27

LA PRESSANTE QUESTIONE DEMOGRAFICA CINESE – di Simone Acquaviva

Con i suoi 1,386 miliardi di abitanti, la Cina è esempio eclatante di come il fattore demografico possa essere un punto di forza nelle relazioni internazionali, ma, al contempo, una variabile determinante da gestire per la stabilità interna.

| Scritto da Redazione
LA PRESSANTE QUESTIONE DEMOGRAFICA CINESE – di Simone Acquaviva

Con i suoi 1,386 miliardi di abitanti, la Cina è esempio eclatante di come il fattore demografico possa essere un punto di forza nelle relazioni internazionali, ma, al contempo, una variabile determinante da gestire per la stabilità interna. Infatti, proprio dalla peculiare condizione demografica cinese arrivano alcune delle sfide di più complessa risoluzione per il governo nell’immediato futuro”. A scrivere è Simone Acquaviva che affida le sue riflessioni a questo articolo pubblicato dal Centro Studi Internazionali – Ce.S.I.

Ne riportiamo di seguito la versione integrale.

“L’attuale quadro demografico di Pechino presenta caratteristiche simili a quello proprio delle società industrializzate: bassa crescita della popolazione (0,6%, si stima che la decrescita inizierà nel 2027), invecchiamento (l’età media è di circa 38 anni, raddoppiata rispetto al 1970), basso tasso di fertilità (1,7 figli per ogni donna compresa tra i 15 e i 49 anni, ma secondo altre stime potrebbe essere addirittura pari a 1,18), alto tasso di dipendenza strutturale, che indica il rapporto tra la popolazione in età da lavoro e la popolazione in età non attiva (attorno al 42%). Questi fattori, inoltre, si sommano agli effetti generati dalla così detta politica del figlio unico, introdotta dal governo cinese nel 1979 per controllare la natalità nel Paese e ed abrogata solo nel 2016, anno in cui il governo ha reintrodotto la concessione di un secondo figlio, vincolo che a breve potrebbe essere rimosso.

Questa strategia di controllo della natalità ha portato ad un crollo repentino delle nascite, causando altresì diversi effetti collaterali di lungo periodo, che pongono la Cina di fronte all’urgenza di trovare delle soluzioni agli squilibri interni per scongiurare l’insorgere di forti tensioni sociali pericolose per la stabilità del sistema nel prossimo futuro.

Il primo di questi è rappresentato dal divario di genere.

La Cina, per via della preferenza culturale verso i figli maschi, è di fatti uno dei pochi Paesi al mondo dove il numero di uomini supera quello delle donne, solitamente più numerose per via di una maggiore aspettativa di vita. Ad oggi, per ogni 100 donne, vivono in Cina 106 uomini, dato che comporta, in termini assoluti, una discrepanza tra i due sessi di 40 milioni. Ciò è ulteriormente aggravato dallo squilibrio di genere nelle generazioni nate dopo l’introduzione della politica del figlio unico, come dimostrano i divari ancora più accentuati tra i ragazzi con età compresa tra i 0 e 14 anni (117 uomini ogni 100 donne) e tra 15 e 24 (115 uomini ogni 100 donne). Il disequilibrio tra uomini e donne in giovane età contribuisce ad estendere i problemi demografici anche alla prossima generazione.

Un secondo elemento di disequilibrio interno è rappresentato dalla mancata correlazione tra tasso di industrializzazione e calo della fertilità. L’adozione di una politica di controllo della natalità, infatti, non è avvenuta in un contesto di crescita economica tale da garantire la sostenibilità del sistema. L’alta natalità è da sempre un fenomeno legato, oltre a fattori culturali e religiosi, a povertà e scarse tutele sociali. In società sprovviste di welfare, prevalentemente agricole, una prole numerosa è un’assicurazione sulla vecchiaia, poiché rappresenta l’unica fonte di sostentamento in età avanzata. Con l’introduzione in Cina di sistemi di previdenza sociale, uniti al processo di urbanizzazione, che ha portato in dote un più facile accesso alle strutture sanitarie ed ha influito positivamente sull’istruzione (in particolare femminile), l’aspettativa e la qualità di vita della popolazione, per lo meno urbana, è andata migliorando e con ciò la necessità di procreare è andata riducendosi. I cinesi, di fatti, sono scesi al di sotto del tasso di sostituzione (2,1 figlio per donna, necessario per mantenere la popolazione invariata nel lungo periodo) dalla seconda metà degli anni ’90, quando il PIL pro capite si assestava attorno ai 600 dollari l’anno. Nello stesso periodo il Giappone, con un tasso di fertilità pari a 1.5, registrava un PIL superiore ai 40.000 dollari annui mentre l’Indonesia, pur in un trend di calo demografico, aveva livelli di ricchezza simili a quelli cinesi ma poteva vantare una nascita in più per donna.

La mancata correlazione tra bassa ricchezza e alta fertilità pone la Cina di fronte allo spettro di una numerosa generazione di anziani fortemente esposti a rischio povertà. La maggior parte dei prossimi pensionati cinesi, di fatti, avrà lavorato principalmente durante periodi di bassa prosperità economica e non potrà così contare su un risparmio privato (sia sotto forma di accumulazione diretta, che di contribuiti versati) sufficiente a trascorre una vecchiaia economicamente serena. Inoltre, i futuri pensionati cinesi saranno sprovvisti di una seconda generazione che possa contribuire al reddito familiare. La situazione è ancora più grave nelle campagne, dove spesso gli anziani si ritrovano soli, per via dell’emigrazione dei figli verso i centri urbani, e dove i servizi statali sono minori ed il risparmio accumulato più basso.

Infine, le politiche di controllo della natalità hanno ulteriormente acuito lo squilibrio tra numero di nati prima della legge (il tasso di fertilità nel 1968 era pari a 6) e non, con evidenti ricadute sul tasso di dipendenza futuro, incidendo pesantemente sulla sostenibilità del sistema pensionistico cinese.

Nei prossimi 15-20 anni si stima che la Cina avrà circa 150 milioni di nuovi anziani, mentre la popolazione potrebbe perdere quasi 100 milioni di individui, portando così il numero degli over 65 ad una cifra che oscilla tra 1/4 ed il 30% del totale della popolazione.

Di fronte a questo scenario, l’adozione di nuove politiche di welfare è diventata ormai una priorità per le autorità di Pechino. Il sistema pubblico pensionistico cinese si compone di due grandi categorie: il BOAI (Basic Old Age Insurance), che raccoglie circa 400 milioni di dipendenti, ed il Resident Scheme, che copre 512,6 milioni di lavoratori, principalmente artigiani e dediti al settore agricolo. Ad oggi i contributi versati da lavoratori ed imprese non sono sufficienti a coprire i due fondi ed è necessaria un’integrazione con risorse provenienti dal bilancio pubblico, pari a circa il 3% del budget statale. Con l’uscita dal lavoro di milioni di lavoratori, la pressione sulle finanze pubbliche sarà molto forte. Si stima che la spesa pubblica legata alle pensioni sia già cresciuta del 140% tra il 2011 e il 2016 e che questa sia destinata ad arrivare fino al 20% del budget entro il 2050. Il tutto senza considerare quell’aumento della rendita media delle pensioni, che sarebbe necessario per assicurare condizioni di vita dignitose ad una fetta di popolazione così ampia e sovraesposta a rischio povertà, accentuato dall’aumento del costo della vita legato alla crescita economica recente, soprattutto nelle città. Si stima che, in media, la pensione mensile di un lavoratore i aggiri tra i 2000 e i 3000 yuan (pari a circa 257 e 385 euro). Altri effetti economici correlati all’involuzione demografica riguarderanno possibili minori entrate da tassazione diretta, legate al minor numero di lavoratori, una contrazione dei consumi interna, dovuta alla minore propensione marginale al consumo degli anziani, oltre ad un aumento di voci di spesa pubblica come quella sanitaria.

Per poter bilanciare la pressione sui conti pubblici, il governo cinese deve affrontare diverse situazioni spinose.

In primis sicuramente quella dell’età pensionabile, ancora molto bassa (60 anni per uomini e 55 per le donne, 50 se operaie), di fronte ad un’aspettativa di vita di 77,5 anni, destinata ad aumentare. L’innalzamento dell’età pensionabile, in linea con quella dei Paesi maggiormente sviluppati, non pare rimandabile nel lungo periodo, ma il governo deve certamente tenere da conto eventuali ripercussioni negative in termini di tensioni sociali che un provvedimento del genere potrebbe portare in dote.

Inoltre, al fine di compensare la perdita quantitativa di lavoro, il governo cinese dovrà intensificare l’investimento in capitale umano e ricerca e sviluppo. In questa direzione sembra muoversi anche il piano strategico “Made in China 2025”, che punta a convertire l’economia cinese da settori altamente intensivi in termini di lavoro verso settori ad alto coefficiente tecnologico. Questo processo potrebbe contribuire allo sviluppo qualitativo dell’economia nazionale e, con essa, portare ad un innalzamento dei salari previsti per i lavoratori, nonché, di conseguenza, ad un incremento della tassazione dei redditi, al fine di finanziare le pensioni. La necessità di trovare una soluzione alle possibili difficoltà legate alla sostenibilità del sistema pensionistico trova conferma anche nell’interesse del governo di valutare l’implementazione sia di nuovi metodi di risparmio per i lavoratori, attraverso il rafforzamento del ruolo dei fondi di investimento, sia di ridurre le disparità di rendite pensionistiche, non solo tra lavoratori pubblici e privati, ma anche tra aree rurali e urbane.

Nonostante le autorità si stiano muovendo in questa direzione, la gestione della previdenza sociale rappresenta una questione pressante per Pechino, che guarda alla questione demografica e, in particolare, all sostenibilità della generazione di anziani in futuro come un problema di natura sia finanziaria sia politica. Da un punto di vista finanziario, la necessità di destinare fondi per il welfare potrebbe portare le autorità a rivedere l’allocazione delle risorse nel budget nazionale: un eventuale incremento delle risorse destinate alla spesa sociale potrebbe tradursi in una riduzione delle risorse da destinare all’implementazione di altri dossier, con un possibile ridimensionamento della capacità di spesa destinata, per esempio, alla politica estera. Da un punto di vista politico, un’eventuale mancata risposta alle nuove esigenze della popolazione potrebbe generare delle fratture interne alla Repubblica popolare, acuendo non tanto il divario generazionale tra la popolazione ma soprattutto innescando una delle pericolose micce della così detta bomba demografica, che potrebbe generare un’ondata di malcontento e mettere a repentaglio la stabilità dell’interno sistema”. 

 

 

 

 

FONTEaise

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