Pianeta Migranti. Parole forti del cardinale Mimmo Battaglia contro i Cpr.
Discorso pronunciato alla manifestazione contro i Cpr a Caselvolturno il 24 ottobre 2026
“Una porta chiusa da fuori.
Vorrei partire da questa immagine. Una persona è dentro, la porta si chiude e, da quel momento, non è più lei a decidere quando uscire. Deve aspettare che qualcun altro apra. Fuori la vita continua, c’è il sole, ci sono persone che aspettano, ci sono cose da fare. Ma lei è lì, privata della possibilità di scegliere della propria giornata.
Adesso diamo a quella porta un nome: Cpr. Tre lettere che sembrano bastare a spiegare tutto. Ma dietro quella sigla ci sono uomini e donne, storie, famiglie, speranze. Persone che non possono diventare invisibili soltanto perché abbiamo trovato un modo per chiamarle. È da qui che vorrei cominciare. Dalle persone, non dalle sigle. Perché quando si parla di migrazione, di sicurezza e di rimpatri, il rischio è discutere di tutto tranne che di chi quelle decisioni le subisce.
Nel Vangelo di Marco c’è un uomo con una mano paralizzata. È nella sinagoga e alcuni osservano Gesù, aspettando che guarisca di sabato per trovare un motivo per accusarlo. Il dolore di quell’uomo è diventato una questione da discutere, un’occasione per mettere Gesù alla prova. Gesù, invece, gli dice: «Alzati, vieni qui in mezzo!».
Prima ancora di guarirlo, gli restituisce un posto. Lo mette al centro, davanti agli occhi di tutti. Poi guarda quelli che tacciono. Marco racconta che li guarda con indignazione, addolorato per la durezza dei loro cuori. Anche Gesù si indigna. Dovremmo ricordarcelo quando chiediamo ai cristiani una bontà che non disturbi nessuno, un Vangelo che non metta in discussione nulla. Gesù non lascia quell’uomo ai margini per salvare la tranquillità degli altri. Lo porta al centro. Da quel momento, nessuno può più parlare come se lui non ci fosse.
Oggi, qui, a Castel Volturno, siamo chiamati a fare lo stesso: rimettere al centro le persone e chiedere alla politica di guardarle negli occhi. Nei Cpr il trattenimento comporta una privazione della libertà legata alle procedure di rimpatrio. Non è l’esecuzione di una condanna penale. È una distinzione importante, che riguarda la libertà di una persona e il modo in cui uno Stato decide di esercitare il proprio potere. Per questo dobbiamo domandarci: quale idea di convivenza stiamo costruendo, se affidiamo a una porta chiusa la risposta a una questione umana tanto complessa?
A chi governa chiedo di fermarsi, di ascoltare questa terra, di rinunciare al progetto del Cpr di Castel Volturno e di assumersi la responsabilità di superare il sistema dei Cpr. Lo chiedo da prete, con il Vangelo aperto. Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto». Ero. Una parola che dovrebbe interrogarci ogni giorno. Cristo ci consegna una domanda semplice e difficile da evitare: che cosa hai fatto della persona che avevi davanti? Noi preferiremmo discutere di principi, preparare risposte, difendere le nostre ragioni. Il Vangelo, invece, ci domanda di una porta, di un piatto, di una visita, di una persona lasciata sola.
E questo riguarda anzitutto noi, la Chiesa, riguarda la comunità e la società. Riguarda le volte in cui abbiamo reso il Vangelo innocuo. Le volte in cui abbiamo avuto parole prudenti davanti a sofferenze che prudenti non erano affatto. Le volte in cui abbiamo chiesto ai poveri pazienza, perché il loro dolore disturbava i nostri equilibri. Anche noi dobbiamo rispondere.
Un crocifisso appeso al muro ci impegna verso ogni corpo umiliato. Portarlo sul petto significa accettare che ci pesi sul cuore. Esibirlo mentre si alimenta il disprezzo per lo straniero significa usare contro qualcuno il segno di un uomo che ha dato la vita per tutti.
Questo tradimento dobbiamo avere il coraggio di chiamarlo per nome.
E dobbiamo guardare anche le nostre contraddizioni quotidiane. Ci sono persone delle quali accettiamo la fatica, le braccia, le notti di lavoro. Persone che raccolgono ciò che arriva sulle nostre tavole, assistono i nostri anziani, tengono in piedi pezzi delle nostre giornate.
Poi, quando chiedono un contratto, una casa, un documento, diventano improvvisamente una questione ingestibile. Finché si piegano, c’è posto. Quando si alzano, comincia il problema.
Qualcosa di profondamente ingiusto abita questo meccanismo. E la responsabilità va cercata anche dalla parte di chi lo sfrutta, di chi ci guadagna, di chi pretende lavoro a basso costo e persone senza voce.
Ma attenzione: una persona conserva tutta la propria dignità anche quando non ci serve. Anche quando è malata. Quando non produce. Quando è difficile da incontrare. Quando ha sbagliato: risponderà delle proprie responsabilità, conservando i propri diritti. La dignità non è il salario della buona condotta.
A chi vive qui e ha paura voglio dire che la sua paura merita ascolto. La fatica di abitare un territorio trascurato non può essere liquidata. Tutti hanno diritto alla sicurezza, a strade vivibili, a servizi che funzionino, a scuole capaci di accompagnare i ragazzi e a istituzioni presenti. Proprio per questo bisogna chiedere conto delle promesse. Che cosa cambierà domani nella vita delle persone? Quale scuola funzionerà meglio? Quale famiglia avrà una casa? Quale lavoratore sarà sottratto al ricatto? Quale ragazzo troverà un’alternativa alla strada?
Diffidiamo di chi ci offre qualcuno da temere al posto di qualcosa su cui poter contare. La paura è una cosa seria. Anche usarla per ottenere consenso è una responsabilità seria.
A Castel Volturno occorre investire nell’accoglienza diffusa, nella salute, nell’istruzione, nel lavoro regolare e nelle abitazioni. Occorrono vie di ingresso legali, percorsi effettivi di regolarizzazione e strumenti per contrastare lo sfruttamento, permettendo a chi denuncia un abuso di non sprofondare in una condizione ancora più fragile. Sono scelte che richiedono risorse, competenza e continuità. La crudeltà, invece, sa essere sbrigativa. Decide chi deve sparire dalla vista e chiama soluzione quella sparizione. Noi dobbiamo avere la pazienza ostinata delle soluzioni che restituiscono una vita.
Torniamo a quell’uomo del Vangelo. «Vieni qui in mezzo». Gesù lo mette davanti a tutti, perché nessuno possa più comportarsi come se non esistesse. Questo vorrei chiedere al nostro
Paese: lasciati interrogare da un nome, da una storia, da una persona che ti costringe a rivedere una decisione che sembrava già presa. E questo chiedo alla mia Chiesa e alla società civile: resta abbastanza vicina da sentire quando una porta si chiude, abbastanza libera da denunciarlo, abbastanza fedele da stare accanto a chi è rimasto dentro.
Oggi diciamo no ai Cpr. Diciamo no a un sistema che fa della reclusione una risposta alla fragilità e alla condizione amministrativa delle persone. E da domani dobbiamo dare un seguito concreto a questo no. Dobbiamo esserci, perché chi avrà bisogno di noi sappia dove trovarci e, quando busserà, trovi davvero qualcuno disposto ad aprire.
Per queste ragioni, sono qui: Castel Volturno e l’intera Campania non possono diventare il luogo in cui si spostano i problemi, nella speranza che, lontano dagli occhi, smettano di esistere. Possono invece diventare luoghi da cui ripartire. Servono integrazione, legalità, lavoro, politiche abitative e presidi educativi. Serve uno Stato che accompagni, non soltanto contenga. Serve la capacità di tenere insieme sicurezza e diritti, senza metterli in contrapposizione.
Ma per cambiare davvero direzione dobbiamo avere il coraggio di guardare tutta la realtà, anche quella che preferiamo non vedere. E dire una verità che troppo spesso rimane nascosta dietro la ricerca di un colpevole facile.
Il problema non sono gli immigrati. Il problema è una società che trova le risorse per investire in armi e guerre, ma fatica a investire nella pace, nell’educazione, nell’ integrazione e nel futuro delle persone.
Il problema non sono gli immigrati. Sono i giovani senza lavoro, quelli che si sentono abbandonati, quelli che crescono senza opportunità e senza qualcuno disposto a credere in loro.
Il problema non sono gli immigrati. È la camorra, sono le mafie che continuano a divorare i territori, a rubare speranze, a reclutare i più fragili e a imporre la violenza dove le istituzioni e la comunità non riescono a essere presenti.
Il problema non sono gli immigrati. È che per tante famiglie è diventato un lusso perfino comprare un pomodoro. È dover scegliere quale bolletta pagare, rinunciare a qualcosa di necessario, arrivare alla fine del mese senza sapere come fare.
Il problema non sono gli immigrati. È il costo insostenibile della vita, dell’energia e delle risorse essenziali. È il lavoro che non basta per vivere, sono le case che mancano, le cure a cui si rinuncia, gli anziani lasciati soli, le periferie dimenticate, le scuole che chiedono aiuto.
ll problema non sono gli immigrati. È la nostra scarsa lungimiranza, la difficoltà di guardare oltre l’emergenza, di prevenire le ferite prima che diventino voragini, di investire sulle persone prima di doverne piangere l’abbandono.
È più facile indicare uno straniero da combattere che affrontare le disuguaglianze. È più facile costruire un recinto che aprire una scuola. È più facile promettere che qualcuno verrà allontanato che garantire che un ragazzo non venga lasciato solo. Ma quando i poveri vengono messi gli uni contro gli altri, a vincere non sono i poveri. A vincere è l’ingiustizia. Che Castel Volturno, Napoli e la Campania diventino luoghi in cui la paura lascia spazio al coraggio, in cui le differenze diventano occasioni di incontro e nessuno viene considerato estraneo alla nostra umanità.
Perché la giustizia comincia quando smettiamo di chiederci chi dobbiamo tenere fuori e iniziamo a domandarci che cosa possiamo fare perché nessuno sia costretto a vivere senza dignità. La porta dalla quale siamo partiti si chiude da fuori. Significa che da fuori si può aprire. E noi siamo qui per fare questo.
Buona marcia a tutti!”
Castel Volturno, 24 ottobre 2026
+ don Mimmo Battaglia



