Sabato, 08 ottobre 2022 - ore 00.51

Per salvare il pianeta e l’economia l’umanità deve investire 8,1 trilioni di dollari entro il 2050

536 miliardi di dollari all’anno in soluzioni basate sulla natura per affrontare con successo le crisi interconnesse di clima, biodiversità e degrado del suolo

| Scritto da Redazione
Per salvare il pianeta e l’economia l’umanità deve investire 8,1 trilioni di dollari entro il 2050

Il nuovo  rapporto “State of Finance for Nature”, pubblicato da  United Nations Environment Programme (Unep), World Economic Forum (Wef) ed Economics of Land Degradation (ELD), un’iniziativa sostenuta da Deutsche Gesellschaft für Internationale Zusammenarbeit (GIZ) in collaborazione con Vivid Economics, rivela che «E’ necessario un investimento totale in natura di 8,1 trilioni di dollari da qui al 2050 – mentre gli investimenti annuali dovrebbero raggiungere i 536 miliardi di dollari entro il 2050 – per affrontare con successo le crisi interconnesse di clima, biodiversità e degrado del suolo». Il rapporto evidenzia che «Gli investimenti annuali in soluzioni basate sulla natura dovranno triplicare entro il 2030 e quadruplicare entro il 2050 rispetto agli attuali investimenti in soluzioni basate sulla natura di 133 miliardi di dollari (utilizzando il 2020 come anno base)».

Gli autori del rapporto esortano i governi, le istituzioni finanziarie e le imprese a «Superare questo gap di investimenti, ponendo la natura al centro del processo decisionale economico del futuro» e sottolineano la necessità di «Accelerare rapidamente i flussi di capitale verso soluzioni basate sulla natura, ponendo la natura al centro del processo decisionale del settore pubblico e privato relativo alle sfide della società, compresa la lotta alle crisi climatiche e della biodiversità».

State of Finance for Nature ribadisce che, per colmare il divario finanziario di 4,1 trilioni di dollari tra oggi e il 2050, sono necessarie trasformazioni strutturali, ad iniziare da una ripresa post Covid-19 più sostenibile, ma anche non riproponendo più dannosi sussidi agricoli e per i combustibili fossili e creando altri incentivi economici e normativi.

Il rapporto avverte che «La continua perdita di spazi naturali, comprese le foreste, è diventata un rischio sistemico per l’economia globale». Negli ultimi dieci anni, il 26% della perdita globale di copertura arborea è stata causata dalla produzione di soli 7 prodotti agricoli: bestiame, palma da olio, soia, cacao, gomma, caffè e fibra di legno e, «Salvo grandi cambiamenti, il pedaggio per le foreste e altri spazi selvaggi continuerà a salire, mettendo in pericolo le industrie che dipendono dalle risorse naturali».

Le foreste sono state particolarmente colpite dall’attività umana. Ogni anno, il mondo perde 10 milioni di ettari di copertura arborea, un’area grande quanto la Corea del sud Repubblica di Corea. Le foreste forniscono acqua potabile a un terzo delle più grandi città del mondo e supportano oltre il 65% delle specie di anfibi, uccelli e mammiferi.

Unep, Wef ed ELD dicono che «Investire nella natura sostiene la salute umana, animale e planetaria, migliora la qualità della vita e crea posti di lavoro. Tuttavia, la natura attualmente rappresenta solo il 2,5% della spesa per gli stimoli economici previsti per il post Covid-19. Anche il capitale privato dovrà essere aumentato drasticamente per colmare il divario di investimenti. Lo sviluppo e l’aumento dei flussi di entrate dai servizi ecosistemici e l’utilizzo di modelli di finanza mista come mezzo per accumulare il capitale privato sono tra le suite di soluzioni necessarie per realizzare questo obiettivo, che richiede anche la condivisione del rischio da parte di entità del settore privato».

La direttrice esecutiva dell’Unpe, Inger Andersen, ha ricordato che «La perdita di biodiversità sta già costando ogni anno all’economia globale il 10% della sua produzione. Se non finanziamo a sufficienza soluzioni basate sulla natura, avremo un impatto sulle capacità dei Paesi di compiere progressi in altre aree vitali come l’istruzione, la salute e l’occupazione. Se non salviamo la natura ora, non saremo in grado di raggiungere uno sviluppo sostenibile. Il rapporto è un campanello d’allarme per i governi, le istituzioni finanziarie e le imprese affinché investano nella natura, compresi la riforestazione, l’agricoltura rigenerativa e il ripristino del nostro oceano. I Paesi e i leader dell’industria avranno l’opportunità di farlo ai prossimi vertici riguardanti clima, biodiversità, degrado del suolo e sistemi alimentari e nel contesto del Decennio dell’United Nations Decade on Ecosystem Restoration (2021-2030).  Proteggere le riserve naturali di carbonio come foreste, torbiere e l’oceano non è un sostituto per la decarbonizzazione dell’economia globale, ma piuttosto è parte di una soluzione a lungo termine per salvaguardare la Terra e il suo clima».

Summit globali che offrono l’opportunità di sfruttare lo slancio politico e commerciale che imprimeranno per allineare la ripresa economica con l’Accordo di Parigi e il post-2020 Global Biodiversity Framework che dovrebbe approvare la 15esima Conferenza delle parti della Convention on Biological Diversity e, quindi, essere coerente con la limitazione del riscaldamento a 1,5° C sopra i livelli preindustriali, nonché con l’arresto e l’inversione della perdita di biodiversità.

Secondo il rapporto, le sole soluzioni basate sulle foreste, compresa la gestione, la conservazione e il ripristino delle foreste, richiederanno 203 miliardi di dollari di spesa annua totale a livello globale. Il che equivale a poco più di 25 dollari all’anno per ogni cittadino. State of Finance for Nature chiede di «Abbinare gli investimenti nelle azioni di ripristino al finanziamento di misure di conservazione. Ciò potrebbe comportare un aumento della superficie forestale e agroforestale (la combinazione di produzione alimentare e coltivazione di alberi) di circa 300 milioni di ettari entro il 2050, rispetto al 2020».

Uno degli autori dello studio, l coautore del rapporto Ivo Mulder, a capo della climate finance unit dell’Unep, ha detto alla Thomson Reuters Foundation che «I flussi finanziari dovrebbero lavorare con la natura piuttosto che contro di essa. E’ un’opportunità in più per vedere come si può continuare a fare business, come possono i governi continuare a crescere economicamente, ma farlo in un modo più equo e sostenibile. Non è impossibile».

Dal rapporto emerge che nel 2018 l’investimento annuale del settore privato nelle soluzioni basate sulla natura era di 18 miliardi di dollari con la finanza privata che «Rappresenta solo il 14%, compreso il capitale mobilitato attraverso filiere agricole e forestali sostenibili, investimenti di private equity, compensazioni della biodiversità finanziati da settori privati, capitale filantropico, finanziamento privato sfruttato da organizzazioni multilaterali e mercati del carbonio legati alle foreste e ad altri utilizzi del suolo».

Secondo la Climate Policy Initiative, nella finanza climatica, gli investimenti del settore privato rappresentano la maggior parte dei flussi di capitale (56%) e il rapporto sottolinea che «L’aumento progressivo del capitale privato per soluzioni basate sulla natura è una delle sfide centrali dei prossimi anni, con un’attenzione specifica agli investimenti nella natura per sostenere la crescita economica sostenibile nel XXI secolo. Investitori, sviluppatori, produttori di infrastrutture di mercato, clienti e beneficiari possono svolgere un ruolo nella creazione di un mercato nel quale le soluzioni basate sulla natura accedono a nuove fonti di reddito, aumentano la resilienza delle attività commerciali, riducono i costi o contribuiscono alla reputazione e allo scopo».

Sebbene siano già emerse numerose iniziative guidate dal settore privato, il rapporto sottolinea «La necessità per le aziende e le istituzioni finanziarie di essere sempre più parte della soluzione condividendo il rischio e impegnandosi a promuovere i finanziamenti e gli investimenti in soluzioni basate sulla natura in modo ambizioso e con obiettivi chiari e limitati nel tempo».

Mulder aggiunge che «Un fallimento nell’aumentare gli investimenti per la natura minaccerebbe gli obiettivi dell’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, mentre più specie animali e vegetali andrebbero perse».

Ma resta ancora molto da fare per creare una domanda di soluzioni basate sulla natura e per mettere in atto solide salvaguardie ambientali e sociali e per affrontare gli ostacoli legali. Una leva per produrre opportunità di investimento è quella di concentrarsi su stimoli economici e risultati sociali positivi. Più le parti interessate perseguono queste opportunità vantaggiose per tutti, più gli investimenti pubblici e privati nelle soluzioni basate sulla natura aumenteranno nel tempo.

Il rapporto afferma che «I governi devono creare l’ambiente favorevole che permetta che ciò accada. Possono farlo rivedendo  le politiche agricole e le tariffe e sviluppando tassonomie per determinare cosa è sostenibile e cosa non lo è. Le imprese e le istituzioni finanziarie devono anche condividere il rischio e impegnarsi ad aumentare i finanziamenti e gli investimenti in soluzioni basate sulla natura in modo ambizioso, con chiari obiettivi a tempo determinato. Un percorso d’azione per il finanziamento della natura, che agisce come una visione condivisa, può guidare le decisioni sull’utilizzo del suolo a sostegno di sistemi naturali sani e dello sviluppo sostenibile».

Lo State of Finance for Nature presenta diversi casi di studio di imprese e di investimento per la natura, lungo un percorso di transizione verso un’economia net zero, positiva per la natura. Si va dall’impegno del governo scozzese a spendere 250 milioni di sterline per il ripristino delle torbiere nei prossimi 10 anni, all’iniziativa di Credit Union per la gestione delle prestazioni sociali, che fornisce schemi di finanziamento innovativi per sostenere progetti territoriali integrati in Indonesia.

Il rapporto conclude: «Sebbene gli investimenti in soluzioni basate sulla natura non possano sostituire una profonda decarbonizzazione di tutti i settori dell’economia, possono contribuire al ritmo e alla portata richiesti per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici».

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