Pianeta Migranti. Vannacci e la guerra ai migranti
Qual è la vera forza di Vannacci?
Vannacci non nasce dal nulla. È il prodotto di una lunga genealogia politica: Berlusconi, poi Salvini, poi Meloni. È il ramo più spoglio dei filtri istituzionali, la voce che dice apertamente ciò che altri sussurrano, lo slogan che anticipa la norma, l’urlo che precede la legge.
La sua forza non sta nella qualità delle proposte — spesso fragili, semplicistiche, irrealizzabili — né nella capacità di governo. Sta nel saper dare forma politica alla rabbia sociale accumulata in decenni di impoverimento, precarietà e insicurezza. Una rabbia che cerca un bersaglio, e che lui indirizza con precisione chirurgica.
Ma questa rabbia non la rivolge mai verso l’alto. Mai contro i grandi patrimoni. Mai contro la concentrazione della ricchezza. Mai contro il potere crescente delle oligarchie finanziarie.
Non propone una patrimoniale sulle grandi fortune. Non chiede di redistribuire la ricchezza accumulata da banche, fondi e multinazionali. Non denuncia che una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta finisce nelle mani di pochi, mentre salari e pensioni perdono valore.
Di fronte al lavoro precario, ai tagli al welfare, alla ricchezza che si concentra in una minoranza, Vannacci compie una grande operazione ideologica: trasforma i migranti nel capro espiatorio perfetto. Li indica come la causa del peggioramento dei salari, della vita dei lavoratori, della fragilità sociale. Promette protezione attraverso la loro esclusione.
Eppure, basterebbe guardare ai dati: negli ultimi trent’anni i salari sono diminuiti anche in territori con bassissima immigrazione. Ma questo non interessa alla sua narrazione. La propaganda di Vannacci impedisce che la rabbia sociale salga verso chi concentra ricchezza e potere, e la spinge invece verso chi sta più in basso nella scala sociale. È la vecchia strategia delle destre: nascondere le cause reali del disagio costruendo un nemico più debole da colpire per proteggere i poteri forti.
L’estremo della sua strategia
La “remigrazione” è il punto più avanzato della sua visione: un progetto di espulsione di massa di persone considerate estranee all’identità nazionale. Una proposta che fino a pochi anni fa sarebbe stata impresentabile, e che oggi viene discussa nei salotti televisivi come se fosse una normale opzione politica.
Ma la remigrazione non nasce con lui. Vannacci non inventa: radicalizza.
Porta alle estreme conseguenze un paradigma già costruito negli anni: politiche di espulsione,
CPR e detenzione amministrativa, accordi con la Libia, esternalizzazione delle frontiere, rimpatri forzati, criminalizzazione dei migranti e della solidarietà.
La differenza è che Vannacci rende esplicito ciò che altri hanno normalizzato. Non è un caso che insista contemporaneamente su immigrazione, sicurezza, militarizzazione e identità nazionale: sono i pilastri ideologici con cui una parte delle classi dirigenti tenta di governare una fase di crisi profonda del Paese.



