Lunedì, 15 ottobre 2018 - ore 23.45

Pianeta Migranti. ‘C’è chi tratta ancora i migranti come bestie’

“Le migrazioni – ha spiegato il cardinale africano Nzapalinga – non esistono da ora, ma già ai tempi di Abramo.

| Scritto da Redazione
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Pianeta Migranti. ‘C’è chi tratta ancora i migranti come bestie’

Lo denuncia il cardinale Nzapalainga vescovo nella Repubblica Centroafricana. Va sottolineato però che c’è bestia e bestia. I cani per esempio, sono trattati meglio dei migranti. Se abbandoniamo il cane in autostrada veniamo perseguiti. Se lasciamo annegare i migranti in mare, no. Li consideriamo vuoti a perdere, non esseri umani. Se poi li aiuti, rischi la denuncia per reato di solidarietà.

“Le migrazioni – ha spiegato il cardinale africano Nzapalinga – non esistono da ora, ma già ai tempi di Abramo. Ora, per molti migranti, dietro la fuga c’è una scelta di sopravvivenza. Nei nostri Paesi molti giovani si chiedono: se resto muoio, se parto muoio, cosa scelgo? Spesso si tratta di un salto nel nulla. Ma quelli che partono hanno sempre le loro ragioni e la Chiesa deve accompagnarli: sono esseri umani, non bestie”. “A volte – ha insistito Nzapalainga – essi vengono respinti come bestie. Oppure, vengono accolti solo se servono a qualcosa, se portano dei vantaggi. No, sono esseri umani, e vanno trattati come tali. Questa è una questione che abbiamo portato al Sinodo dei giovani a Roma e che speriamo venga affrontata”.

All’interno del dibattito sinodale, tra le altre cose, si è detto che il problema delle migrazioni è complesso e che “bisogna distinguere le risposte che danno gli Stati al problema da quelle che dà la Chiesa. Il Vangelo su questo punto è chiaro: ‘ero straniero e mi avete accolto’. Per la Chiesa, l’accoglienza è un valore irrinunciabile.  Ma c’è una differenza di impegno tra la chiesa europea ed occidentale e quella africana. La Chiesa europea e occidentale fa bene a sviluppare il discorso dell’accoglienza, ma in Africa la Chiesa è impegnata a far sì che i giovani non partano, magari finendo nelle mani dei trafficanti di esseri umani. C’è chi spinge i giovani a emigrare, in modo che a livello locale non ci siano più generazioni per nuove classi dirigenti, e si favorisca così un nuovo colonialismo”.

Nel contesto di questa discussione, al Sinodo, l’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve ha ricordato che nell’incontro sul Mediterraneo che si terrà a Bari il prossimo novembre si lavorerà per un’azione comune, “perché ci sia la libertà e non la costrizione di emigrare, altrimenti si inseriscono forze che ritornano a sfruttare l’Africa”. A molti giovani africani - si è detto - si trasmette l’illusione che andando in Europa miglioreranno le loro condizioni di vita, che guadagneranno e manderanno i soldi alle famiglie, ma poi, una volta nei Paesi di approdo, non è così. Per questo la Caritas italiana aveva lanciato qualche anno fa la Campagna ‘il diritto di rimanere nella propria terra’ proprio per richiamare all’impegno di rimuovere le cause che obbligano i giovani a fuggire e garantire un futuro nei loro paesi. Ma se fuggono, bisogna garantire loro il diritto di vivere e non di morire nei tragitti del deserto, nei lager libici o sulle carrette del mare. Purtroppo, l’Europa, in balia di un’ondata sovranista-xenofoba, non è in grado di mettere in atto politiche migratorie che coniughino il rispetto dei diritti umani e la sicurezza dei paesi che accolgono; sceglie una politica al ribasso, quella di declassare i migranti a scarti umani e sociali. L’opinione pubblica a sua volta, sollecitata dal motto “prima noi poi loro” ha abbassato il suo livello di cultura civile affossando il senso comune di umanità e compassione nei confronti di altri uomini. Se, per esempio, si apprende che in un canile gli ospiti non ricevono un adeguato trattamento, si protesta e si scrive sui giornali; non succede altrettanto se l’Onu documenta che nel lager libici i migranti sono sottoposti a trattamenti orripilanti. E’ proprio il caso di chiedersi dov’è finita la nostra cultura umanista e cristiana di cui siamo andati tanto orgogliosi, e se per caso siamo tornati alla logica dell’ ”homo homini lupus”.

 

 

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