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Pianeta Migranti. I CPR sono come i manicomi e vanno chiusi

Marco Cavallo, la scultura costruita nel manicomio di Trieste nel 1973 adottata da Franco Basaglia come mascotte per chiudere i manicomi, ora è usata per chiudere i CPR.

| Scritto da Redazione
Pianeta Migranti. I CPR sono come i manicomi e vanno chiusi

Pianeta Migranti. I CPR sono come i manicomi e vanno chiusi Marco Cavallo, la scultura costruita nel manicomio di Trieste nel 1973 adottata da Franco Basaglia come mascotte per chiudere i manicomi, ora è usata per chiudere i CPR.

Li chiamiamo CPR, Centri di Permanenza per il Rimpatrio, luoghi di detenzione amministrativa per eseguire l’espulsione degli stranieri; in realtà sono spazi di esclusione e non-luoghi di violenza istituzionale. Chi entra in un CPR non ha commesso un reato, ma viene trattato come un criminale.

Essere irregolari non è una scelta degli stranieri, ma la conseguenza di una normativa irrazionale che non predispone canali regolari di ingresso per lavoro e studio, procedure di regolarizzazione a regime e di stabilizzazione delle presenze. In mancanza di tutto questo si fa finta di rimpatriare gli stranieri chiudendoli nei CPR. In realtà, nel 2024 solo il 10,4 %o degli stranieri trattenuti sono stati espulsi dai Cpr italiani, secondo i dati del Ministero dell’Interno.

Numeri risibili e tali resteranno anche in futuro! Di fatto, la funzione dei CPR non è tanto quella di rimpatriare gli irregolari, ma di svolgere un controllo simbolico, da utilizzare in sede politica per alimentare la macchina della paura e di conseguenza, il consenso. Dietro i numeri però, ci sono uomini e donne chiusi in gabbie di invisibilità che vivono in condizioni disumane: sovraffollamento, isolamento, assenza di assistenza sanitaria adeguata, diritti calpestati. Il paragone con i vecchi manicomi viene spontaneo. Ieri, le persone sparivano dietro l’etichetta “malato di mente” oggi, nei CPR con l’etichetta “migrante irregolare” si raggiunge lo stesso obiettivo: cancellare l’individuo, negargli voce, ridurlo a problema da nascondere, da rimuovere.

Ed è qui che torna utile evocare Marco Cavallo, la grande scultura azzurra costruita nel 1973 dentro l’ospedale psichiatrico di Trieste. Un cavallo di cartapesta, con un’enorme forza simbolica che ha aperto le porte del manicomio, abbattuto i muri, e restituito la libertà. Oggi abbiamo bisogno che Marco Cavallo torni a correre, per chi è rinchiuso nei CPR. Sarà infatti portato ai CPR di Gradisca d’Isonzo, Milano, Roma, Palazzo San Gervasio, Brindisi e Bari e in altri luoghi. L’iniziativa è collegata alla campagna “180 Bene Comune. L’arte per restare umani”, promossa dal Forum Salute Mentale e realizzato insieme al Tavolo Asilo e Immigrazione (TAI), a molte associazioni, gruppi e comitati informali. Ad ogni tappa, Marco Cavallo sarà circondato da bandiere realizzate con tessuti di scarto quali simboli delle vite ignorate degli internati e sarà accompagnato da iniziative pubbliche e dibattiti.

La lezione di Basaglia insegna che se un’istituzione annulla la dignità della persona non può essere riformata, ma solo chiusa. Così è stato per i manicomi, così deve essere per i CPR. Non servono regolamenti “più umani” o nuove forme di detenzione: serve il coraggio di dire che la detenzione amministrativa è incompatibile con una società che voglia dirsi democratica e civile. Chiudere i CPR significa immaginare politiche diverse: accoglienza diffusa, percorsi di regolarizzazione, inclusione sociale e lavorativa, invece che esclusione e segregazione. Significa anche smontare la narrazione tossica che alimenta paura e razzismo.

Ripetute indagini e rapporti dimostrano che i CPR sono uno spreco di denaro, sono strutture violente dove soltanto il 10 % delle persone con provvedimento di espulsione viene effettivamente rimpatriata. Nel 2023, su 28.347 migranti con ordine di espulsione, appena 2.987 sono stati rimpatriati tramite queste strutture. Sicchè la loro funzione non è quella di contrastare l’irregolarità di soggiorno, bensì quella di svolgere la funzione simbolica del controllo, da utilizzare in sede politica per alimentare la macchina della paura, e di conseguenza, il consenso. Oggi, come allora, serve un movimento collettivo capace di portare in piazza Marco Cavallo, di gridare che nessuno è illegale, che la libertà è la cura, che i muri non sono soluzioni.

 

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