Giovedì, 04 marzo 2021 - ore 23.20

Come sarà il 2021 del clima, tra notizie buone e meno

| Scritto da Redazione
Come sarà il 2021 del clima, tra notizie buone e meno

Calate per effetto dei lockdown, nel 2021 le emissioni torneranno a crescere. C’è però una buona notizia: gli Usa di Biden rientreranno nell’accordo di Parigi. Mentre aumenta il numero di paesi che sottoscrivono l’impegno per la neutralità carbonica.

Sulla questione clima, la pandemia del 2020 ha prodotto due effetti. Da una parte, secondo il Global Carbon Budget 2020 le emissioni mondiali di CO2 dovrebbero ridursi in una misura record del 7 per cento a causa dei diffusi lockdown, anche se – nota l’Emissions Gas Report 2020 – ciò si tradurrà in una riduzione di soli 0,01°C del riscaldamento globale al 2050. Dall’altra, il Covid-19 ha determinato la sconfitta elettorale di Donald Trump.

Nel 2021 su entrambi i fronti vi sarà un effetto di rimbalzo, uno negativo e uno positivo. Le emissioni torneranno a salire man mano che la ripresa delle attività economiche si diffonderà, ma gli Usa di Joe Biden ritorneranno al tavolo dell’accordo di Parigi, che avevano abbandonato lo scorso 4 novembre.

Quest’ultima è potenzialmente un’importantissima notizia sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici. Biden non necessita del voto favorevole del Senato per rientrare nell’accordo di Parigi, dal momento che l’adesione avvenne attraverso un ordine esecutivo dell’allora presidente Barack Obama. Basterà una lettera alle Nazioni Unite che affermi la volontà di aderire di nuovo e ciò sarà ufficialmente effettivo dopo 30 giorni.

Gli Stati Uniti riprenderanno così il ruolo che loro spetta: sono il secondo paese al mondo per emissioni dopo la Cina, responsabile del 14 per cento delle emissioni globali e da Washington ci si aspetta l’annuncio di un nuovo obiettivo di riduzione, che aggiorni quello enunciato dall’amministrazione Obama e di un nuovo piano che illustri come raggiungerlo. L’amministrazione Obama aveva infatti promesso una riduzione di emissioni serra del 25 per cento per il 2025 rispetto al 2005, valore peraltro insufficiente in base ai conteggi del carbon budget. Nel frattempo, infatti, alcune cose sono cambiate a livello internazionale.

Sulla scia della pubblicazione l’8 ottobre 2018 del Rapporto speciale Ipcc sul riscaldamento globale di 1,5°C, molti paesi hanno annunciato obiettivi di neutralità climatica al 2050.

Lo ha fatto il Consiglio europeo, che nelle sue conclusioni del 12 dicembre 2019 ha concordato l’obiettivo di realizzare un’Unione europea climaticamente neutra entro il 2050, in linea con l’accordo di Parigi. Il 10 e 11 dicembre 2020 lo stesso Consiglio ha poi approvato l’obiettivo dell’Ue di ridurre almeno del 55 per cento le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, rafforzando così il precedente target del 40 per cento. Prima che il regolamento su una legge europea sul clima possa essere adottato, il Consiglio, rappresentato dalla sua presidenza, e il Parlamento europeo devono raggiungere un accordo politico sulla proposta.

Ma altri paesi hanno annunciato la volontà di diventare “carbon neutral”. L’esempio di gran lunga più rilevante è quello della Cina. Sorprendendo tutti, il presidente Xi Jinping ha annunciato all’assemblea Onu del 22 settembre 2020 che Pechino intende raggiungere il picco delle proprie emissioni prima del 2030 e la neutralità carbonica entro il 2060. La Cina è responsabile di circa il 28 per cento delle emissioni globali: per la pandemia si sono ridotte del 25 per cento la scorsa primavera, ma a giugno erano già rimbalzate man mano che l’industria pesante e le centrali elettriche a carbone riprendevano l’attività.

Quali sono gli altri paesi che hanno un obiettivo di neutralità carbonica adottato per legge? La Svezia, per cominciare, lo ha fissato già dal 2017 per il 2045. Nel giugno 2019 lo hanno annunciato Regno Unito e Francia per il 2050, ma anche Danimarca, Nuova Zelanda, Ungheria, Giappone, Corea del sud. Diversi altri paesi quel target lo hanno annunciato o inserito in proposte di legge, come si può vedere qui, e a titolo di curiosità risulta che il Buthan in Asia e il Suriname in Sud America sono i due soli paesi che assorbono più gas-serra di quanto emettono. È stato calcolato infine che i paesi con un target effettivo o annunciato di neutralità climatica coprono attualmente il 49 per cento del Pil mondiale.

Secondo l’analisi di Climate Action Tracker, se gli Usa di Biden procederanno con la promessa di zero emissioni nette entro il 2050, obiettivo già propugnato dalla World War Zero di John Kerry, ora nominato inviato speciale per il clima, ciò potrebbe ridurre di 0,1°C il riscaldamento globale entro il 2100. Le emissioni nette zero di Stati Uniti e Cina presi insieme ridurrebbero la stima di un riscaldamento a fine secolo a 2,3-2,4°C e l’obiettivo della limitazione del riscaldamento globale a 1,5-2°C dell’accordo di Parigi sarebbe così a portata di mano.

Ma se tutti questi periodi ipotetici sono della realtà o dell’irrealtà oggi non è dato sapere. Di sicuro non basta fare annunci, magari a effetto. Su questo piano vi è una profonda differenza tra la determinazione dell’Ue e le decisioni operative che sta prendendo e quanto dovranno fare sia Cina che Stati Uniti. Biden dovrà anzitutto fare i conti con un Senato a risicata prevalenza democratica. Dovrà poi ricostruire ciò che Donald Trump ha abbattuto e tutti sanno come sia assai più facile smantellare che costruire. Da questo punto di vista, se – come tutti sperano – il vaccino anti-Covid concederà al mondo una tregua, sarà interessante vedere come i maggiori paesi arriveranno al cruciale appuntamento Cop26 di Glasgow del 1° novembre 2021.

(Marzio Galeotti e Alessandro Lanza, lavoce.info)

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