Sabato, 05 dicembre 2020 - ore 23.41

Ambientalisti e rifiuti zero insieme sul Programma nazionale di gestione rifiuti

Una preziosa occasione per porre fine al continuo rischio di emergenze rifiuti attraverso una dotazione impiantistica adeguata rischia di fossilizzarsi ancora sugli inceneritori: possiamo permettercelo?

| Scritto da Redazione
Ambientalisti e rifiuti zero insieme sul Programma nazionale di gestione rifiuti

Un Programma nazionale per la gestione dei rifiuti (Pngr) ancora è ben lontano – purtroppo – dall’essere definito, ma tutt’attorno le posizioni in campo iniziano già a delinearsi. Greenpeace, Zero waste Italy, Legambiente, Kyoto club e Wwf hanno appena firmato un documento congiunto nel merito (disponibile integralmente in allegato, ndr) che parte dalle recente adozione del Dlgs 161, in recepimento dell’ultimo pacchetto di direttive Ue sull’economia circolare.

Ambientalisti e rifiuti zero attaccano riferendosi al Pngr come uno «strumento non previsto obbligatoriamente dalla direttiva, ed inserito invece nel decreto di recepimento», osservando che i Piani di gestione rifiuti con l’individuazione delle relative necessità impiantiste finora erano demandati in via esclusiva alle regioni. Da par suo, la direttiva recita che Gli Stati membri provvedono affinché le rispettive autorità competenti predispongano, (…) uno o più piani di gestione dei rifiuti. Tali piani coprono, singolarmente o in combinazione tra loro, l’intero territorio geografico dello Stato membro interessato.

Da una parte, secondo i firmatari del documento l’attuale scenario demandato alle regioni ha portato a situazioni che «hanno consentito, nella media, di perseguire scenari ambiziosi, smentendo a più riprese lo scetticismo di molti operatori di settore, superando continuamente la narrazione di un Paese arretrato e non in grado di raccogliere le sfide della agenda sulla economia circolare». Dall’altra, traspare chiaramente una certa preoccupazione per l’accento finora posto, in merito al redigendo Pngr, sulle necessità impiantistiche per chiudere il ciclo di gestione rifiuti e dunque anche dei rifiuti urbani residui (Rur), non riciclabili e dunque da destinarsi a recupero energetico o in subordine in discarica.

«Un approccio del Pngr tutto impostato sulla definizione delle capacità (e delle tipologie!) impiantistiche, in particolare per il Rur, non farebbe – argomentano i firmatari – che riproporre lo schema logico dello Sblocca Italia: il livello centrale decide per il tipo di tecnologie e le relative capacità, alle Regioni rimane solo la localizzazione».

In particolare – e qui riemerge l’antica frattura che continuamente ingessa il dibattito (e la realtà operativa) sulla gestione rifiuti nel nostro Paese – ambientalisti e rifiuti zero invitano a diffidare di chi «cerca di sfruttare l’occasione del Pngr per ravvivare una agenda dell’incenerimento», e invitano piuttosto a guardare al Piano come l’occasione «per ridefinire strategie nazionali, individuando le necessarie azioni di riduzione e minimizzazione del Rur, e le misure organizzative ed economiche in merito, ben prima ed al di là della definizione delle capacità impiantistiche, ed in particolare per la gestione del Rur».

Occorre qui ricordare che la gerarchia Ue per una corretta dei gestione dei rifiuti parte con la prevenzione (che non si fa però quando i rifiuti sono già stati prodotti, perché a quel punto resta solo da gestirli e provare a recuperarne materia o energia, ma prevalentemente a livello di eco-design), per poi prevedere nell’ordine riuso, riciclo, recupero di energia, smaltimento. Sotto questo profilo gli estensori del documento ritengono che l’incenerimento dovrebbe andare verso uno «spegnimento progressivo, come hanno già dichiarato molti dei Paesi nordici spesso citati da chi in modo pasticciato e confuso parla di coerenza tra incenerimento e scenari avanzati di recupero materia». Ma sembra sfuggire che in Europa si contano quasi 500 impianti di incenerimento e termovalorizzatori, mentre in Italia 38, e che se l’Italia incenerisce in un anno 97 kg di rifiuti urbani procapite, in Austria sono 212, in Belgio 188, in Danimarca 398, in Germania 195, in Olanda 236, in Svezia 223. Se alcuni Paesi dovranno dunque calare nella quota di incenerimento, altri in Europa con alta probabilità dovranno salire.

Più nel dettaglio, l’Ue punta – obiettivi legati ai rifiuti urbani, nonostante la maggior parte degli scarti siano rifiuti speciali – per il 2035 al 65% di riciclo e al 10% di discarica, con dunque un 25% di rifiuti che dovrà essere avviato a valorizzazione energetica. Il che beninteso non significa giocoforza 25% di termovalorizzazione (ad esempio dalle frazioni organiche di rifiuti si può ottenere energia tramite i biodigestori), ma contempla anche questa soluzione tecnologica.

Come già accadde nel 2014 con lo Sblocca Italia, erroneamente non sottoposto a Vas, partire dalla dicotomia capziosa inceneritori sì – inceneritori no significa fare un cattivo servizio all’economia circolare. Il Pngr offre proprio l’occasione per un’operazione di ampio respiro, che non guardi solo alla dotazione impiantistica necessaria per la gestione dei Rur ma che neanche ignori il problema che pone.

Dal nostro modesto osservatorio, la situazione attuale non permette grandi slanci d’ottimismo (semmai il contrario). Se è vero che i dati Eurostat individuano nell’Italia uno dei Paesi migliori con un tasso di circolarità ben oltre la media Ue, è pur vero che questo dato si ferma ancora a un modesto 17,1%. Al contempo, la gestione dei rifiuti, anche solo gli urbani, è frequentemente sull’orlo del collasso e fortemente dipendente dal turismo della spazzatura.

Gli ultimi dati Ispra mostrano che nel 2018 in Italia il 49% dei rifiuti urbani è stato avviato a recupero di materia, il 18% a termovalorizzazione e il 22% in discarica. C’è chi pensa di colmare il gap senza ricorrere alla termovalorizzazione, come invece accade nel nord Europa e come suggeriscono le imprese di settore, e chi invece darebbe priorità a questa soluzione tecnologica? La scelta dovrebbe spettare in ogni caso allo Stato, quel che occorre è appunto una strategia nazionale che – con pragmatismo e onestà intellettuale – sappia individuare e colmare lungo l’intero ciclo di gestione (dunque recupero di materia, di energia, smaltimento finale) i deficit impiantistici presenti lungo lo Stivale. Anche perché nel mentre i nostri rifiuti continuano a macinare 1,2 miliardi di km l’anno – pari a 175mila volte l’intera rete autostradale italiana, senza contare l’export – prima di trovare un impianto dove poter essere gestiti in sicurezza. E a guadagnarci in questo contesto, come messo nero su bianco dalla Direzione investigativa antimafia, è solo l’illegalità.

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