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Nuovi impianti di cremazione in provincia di Brescia| Dino Alberti

LA FOLLIA DI REGIONE E COMUNI NEL VOLERE FORNI CREMATORI NUOVI E L’AMPLIAMENTO DEGLI ESISTENTI

| Scritto da Redazione
Nuovi impianti di cremazione in provincia di Brescia| Dino Alberti

Nuovi impianti di cremazione in provincia di Brescia| Dino Alberti

LA FOLLIA DI REGIONE E COMUNI NEL VOLERE FORNI CREMATORI NUOVI E L’AMPLIAMENTO DEGLI ESISTENTI

Brescia, 16 gennaio 2021 - «Alfianello, Brescia, Palazzolo sull’Oglio, Chiari, Verolanuova. Questi sono i Comuni del bresciano che hanno fatto richiesta di poter avere nuovi forni crematori o l’ampliamento degli esistenti come Brescia. E in sospeso c’è ancora il ricorso fatto nei confronti della Regione dal Comune di Quinzano d’Oglio per avere, anche lui, un crematorio. Tutta la vicenda ha dell’assurdo». Lo afferma Dino Alberti, consigliere bresciano in Regione Lombardia.

«La Regione nel 2015 aveva presentato una delibera che apriva le porte all’incenerimento del caro estinto. E con una delibera dello scorso giugno aveva individuato i nuovi fabbisogni di cremazione e quindi i nuovi impianti da realizzare. Tra questi il contestato impianto di Quinzano d’Oglio. La stessa delibera fu impugnata dall’allora Commissario Prefettizio di Quinzano di fronte al TAR che ha successivamente deliberato la sospensiva dell’atto rimandando ad aprile 2021 la pronuncia in merito. Nonostante questo, Regione Lombardia ha comunque pensato di procedere all’emanazione di un ulteriore bando volto a raccogliere proposte per nuovi impianti tramite il Decreto 13065. I Comuni dovevano presentare le istanze di richiesta all’Assessorato al Welfare entro il 31 dicembre 2020. Con una mia richiesta di accesso atti, si è scoperto che sono ben 26 i Comuni lombardi che hanno inoltrato la domanda per poter avere un crematorio o ammodernare l’esistente sul proprio territorio. Di questi, 5 solo nella provincia di Brescia».

«Quando affermo che la richiesta di così tanti Comuni è assurda, lo dico perché gli inquinanti che i crematori emettono sono, come confermano i diversi studi fatti in merito ma anche chi questi impianti li costruisce, molteplici e molto pericolosi. I principali inquinanti creati dal processo di cremazione sono il monossido di carbonio, ossidi di azoto, diossido di zolfo, i PM2,5 e PM10, i composti organici volatili, la formaldeide, diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici, metalli pesanti inclusi mercurio, piombo e cadmio. Una lunga lista che dovrebbe far riflettere ma che invece non pare nemmeno essere stata presa in considerazione dalle amministrazioni che un forno lo vogliono».

«C’è poi un altro aspetto grave che coinvolge le amministrazioni che hanno fatto richiesta di avere dei forni. Quasi tutte non si sono confrontate con la cittadinanza per conoscere la loro opinione ma soprattutto non hanno chiesto ad esperti e tecnici indipendenti del settore cosa ne pensassero. E’ necessario ricordare che i sindaci, ossia coloro che in prima persona hanno fatto istanza di richiesta alla Regione, sono la prima autorità sanitaria di ogni paese. Il loro compito è quello di assicurare e tutelare la salute dei cittadini. Se non si hanno le capacità di ascoltare chi ha delle osservazioni da fare, soprattutto se importanti come quelle collegate al progetto di un nuovo forno crematorio, è normale dire che non si sia all’altezza di svolgere questo compito».

 «Non basta essere la provincia immondezzaio d’Italia con la più alta quantità di rifiuti interrati per chilometro quadrato? Non basta avere la Caffaro, un Sito di Interesse Nazionale che minaccia costantemente le falde potabili di mezza provincia? Non basta avere un sistema industriale terribilmente impattante che nel corso dei decenni ha lasciato segni indelebili per l’ambiente dove viviamo? Non basta avere continui spandimenti di liquami, fanghi e gessi di depurazione nei campi e una densità di allevamenti intensivi ineguagliabile? No, non basta. Ora si ha anche la necessità, solo per alcuni, di avere anche 5 impianti di cremazione in provincia!» 

«Tutte le amministrazioni coinvolte – conclude Alberti – dovrebbero fermarsi e riflettere su tutti questi aspetti. Ma per farlo al meglio, bisognerebbe al più presto coinvolgere tutti i veri interessati».

 

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