(CR) Pianeta Migranti. Le mani delle big tech sui paesi africani.
I data center delle big tech aggravano la siccità di interi paesi e sfruttano i lavoratori. Una forma di colonialismo digitale.
I data center, vasti magazzini pieni di computer per l'archiviazione remota, l'elaborazione dei dati, e lo sviluppo di modelli di intelligenza artificiale, utilizzano l'acqua per il raffreddamento dei loro sistemi. Il quotidianoThe Guardian e l'organizzazione investigativa senza scopo di lucro SourceMaterial hanno mappato la presenza di 632 data center di proprietà di Amazon, Microsoft e Google in tutto il mondo. 38 di questi, gestiti dalle tre grandi big tech, usano grandi quantità di acqua in zone che soffrono la siccità. La stessa Microsoft nel 2023, ha dichiarato che il 42% dell’acqua usata dai data center proveniva da aree colpite da stress idrico; per Google era il 15% Amazon non pubblicato i dati, ma ha dichiarato che entro il 2030 diventerà un’azienda “water positive”. La scelta di collocare i data center in zone aride non è casuale: i bassi livelli di umidità riducono i rischi di corrosione dei metalli di cui sono fatti molti componenti.
Data center in Africa
Le regioni coinvolte sono il Magreb, Sahel, Corno d’Africa, Africa Meridionale e Sudafrica. Sono aree con scarse risorse idriche per la desertificazione in atto e per i conflitti in corso. Basti pensare che negli ultimi 20 anni, nel Sahel, l’acqua è diminuita del 40% e, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), ciò detemina il tasso più alto al mondo di mortalità infantile. La scarsità di acqua si sta dunque imponendo come questione cruciale per il futuro e metterà a rischio la sopravvivenza delle comunità locali. E’ certo che se non si mettono dei paletti agli investimenti digitali, l’Africa vedrà presto prosciugare le sue riserve d’acqua e, di conseguenza, cresceranno i flussi migratori.
I lavoratori digitali (gig worker) moderni schiavi
Le big tech come Meta, OpenAl, Google, Microsoft hanno esternalizzato le loro attività anche in paesi come Kenya, Uganda, Nigeria, Ghana Sudafrica. Il Kenya sta diventando un polo di attrazione perché è anglofono, ha infrastrutture digitali, norme che favoriscono investimenti stranieri senza tutele per i lavoratori. Lo sostiene una piattaforma tecnolgica africana, che ha al suo interno una ong per monitorare, difendere i diritti dei lavoratori e verificare l’impatto ambientale e sociale delle strutture digitali.
In Kenya, migliaia di gig worker sono costretti a turni di lavoro impossibili, posti sotto stretta sorveglianza, con paghe bassissime e senza contratto. Non sono mancate le proteste. Centinaia di lavoratori keniani, alcuni anni fa, hanno scritto al presidente Biden, chiedendo di fermare lo sfruttamento delle statunitensi Meta e OpenAI. In particolare, hanno denunciato come estenuante l’attività di esaminare i contenuti angoscianti sui social media e l’etichettatura dei dati per i modelli di intelligenza artificiale. Hanno chiesto, un adeguato supporto alla loro salute mentale e le cure per affrontare il disturbo post-traumatico da stress conseguente a queste attività lavorative, che sono retribuite tra l’altro, meno di 2 dollari all’ora.



