Giovedì, 20 gennaio 2022 - ore 14.43

Nelle isole di plastica oceniche stanno crescendo comunità viventi neopelagiche

Un effetto collaterale dell'inquinamento da plastica che potrebbe presto trasformare la vita sulla terraferma e in mare

| Scritto da Redazione
Nelle isole di plastica oceniche stanno crescendo comunità viventi neopelagiche

Secondo il nuovo studio “Emergence of a neopelagic community through the establishment of coastal species on the high seas”, pubblicato su Nature Communications da un team di ricercatori statunitensi e canadesi , «Le piante e gli animali costieri hanno trovato un nuovo modo di sopravvivere in mare aperto, colonizzando l’inquinamento da plastica». Lo studio elenca le specie costiere che crescono nella spazzatura che galleggia in mare a centinaia di miglia al largo delle coste nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale, più comunemente noto come “Great Pacific Garbage Patch”.

La principale autrice dello studio, Linsey Haram dello Smithsonian Environmental Research Center (SERC). Ricorda che «I problemi della plastica vanno oltre la semplice ingestione e intrappolamento. Sta creando opportunità per la biogeografia delle specie costiere di espandersi notevolmente oltre quel che in precedenza pensavamo fosse possibile».

I vortici di plastica oceanici si formano quando le correnti superficiali portano l’inquinamento da plastica dalle coste alle regioni in cui le correnti rotanti intrappolano gli oggetti galleggianti, che si accumulano nel tempo. Il mondo ha almeno 5 mega-vortici di plastica, o “garbage patches”, quelle che impropriamente vengono chiamate “isole di plastica”. Il North Pacific Subtropical Gyre, che si estende tra la California e le Hawaii, contiene più plastica, con circa 79.000 tonnellate di plastica che galleggiano in una regione oceanica di oltre 610.000 miglia quadrate. Mentre garbage patch  o isola di plastica sono termini impropri – gran parte dell’inquinamento è costituito da microplastiche, troppo piccole per essere viste ad occhio nudo – anche detriti galleggianti come reti, boe e bottiglie vengono portati dalle correnti nei vortici, portando con sé organismi che solitamente vivono  in  habitat costieri. Gli autori dello studio chiamano queste comunità neopelagiche.

Gli scienziati avevano iniziato a sospettare che le specie costiere potessero usare la plastica per sopravvivere in mare aperto per lunghi periodi dopo lo tsunami giapponese del 2011: nel settembre 2017 un team di ricercatori statuinitensi pubblicò su Science lo studio “Tsunami-driven rafting: Transoceanic species dispersal and implications for marine biogeography” che dimostrava che quasi 300 specie avevano attraversato il Pacifico facendo rafting sui detriti dello tsunami nel corso di diversi anni. Ma fino ad ora, gli avvistamenti confermati di specie costiere sulla plastica direttamente in mare aperto erano rari.

Per questa scoperta, il team della Haram ha collaborato con l’ONG Ocean Voyages Institute  che raccoglie plastica galleggiante durante spedizioni in barca a vela, e con Jan Hafner e Nikolai Maximenko una coppia di oceanografi dell’Università delle Hawaii – Manoa che hanno creato modelli in grado di prevedere dove è più probabile che la plastica si accumuli nel vortice subtropicale del Pacifico settentrionale e hanno condiviso queste informazioni con l’Ocean Voyages Institute.

La Haram che ora fa parte dell’American Association for the Advancement of Science, evidenzia che «Un vantaggio dell’istituto è la bassa impronta di carbonio delle sue navi. Raggiungere il centro dell’oceano con una barca a benzina può richiedere molta energia. Quindi usano navi a vela da carico di grandi dimensioni per andare in giro e rimuovere la plastica dall’oceano aperto».

Durante il primo anno della pandemia di Covid-19, la fondatrice dell’Ocean Voyages Institute Mary Crowley e il suo team sono riusciti a raccogliere la cifra record di 103 tonnellate di plastica e altri detriti dal vortice subtropicale del Pacifico settentrionale e hanno spedito alcuni di quei campioni al Marine Invasions Lab del SERC dove la Haram ha analizzato le specie che li avevano colonizzati, trovando molte specie costiere, tra cui anemoni, idroidi e anfipodi simili a gamberetti, che non solo erano sopravvissute, ma prosperano sulla plastica marina.

Per gli scienziati marini, l’esistenza stessa di questa comunità “new open ocean” è un cambiamento di paradigma. Lo scienziato senior del SERC Greg Ruiz, che dirige il Marine Invasions Lab dove ha lavorato la Haram, ricorda che «Finora l’oceano aperto non era stato abitabile per gli organismi costieri. In parte a causa della limitazione dell’habitat – non c’era plastica lì in passato – e in parte, pensavamo, perché era un deserto alimentare». La nuova scoperta mostra che entrambe le idee non sono sempre vere. La plastica sta fornendo l’habitat e.  in qualche modo, gli organismi rafters stanno trovando cibo. Ruiz sottolinea che «Gli scienziati stanno ancora discutendo esattamente su come: se si spostano negli hot spot di produttività esistenti nel vortice, o perché la plastica stessa agisce come una barriera corallina che attira più fonti di cibo».

Ora, gli scienziati devono affrontare un altro cambiamento: come questi raftercostieri potrebbero modificare l’ambiente. L’oceano aperto ha molte sue specie autoctone, che colonizzano anche i detriti galleggianti, l’arrivo di nuove specie costiere competitrici potrebbe sconvolgere gli ecosistemi oceanici che sono rimasti indisturbati per millenni.

La Haram conferma: «Le specie costiere sono direttamente in competizione con questi rafters oceanici. Sono in competizione per lo spazio. Sono in competizione per le risorse. E queste interazioni sono molto poco comprese».

E poi c’è la minaccia delle specie invasive. Gli scienziati hanno già visto che sono iniziate ad arrivare con i detriti dello tsunami giapponese, che trasportavano organismi dal Giappone al Nord America. Vaste colonie di specie costiere che galleggiano in mare aperto per anni alla volta potrebbero fungere da nuovo serbatoio, offrendo ai rafters  costieri maggiori opportunità di invadere nuove coste. E Ruiz fa notare che «Quelle altre coste non sono solo centri urbani. Quell’opportunità si estende ad aree più remote, aree protette, isole hawaiane, parchi nazionali, aree marine protette».

Gli autori dello studio non sanno ancora quanto siano comuni queste comunità “neopelagiche”, se possono sostenersi da sole o se esistono anche al di fuori del vortice subtropicale del Pacifico settentrionale. Ma la dipendenza del mondo dalla plastica continua a crescere e gli scienziati stimano che entro il 2050 i rifiuti di plastica globali cumulativi potrebbero raggiungere oltre 25 miliardi di tonnellate.

Gli autori dello studio concludono: «Con tempeste più violente e più frequenti all’orizzonte a causa dei cambiamenti climatici, ci aspettiamo che ancora più plastica verrà spinta in mare. Le colonie di rafters costiere in alto mare probabilmente potranno solo crescere. Questo effetto collaterale a lungo trascurato dell’inquinamento da plastica potrebbe presto trasformare la vita sulla terraferma e nel mare».

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