Pianeta Migranti. La scuola non è un recinto ma una comunità educativa
No al tetto del 30% alla presenza degli stranieri a scuola
Secondo i dati elaborati dalla Fondazione ISMU ETS e sulla base delle informazioni Istat, sono 931.323 gli alunni con cittadinanza non italiana che nell’anno scolastico 2024/25 frequentavano le scuole del nostro Paese. Rappresentano l’11,6% della popolazione scolastica complessiva: in altre parole, quasi 12 iscritti ogni 100 non hanno la cittadinanza italiana. La percentuale maggiore si trova nella scuola primaria ed è più forte nelle regioni settentrionali.
Straniero a chi?
Circa due terzi degli studenti con cittadinanza ‘non italiana’ sono nati in Italia, crescono in Italia e in molti casi, parlano l’italiano come prima lingua. Considerarli esclusivamente attraverso il criterio o della cittadinanza formale non riflette la realtà dei loro percorsi di crescita e di apprendimento.
Integrare invece di separare gli studenti
Il tetto nelle classi rischia di aumentare fenomeni di segregazione per paese di origine e segregazione scolastica, soprattutto nei contesti a maggiore complessità e nelle periferie urbane. Un rischio che si può evitare garantendo alla scuola strumenti e competenze necessarie per l’integrazione: mediatori culturali, facilitatori linguistici, aree di educazione prioritaria con investimenti mirati, nelle zone e di maggior deprivazione. Invece, da anni si tagliano anche i servizi essenziali per il recupero e il sostegno dei soggetti in difficoltà.
Una domanda alla politica
Quando il fatidico 30% verrà superato, che si fa? Si tira a sorte quale bambino resta fuori? Lo si spedisce a trenta chilometri, magnifico investimento sul suo futuro? Il silenzio su questo punto dice tutto: si tratta solo di propaganda.
Il tetto etnico nelle classi è già stato sperimentato nella storia.
Nel '38 lo Stato non si chiedeva più di cosa un bambino ebreo avesse bisogno: bastava sapere a quale categoria appartenesse. Poco importava se parlava perfettamente italiano, se era nato qui, se la sua famiglia era italiana da generazioni. Oggi, si ripropone la stessa aritmetica dell'esclusione, solo con un vocabolario più presentabile: non più "razza", ma "percentuale". Il pudore lessicale come unico progresso morale.
Per fortuna, il Presidente della Repubblica lo ha detto con le parole della Carta: la scuola è aperta a tutti perché così stabilisce l'articolo 34, non un optional da centellinare.
E il presidente della Cei ha rincarato senza mezzi termini: non possiamo accettare che il luogo di nascita decida le opportunità di un ragazzo. Costituzione e Vangelo dicono la stessa scomodissima cosa: in un'aula nessuno è straniero.
E qui viene il punto che riguarda tutti: laici, cattolici e insegnanti.
A scuola, come nella comunità non si può stare zitti davanti a un tetto che seleziona i bambini per etnia: o lo si chiama con il suo nome, ‘discriminazione’, o si diventa parte del meccanismo, magari solo tacendo.
E allora occorre dire basta!.



