Pianeta Migranti. Per Mons. Perego la minaccia non sono i migranti ma il riarmo.
Il presidente della Fondazione Migrantes sull’ultimo naufragio di quasi 50 morti davanti Lampedusa parla di disinteresse collettivo e di mancanza di responsabilità politica.
La scorsa settimana, dieci superstiti, sei morti e quaranta persone disperse in mare, nel mutismo di autorità e governo. “Un silenzio che aggrava il disinteresse rispetto a una politica del Mediterraneo che si prenda cura delle persone in fuga”afferma monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes, organismo della CEI. Per lui, il silenzio del governo su quest’ennesima strage è un lasciar cadere la sua forte responsabilità nell’affrontare la “politica del Mediterraneo e delle persone che lo attraversano” delegando ad altri la gestione, pur essendo un compito che spetta a tutta l’Europa.
Il Presidente di Migrantes fa notare che “l’abbandono del Mediterraneo è il primo aspetto colpevole, mentre ci dovrebbe essere attenzione a farlo diventare una strada per vie legali di ingresso, per la capacità di ciascuno di riconoscere nelle persone migranti una risorsa importante per le nostre città che, come sappiamo, stanno morendo. Il Mediterraneo è una delle strade attraverso le quali rigenerare l’Europa con persone che sono in fuga, ma che dentro di sé hanno anche tanta speranza, grande capacità e forza di rinnovamento.”
Tante volte, Fondazione Migrantes ha detto che le tragedie del mare “sono evitabili” se si organizzano canali legali. E il modo di fermare i migranti non è bloccare le partenze, magari facendo accordi con la Tunisia o la Libia. “Non serve fermare le persone -sostiene il vescovo Perego- ma occorre accompagnarle nei territori dove hanno già una comunità di riferimento, dove c’è esigenza, non di manodopera da sfruttare ma di nuovi lavoratori e nuovi lavori, di persone che con la storia, la freschezza e la capacità che hanno dentro possano da una parte rigenerare le nostre città e dall’altra costituire una risorsa per una vera cooperazione allo sviluppo nel loro paese, come fecero i nostri emigranti. Non dimentichiamo che le rimesse sono sempre state il volano più importante per la cooperazione allo sviluppo: le politiche migratorie e di sviluppo camminano insieme.”
I centri in Albania sono, a detta di Perego, “un grande spreco di risorse gettate a mare” perché sono vuoti, e se anche diventessero operativi “restano delle carceri, dei lager per persone che si vogliono non rimpatriare ma mandare in un luogo altro rispetto al loro paese. Da questo punto di vista sono una risposta “costosa, disumana e già condannata dal diritto internazionale.”
Purtroppo oggi, i migranti sono considerati una minaccia da cui bisogna difendersi. Per Perego invece, è il riarmo il pericolo da cui dobbiamo difenderci.“Pensare che avere un arsenale pieno di armi e le città vuote di migranti sia uno strumento di sicurezza è un’illusione che qualcuno vuole coltivare. Ma non genera altro che morte perché è il sonno della ragione”.
La scorsa settimana, papa Francesco ha scritto “la guerra è assurda, disarmiamo la terra”. È una prospettiva utopistica o anche in un momento come questo si può realizzare? Ancora di più, adesso, c’è spazio per praticarla. “Armarsi equivale ad avere in casa e fuori casa un pericolo in più. Il disarmo significa invece avere sicurezza e pace, che è la condizione necessaria perché le persone possano crescere e le città rinnovarsi.”
Monsignor Perego: «Il silenzio del governo sul naufragio nasconde le sue responsabilità» | il manifesto



