Pianeta Migranti. Una giustizia allineata all’esecutivo penalizza ancor più i soccorsi in mare
Vogliamo una magistratura capace di proteggere i diritti anche quando sono impopolari o una giustizia allineata al potere esecutivo?
Nel Mediterraneo centrale si continua a morire. Ma il dibattito politico non riguarda come salvare più vite, ma come limitare chi prova a farlo. Le navi di soccorso in mare delle ong, infatti, sono già oggi il bersaglio di politiche migratorie restrittive e disumane. In questo scenario, una domanda è inevitabile: che cosa accade se la magistratura smette di essere un argine al potere esecutivo?
La presenza delle ong in mare svela una contraddizione difficile da nascondere: il diritto alla vita non può essere subordinato al controllo delle frontiere: per questo principio, negli ultimi anni, hanno subito fermi amministrativi, multe elevate, sequestri delle navi, obblighi di raggiungere porti lontani e divieti di effettuare più soccorsi consecutivi.
In più occasioni, giudici indipendenti hanno smontato le accuse contro di loro, scagionandole in nome del dovere di soccorso sancito dal diritto internazionale del mare e dei principi costituzionali. Archiviazioni e assoluzioni hanno dimostrato che molte accuse non reggevano a un vaglio giuridico rigoroso.
Il ruolo della magistratura resta decisivo
Il dibattito sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri presentato come una riforma di efficienza o di “chiarezza dei ruoli”, in realtà, altera l'equilibrio tra i poteri. Un pubblico ministero con carriera separata, gerarchizzata e più esposta all’indirizzo politico diventa meno autonomo nel decidere chi e come perseguire.
Se l’azione penale viene orientata da priorità politiche – come il contrasto all’immigrazione irregolare – le navi di soccorso possono diventare obiettivi privilegiati di un’attività repressiva politicamente indirizzata a fermare l’aiuto umanitario. E anche quando i processi si concludono con un nulla di fatto, il danno è già compiuto: mesi di fermo, costi legali, riduzione delle missioni.
Le ONG sono un bersaglio ideale.
Non hanno elettori, non producono consenso, non possono rispondere nelle urne. Difendono persone invisibili e diritti universali, spesso in contrasto con i Decreti Sicurezza che vedono l’immigrazione come un pericolo. Penalizzarle è politicamente conveniente, soprattutto se manca una magistratura forte. Il prezzo di questa deriva lo pagano soprattutto le persone lasciate annegare in mare. E con loro il sistema democratico: una giustizia meno indipendente apre la strada a un uso selettivo del diritto, che viene condizionato dall’agenda politica del momento. Se oggi tocca alle navi di soccorso, domani potrebbe toccare a chi difende l’ambiente, ai lavoratori, alle minoranze.
Vogliamo una magistratura capace di proteggere i diritti anche quando sono impopolari, o una giustizia allineata al potere esecutivo?
Al Referendum del 22-23 marzo la scelta è tra queste due opzioni.



