Domenica, 17 novembre 2019 - ore 20.55

Un profilo di Giuliano Vassalli

Eroe della Resistenza, esponente di spicco del socialismo italiano, valente giurista.

| Scritto da Redazione
Un profilo di Giuliano Vassalli

Ugo Intini, indimenticato storico direttore dell’Avanti! e, negli scenari attuali, uno dei pochi dirigenti del ciclo craxiano rimasti sulla breccia a testimoniare la storia e l’attualità del socialismo italiano, ha tracciato un interessantissimo e fedele ritratto di un grande italiano e di un grande socialista.

Ci ha concesso di riprodurlo su L’Eco del Popolo. La nostra testata, in fase di rimodulazione del blog, dedicherà una propria rubrica alla riproposizione di contributi di livello nazionale.

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A dieci anni dalla scomparsa

Un profilo di Giuliano Vassalli

Eroe della Resistenza, esponente di spicco del socialismo italiano, valente giurista.

Lo ricordo per un omaggio doveroso, ma anche perché la sua storia personale aiuta a capire un’epoca. È stato uno straordinario professionista, ma anche un eroe della Resistenza, dirigente di partito e uomo di Stato. Oggi si usa contrapporre la “società civile” alla “classe” o “casta politica”. Tuttavia per Vassalli, come per tanti altri, non solo la contrapposizione, ma anche la distinzione non esisteva: è infatti difficile dire se fosse un professore prestato alla politica o viceversa.

  Certamente, nella vita di Vassalli, gli ideali politici sono venuti prima (anche temporalmente) e lo hanno condotto nella Roma occupata dai nazisti del 1943-44 a avventure leggendarie. Socialista, a 28 anni era il comandante delle Brigate Matteotti nella zona centro. Quando il vice segretario del partito Pertini e Saragat vennero arrestati, Nenni era angosciato. I tedeschi non li conoscevano, ma prima o poi li avrebbero individuati come dei capi e uccisi. Chiamò Vassalli e gli chiese di liberarli. Con complicità all’interno del carcere e con documenti falsi, si riuscì a organizzare la loro fuga rocambolesca da Regina Coeli. Ma poco dopo anche Vassalli fu catturato e portato nella centrale delle SS di via Tasso. Lo torturarono e massacrarono di botte al punto tale che veniva spostato avvolto con una coperta, perché il suo aspetto faceva orrore. Fu liberato per l’intervento personale di Pio XII sul comandante delle SS in Italia generale Wolff, che trattava segretamente con il Vaticano tramite Virginia Agnelli (la madre di Gianni): una nobildonna legata alla Resistenza (come la mamma di Carlo Ripa di Meana, Fulvia Schanzer). Il cugino di Giuliano, Fabrizio, fu invece fucilato al forte di Bravetta.

    Vassalli, nell’Italia liberata, ha sempre fatto, oltre che il professore e l’avvocato, l’uomo politico. Ha seguito Saragat nella scissione a palazzo Barberini del 1947. E’ ritornato al partito socialista nel 1956, dopo la rottura con Mosca causata dalla repressione in Ungheria. Poi ha seguito prima Nenni e poi Craxi: sempre un socialista “autonomista”, dunque. A quei tempi, si votava e si sceglieva davvero liberamente: per essere eletti, bisognava avere i voti. Voti che non si conquistavano né per titoli accademici, né per volontà dei capi partito. Per Vassalli è stata dura. Ha trovato con fatica le preferenze per essere eletto consigliere comunale a Roma (1962-66). Ce l’ha fatta a essere eletto deputato (1968-72), ma una volta sola. Nel 1983, Craxi lo ha piazzato in un collegio sicuro del Lazio: è stato così eletto senatore e capogruppo al Senato (sino al 1987). Poi non è più riuscito. Subito dopo la mancata elezione, il presidente della Repubblica Cossiga voleva nominarlo alla Corte Costituzionale (della quale sarebbe diventato presidente nel 1999). Ma Craxi gli chiese di aspettare, perché voleva tenerlo disponibile per il ministero della Giustizia, dove infatti lo portò nel 1989. Lì Vassalli fece il nuovo codice di procedura penale, aiutato dal suo grande amico Gian Domenico Pisapia (repubblicano, cattedratico a Milano, il più grande esperto della materia, padre del futuro sindaco Giuliano).

    Non avrebbe mai immaginato che molti magistrati avrebbero interpretato il suo codice a modo loro e che il pool di Mani Pulite avrebbe usato il carcere preventivo come strumento per estorcere confessioni. Lo amareggiarono anche le polemiche furibonde per la legge che fece approvare nel 1990 contro l’uso della droga. Fu dipinto (proprio lui!) come forcaiolo e repressivo. A distanza di tanti anni, non saprei giudicare nel merito. Ma certamente la volontà era allora quella di dare un segnale chiaro sul fatto che la droga rappresenta una minaccia mortale, da combattere senza ambiguità e distinguo. Ricordo che se ne discusse molto anche con Craxi e che il punto di partenza fu un incontro a New York con il giovane “prosecutor” Rudolph Giuliani. Ci descrisse a lungo cosa succedeva per la droga in America e come lui la stesse combattendo con quella “tolleranza zero” che lo avrebbe reso popolare e portato a diventare sindaco. Giuliani è invecchiato male (come si vede dalle sue avventure con Trump), ma allora ci impressionò, così come ci colpirono le esperienze terribili che ci raccontava Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano.

    Nel 1978, durante la prigionia di Moro, Vassalli fu l’unico tra i “grandi vecchi” ad appoggiare apertamente gli sforzi di Craxi per aprire una via di trattativa con i brigatisti e per liberarlo. Pur con grande rispetto, diceva che i nostri capi storici, per età e formazione, erano “giacobini”: vedevano cioè la politica e lo Stato come un fine ultimo (il più elevato). Lui pensava invece (e con lui i cattolici come Baget Bozzo) che lo Stato fosse un mezzo. E infatti ha osservato. “Moro scriveva dal carcere quegli argomenti che, se libero, avrebbe cercato di far valere a favore di altri. In tutto il suo pensiero domina infatti l’idea del carattere subordinato dello Stato alla realtà dell’uomo. La persona nella sua singolarità rappresenta il principio e il fine dell’esperienza giuridica”.

    Vassalli mal sopportava la cosiddetta “interpretazione evolutiva” delle leggi. L’idea cioè che l’interpretazione delle norme potesse essere forzata per adattarle alla evoluzione della società e agli obiettivi da raggiungere. Non amava i magistrati che si fanno paladini di battaglie (anche nobili). Citando un famoso esponente della Corte Suprema americana, diceva: “i magistrati non perseguono cause, i magistrati giudicano cause”. Anche con questo spirito, Craxi e i socialisti si contrapposero al protagonismo e al giustizialismo di una parte della magistratura. Ma questo scontro ha radici molto più antiche. Lo stesso Nenni scriveva cose che sembrano adattarsi perfettamente alle polemiche di oggi (pensiamo allo scandalo del CSM). Annotava nel 1964. “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e a volte irresponsabile”. E nel 1974 aggiungeva. “L’abbiamo voluto indipendente e ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più, è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti”.

    Invecchiando, Vassalli non era diventato cinico, ma manifestava quello che si potrebbe definire un “pragmatismo rassegnato”. Faceva quello che poteva e doveva, ma “rassegnato” -appunto-ad accettare che i risultati sarebbero stati inferiori alle necessità.

    Avevo una venerazione per lui e lui l’aveva per l’Avanti! del quale ero direttore. Raccontava che in quel terribile 1943-44, a Roma, i compagni lo diffondevano clandestinamente. Vezio Crisafulli, che sarebbe diventato un famoso costituzionalista e giudice dell’Alta Corte, portava gli articoli da stampare in una tipografia nascosta a Monte Mario. Direttore era Saragat. Capo redattore era Eugenio Colorni, che con Altiero Spinelli scrisse il “Manifesto” europeista di Ventotene e che sarebbe diventato famoso come lui se non fosse morto troppo presto: riconosciuto in strada da una pattuglia di fascisti, fu falciato con una raffica di mitra pochi giorni prima dell’arrivo a Roma della Quinta Armata. Se gli chiedevo un articolo, Vassalli me lo mandava immediatamente chiamandomi “direttore”.

    Su di lui, ho nella memoria quattro flash. Primo. Quando nel 1983 fui candidato capolista per la Camera in Liguria (al posto di Pertini) mi preoccupavo per i voti di preferenza e Vassalli venne in mio soccorso a Genova, dove aveva insegnato per anni. Era ancora ricordato come un mitico cattedratico di diritto penale e in città esisteva una cordata di professori socialisti: Mario Bessone (che sarebbe diventato membro del CSM), Fernanda Contri (giudice costituzionale), Beppe Pericu (futuro sindaco), Guido Alpa. Lo vedo ancora oggi mentre mi presentava ai suoi allievi diventati famosi e influenti.

    Secondo flash. Craxi lo considerava un mito (forse influenzato dal papà Vittorio, come lui avvocato ed esponente della Resistenza). Tentò perciò due volte di farlo eleggere presidente della Repubblica: nel 1978 (quando riuscì Pertini) e nel 1992 (invece di Scalfaro). Nel, 1978 ce l’avrebbe fatta se non si fossero opposti i comunisti, che non gli perdonavano la posizione “trattativista” nel caso Moro. Craxi ripiegò su Pertini e fummo felici ugualmente. E qui viene il flash. Come direttore dell’Avanti!, cercavo quel giorno un fondo autorevole al volo. Ci volle coraggio per telefonare a Vassalli, che poche ore prima sembrava il candidato vincente. Ma mi disse subito di sì. In un lungo articolo, scrisse tra l’altro. “Per noi giovani socialisti di allora, l’elezione del nostro Sandro è com’è il coronamento di un sogno. Dal primo giorno in cui ci incontrammo, nell’agosto del 1943, a Roma, dove Sandro era arrivato dal confino, egli fu per noi giovani il nostro uomo, il nostro capo naturale”.

    Ed ecco il terzo flash. Nel novembre 2007, nel palazzo della Provincia, in piazza Venezia, andammo insieme a visitare una mostra su Nenni. Camminava piano, sorreggendosi con un bastone. Davanti alla vetrina con i documenti sulla guerra di Spagna, rimase inchiodato con le lacrime agli occhi. Fissava una vecchia foto di Mario Angeloni, volontario repubblicano morto in combattimento. “Era il fratello di mia mamma – mi disse – ed è per la sua morte che sono diventato un militante antifascista”.

    Il quarto e ultimo flash riguarda il suo tramonto. È morto a 94 anni: sempre lucido, ma depresso. Viveva da solo con un vecchio cameriere nella bella villa liberty di famiglia, in un giardino sul Lungotevere dei Vallati, a cento metri dal ministero della Giustizia di via Arenula. Stava nella penombra con le persiane chiuse. Aveva parlato e scritto troppo, non se la sentiva più nemmeno di fare interviste. Ma vedeva ancora volentieri i vecchi compagni come me. Che chiamava esattamente così: “compagni”. Come fanno i militanti della sinistra ancora oggi in tutto il mondo. Secondo una tradizione il cui significato emotivo profondo era stato spiegato ai primi del ‘900 con un articolo sull’Avanti! da un “compagno” che di emozioni si intendeva: Edmondo De Amicis.

di Ugo Intini

 

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