Il manoscritto è visibile per la prima volta nella storia dal 15 aprile al 6 settembre in una mostra organizzata dalla British Library in occasione dei 400 anni dalla nascita del grande drammaturgo inglese.
La descrizione dei richiedenti asilo dell’epoca e i giudizi del grande drammaturgo sulla loro situazione impressionano per la grande attualità. Li presentiamo in occasione della visita del Papa a Lesbo, ma anche dell’annuncio di una nuova ecatombe nel Mediterraneo e a pochi giorni di distanza dall’attacco ai rifugiati con spari ad altezza di bambino e gas lacrimogeni della polizia macedone sul confine greco di Idomeni, dove migliaia di persone sono rimaste intrappolate dalla chiusura definitiva delle frontiere sulla rotta balcanica. E’ uno spunto di riflessione di grande spessore culturale e profondità storica, come d’altra parte è di straordinaria rilevanza la visita di papa Francesco nell’isola greca, che costituisce certamente una prima risposta alla tensione ormai alle stelle suscitata in Europa da politiche di respingimento miopi che hanno già violato tutte le convenzioni in materia di diritto alla protezione internazionale e i pilastri stessi dell’Unione Europea. E, bisogna ammetterlo, hanno dato respiro alla parte peggiore dell’animo di tanti cittadini europei, per i quali non c’è più nessun rispetto per il dolore altrui, neppure per quello delle donne e dei bambini.
"Immaginate di vedere gli stranieri derelitti, coi bambini in spalla, e i poveri bagagli, arrancare verso i porti e le coste in cerca di trasporto" dice il drammaturgo inglese. Si riferisce ai tanti francesi protestanti che in epoca elisabettiana chiedevano asilo in Inghilterra: il numero sempre crescente di questi stranieri portò alla nascita di reazioni anti-immigrazione nella città di Londra. Quella di Shakespeare è un'accorata difesa dei diritti di chi fugge da fame, guerre e persecuzioni. Sono parole scritte secoli fa, “riscoperte” in questi giorni proprio sull'onda dell'attenzione internazionale sulla crisi dei migranti. Rileggendole oggi è impossibile non pensare ai migranti che dalla Siria e dal Nord Africa rischiano le loro vite per raggiungere l’Europa. L’ultimo naufragio è di ieri. Altri 400 morti nel Mediterraneo, da aggiungere ad un’ecatombe che sembra non aver mai fine.
William Shakespeare tenta, nelle sue pagine, di creare una certa empatia tra il suo pubblico e gli stranieri. Chiede agli spettatori di immaginare se stessi nella situazione di queste persone. "Se il Re vi bandisse dall’Inghilterra dov’è che andreste?", chiede il poeta. "Che sia in Francia o Fiandra, in qualsiasi provincia germanica, in Spagna o Portogallo, anzi, ovunque non rassomigli all'Inghilterra, orbene, vi troverete per forza a essere degli stranieri". E poi continua, rivolgendosi ancora a chi attacca i migranti: "Vi piacerebbe allora trovare una nazione d'indole così barbara che, in un'esplosione di violenza e di odio, non vi conceda un posto sulla terra, affili i suoi detestabili coltelli contro le vostre gole, vi scacciasse come cani, quasi non foste figli e opera di Dio, o che gli elementi non siano tutti appropriati al vostro benessere, ma appartenessero solo a loro? Che ne pensereste di essere trattati così? Questo è ciò che provano gli stranieri. Questa è la vostra disumanità".
È incredibile constatare come un testo scritto 400 anni fa possa essere tanto attuale e ci aiuti anche ad avanzare alcune previsioni.
La risposta finale della storia fu che quei rifugiati diventarono parte integrante della popolazione inglese e contribuirono alla grandezza di quel paese; dei disordini di Londra al loro arrivo nessuna si ricorda. Così come i migranti dei giorni nostri diventeranno parte integrante e necessaria dell’Europa del prossimo futuro, secondo analisi demografiche ed economiche scientificamente accreditate. Per forza di cose, chi vi si oppone finirà invece dalla parte dei perdenti che non hanno saputo leggere i segni dei tempi … e neppure quelli del proprio stesso interesse. E’ davvero tremendo che questo debba avvenire, però, sulla pelle di tante persone senza nessuna colpa.


