Venerdì, 15 novembre 2019 - ore 01.25

Pierre Carniti

Castelleone e la CISL ricordano la testimonianza di Carniti

| Scritto da Redazione
Pierre Carniti Pierre Carniti Pierre Carniti

Anticipiamo il contributo del coordinatore della Comunità Socialista Cremasca, Virginio Venturelle che con un gruppo di socialisti ha partecipato come gesto di condivisione dell’iniziativa di rievocazione, con una breve cronaca del Convegno, con cui il Comune di Castelleone e la CISL hanno voluto ricordare, ad un anno dalla scomparsa la figura di Pierre Carniti. Che, in questo comune di cerniera tra il comprensorio cremasco e le terre di mezzo del cremonese nacque e prese le mosse e sicuramente lo spunto per una eccezionale testimonianza umana, civile e sociale.

Si è chiesto un valente relatore la ragione della circostanza di una così significativa concentrazione di “talenti” sindacali in una provincia che, senza voler essere impietosi, per altri versi è risultata, a partire dal secondo dopoguerra, marginalizzata da molti punti di vista.

Non ultimo da quello dell’affievolimento del talento dei suoi uomini più rappresentativi.

Non a caso, difficilmente Pierre sarebbe diventato Carniti, se anziché sottoporsi alla selezione per l’accesso al corso di formazione di una ventina di cervelli (che avrebbero forgiato l’intelaiatura del sindacato “libero” e cristiano, avesse cominciato i primi passi in qualche comprensorio sindacale locale (per di più, come avrebbe desiderato, nel settore del bracciantato agricolo).

Il relatore professor Carera, cui l’auditorio deve gratitudine per un contributo di elevatissimo livello suscettibile di far elevare lo sguardo dal già ragguardevole livello del protagonista celebrato dal simposio ad uno scenario più vasto e più alto, ha fatto ascendere la spiegazione di questa concentrazione alla circostanza rappresentata da un’alta concentrazione, nel territorio padano, di problematiche sociali naturalmente confluenti verso una forte risposta politica e sociale e ad un’altrettanto forte organizzazione del contrasto.

Su tale assunto pare proprio non ci possano essere dubbi. Semmai ci si può interrogare sulla ragione per cui correlata ad essa ce ne sia un’altra: la concentrazione di grandi protagonisti del sindacato non comunista. Calma e gesso: non vogliamo in alcun modo far refluire il livello della analisi sui binari degli stereotipi. Intendiamo semplicemente azzardare che in questa terra di mezzo, che non è propaggine della vandea bianca pedemontana ma non è neanche la bassa provincia rossa, il seme di una testimonianza sociale imperniato sulla attenzione verso gli ultimi e sulla conseguente giustizia sociale fu gettato, già a partire dai primi del novecento, da un altro gigante di casa in questa plaga.

Ci riferiamo a quell’apostolo delle “leghe bianche”, che di nome farebbe Guido Miglioli (la cui testimonianza è caduta in prescrizione nelle consapevolezze dei riformisti e della sinistra sociale).

Sul fatto che Miglioli sia stato profeta sul campo della testimonianza della dottrina cosiddetta sociale e concreto sperimentatore di forme organizzate di contrasto sociale ed, insieme ad altri pensatori, teorico di forme avanzate di corresponsabilità dei lavoratori nella determinazione delle politiche del lavoro e di compartecipazione nella politica programmatoria e nella gestione aziendale, non dovrebbero sussistere perplessità.

Quante e quali altre analogie è legittimo configurare, in aggiunta alle radici territoriali e spirituali, tra i due testimoni della socialità “bianca”, che siano suscettibili di tracciare se non una diretta discendenza una ragguardevole simmetria di percorsi. Quello del “soresinese” Miglioli fu impedito dagli eventi politici indirizzati verso vent’anni di dittatura ed ostracizzato, prima di essa, da quel magma a sovranità limitata che fu il Partito Popolare e, dopo di essa, da un non expedit di derivazione sia papale che strettamente partitica.

Il movimento politico cattolico, messo a punto dal prete di Caltagirone, sarebbe risorto nei contesti repubblicani, ma con ben altri propositi in materia di contaminazione con le teorie sociologiche e con i progetti riformatori dell’epoca. Un’epoca contraddistinta da una cesura che tagliò verticalmente non già l’appartenenza ai ceti sfruttati o ai ceti degli sfruttatori, bensì quella dell’appartenenza all’Occidente od all’Oriente e, soprattutto, al popolo dei fedeli cattolici o a quello laico.

Ma a prescindere da ciò, il campo politico di riferimento atlantico non avrebbe potuto prescindere dal contestualizzarsi anche rispetto ai portatori della condizione di ultimi.

Ne sarebbe nato quel sindacato cosiddetto “bianco” o “libero” che dir si volesse, la CISL appunto, che operò, in parallelo con la più piccola UIL, sul versante della rappresentanza dei lavoratori non organizzati dal sindacato rosso.

E come non tutti i mici sono bigi, anche alla luce delle evidenze di una caratterizzazione di diverse consapevolezze e di diversi progetti di società, anche la costituency e gli snodi del sindacato cristiano si sarebbero rivelati, nel corso del tempo, non omologati da una visione univoca.

Ci sarebbe stato un sindacato (come avrebbero voluto il Pontefice delle scomuniche ed il vertice centrista della DC) cinghia di trasmissione del ministerialismo. Ma ci sarebbe stata anche una CISL che sapeva guardare ad una testimonianza sindacale non a quel minimo sindacale, rappresentato da un po’ più di giustizia sociale.

La cesura sarebbe stata ancor più evidente con le dinamiche di contrasto sociale indotte dall’esaurimento della ricostruzione e del miracolo italiano e con la crescita, in tutto l’Occidente, della tentazione di dare una risposta radicale, non raramente eversiva.

Ecco, chi scrive ritiene che la testimonianza di Carniti si sia collocata in una prospettiva significativamente riformista. Che, tranquilli!, non è una brutta parola (come d’altronde socialista). Ma identifica un metodo di rappresentanza degli interessi del lavoro in un’ottica gradualista, ma non di meno finalizzata ad un significativo mutamento di mutamento sociale e di potere nei processi produttivi e nei meccanismi istituzionali.

Anche a costo di essere tacciati di ciceronismo pro domo nostra, identifichiamo il punto più alto di questa potenziale parabola riformista nella congiuntura della risposta ai decreti di San Valentino. All’interno della quale la CISL di Carniti e la UIL di Benvenuto (e se non fosse stata sottoposta alla mordacchia delle Botteghe Oscure, anche la CGIL di Lama) si accreditarono pienamente come partner alla pari per una stagione di riforme. A partire dalle politiche del lavoro e da nuove relazioni industriali. L’approdo di Carniti, conseguente alla quiescenza, corrobora senza ombra di dubbio l’individuazione delle fonti ideali e politiche di questa nostra stagione.

Sotto tale punto di vista, la celebrazione di questa grande figura (che dovrebbe essere divulgata ancora negli ambienti del lavoro e nel mondo del sapere) è stata un po’ omissiva. Sull’identificazione dell’approdo politico. Con o senza tessera, Pierre ha terminato il suo excursus come parlamentare socialista, italiano ed europeo. Una circostanza questa che non dovrebbe essere minimizzata. Non tanto in rapporto al passato, quanto al valore profetico che potrebbe avere per questa sinistrata left, che dovrebbe essere laburista, ma che non è mai sufficientemente riformista e portata alla condivisione delle responsabilità sociali.

Riflettiamoci.

Chiudiamo con un apprezzamento ed un ringraziamento. Che rivolgiamo al Sindaco di Castelleone, all’Asse del Po della CISL che ha fortemente voluto e realizzato questo momento di omaggio ad un grande protagonista ma anche di riflessione. Ai relatori ed alla segretaria Generale della CISL, Annamaria Furlan; che anche a Castelleone ha voluto rimarcare un profilo riformista nella risposta sindacale al dilagante attacco concentrico alla condizione dei lavoratori e dei pensionati.

Da ultimissimo, un convinto apprezzamento anche alla famiglia di Carniti, alla sorella e ai figli Fabio e Pierre jr. Capita così raramente che gli eredi di protagonisti della vita pubblica si facciano carico di mantenere viva la memoria. La famiglia Carniti non si è limitata ad una comparsa di circostanza; ma ha voluto esprimere una testimonianza di contenuti.

 

Ricordo di Pierre Carniti

di Virginio Venturelli

Una volta non si diceva Cgil, Cisl, Uil, ma Lama, Carniti e Benvenuto.

I tre nomi erano sinonimo e simbolo di sindacato: unito, forte, autorevole, vincente.

Sull’onda dell’Autunno caldo del 1969 era un intrecciarsi continuo di incontri e di discussioni su come rinnovare la contrattazione e come cambiare la società italiana.

Era il progetto del “sindacato soggetto politico” che discuteva con il governo anche di politica industriale, fisco, sanità, pensioni, casa, sviluppo urbanistico.

I metalmeccanici erano la punta di diamante di quella politica innovativa ed unitaria: per primi avevano dato vita alla mitica Flm, la federazione unitaria dei lavoratori meccanici, combattiva ed attenta alla tutela dei lavoratori e del lavoro.

Pierre Carniti fu uno dei principali protagonisti di quella straordinaria stagione del sindacato riformista e con i piedi ben piantati al Nord e nelle fabbriche, oltre che negli uffici pubblici e nelle campagne.

Non visse in tempi facili.

Prima, dal 1970, fu segretario della Fim, la federazione dei metalmeccanici della Cisl, poi dal 1979 al 1985, fu al timone del sindacato cattolico, come si chiamava un tempo.

Era un cattolico non democristiano, antifascista e di sinistra, un operaista e riformista radicale.

In quegli anni l’Italia stava vivendo una travagliata stagione di grandi trasformazioni sociali ed economiche, nelle università e nelle fabbriche la contestazione studentesca del 1968 e quella operaia del 1969 avevano dovuto fare i conti anche con i frutti avvelenati del terrorismo.

Il lavoro dei sindacalisti era difficile, i dirigenti sindacali erano nel mirino perché erano considerati dalle Br uno dei motori del sistema capitalista italiano da cancellare.

Nel mirino c’erano soprattutto i sindacalisti riformisti come Pierre Carniti, ostili al massimalismo e all’antagonismo.

Da segretario della Fim combattè per diffondere ed ampliare la contrattazione articolata ed aziendale accanto a quella nazionale.

Da segretario della Cisl lottò per conquistare la concertazione sociale tra sindacato, Confindustria e governo.

La sua bussola era il coraggio di affrontare il futuro, l’obiettivo era di modernizzare e di rendere più giusta la società italiana.

Sostenne e lottò con convinzione per il patto anti inflazione, toccò e ruppe il tabù della scala mobile.

Appoggiò nel 1984 l’accordo con il governo Craxi per cambiare i meccanismi retributivi, tariffari e fiscali.

La tesi era semplice: il primo nemico dei lavoratori e dei pensionati è l’inflazione che erode i salari e danneggia l’occupazione, mandando fuori mercato le aziende.

L’inventore della politica dello scambio sociale e della predeterminazione degli scatti della scala mobile fu Ezio Tarantelli, geniale economista, grande riformista, capo del centro studi della Cisl voluto da Carniti.

Tarantelli pagò con la vita le sue idee riformiste : fu ucciso nel 1985 dalle Br all’Università di Roma, dopo una lezione.

Ma il patto anti inflazione passò nonostante tutte le difficoltà.

Fu siglato dalla Cisl, dalla Uil e dai socialisti della Cgil (si oppose la maggioranza comunista della confederazione).

Nel 1985 il no al referendum abrogativo voluto da Berlinguer contro l’intesa tra il governo Craxi e i sindacati vinse soprattutto per la sua determinazione.

L’inflazione galoppante fu sconfitta, il potere d’acquisto dei salari aumentò, crebbe l’occupazione e la competitività delle aziende italiane.

Immediatamente dopo Carniti lasciò la guida della Cisl, ma restò la sua impronta di riformista coraggioso.

Da senatore ed eurodeputato del Psi e poi dei Ds fece di tutto per unire la sinistra divisa e frammentata in mille pezzi diversi.

Fondò i Cristiano Sociali senza il successo sperato.

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