Lunedì, 25 ottobre 2021 - ore 20.06

Dopo-Brexit: la grande incertezza

In Gran Bretagna l’incertezza economica creata dal voto del referendum di giugno è amplificata dalla totale mancanza di chiarezza nella politica del governo, che ha continuato a fare annunci contraddittori. Il partito laburista, diviso fra due anime, non riesce a condurre un’opposizione efficace.

| Scritto da Redazione
Dopo-Brexit: la grande incertezza

Come previsto, l’economia tentenna

Sono passati quasi sei mesi dal voto inglese a favore della Brexit e l’economia comincia a scricchiolare: in novembre, il ministro Philip Hammond ha dovuto abbandonare l’obiettivo di pareggiare il bilancio entro lo scioglimento del parlamento e al tempo stesso aumentare sostanzialmente il fabbisogno del settore pubblico: 150 miliardi di euro in più delle previsioni del governo Cameron (di cui 69 direttamente dovuti alla Brexit).

Altri segnali sono meno chiari: i mercati non paiono vacillare e il cambio sterlina-euro oscilla attorno a 1,2 euro, valore non distante dalla parità del potere di acquisto. Questo sembra riflettere il fatto che il Regno Unito e l’Eurozona si trovano in una posizione simile, cioè piuttosto debole, nell’ambito mondiale. Gli “esperti” avevano previsto un lento deterioramento in caso di Brexit, non un collasso immediato, quindi sostenere che hanno ancora una volta sbagliato le previsioni è quantomeno impreciso.

Disturbi elettorali

Se l’economia britannica segue a grandi linee le previsioni, in politica si susseguono le sorprese. Il 1° dicembre si è tenuta un’elezione parlamentare straordinaria, nel collegio di Richmond, nel sud-ovest di Londra. Zona decisamente benestante, di recente passata ai Tory, ma con popolazione di stile metropolitano, dove non a caso “Remain” ha raccolto circa il 70 per cento in giugno. Il voto è stato indetto per le dimissioni del deputato in carica, Zac Goldsmith: già sconfitto da Sadiq Kahn nell’elezione a sindaco di Londra, dopo una campagna elettorale dagli ignobili toni razzisti, aveva minacciato di dimettersi dal partito se il governo avesse approvato una terza pista di atterraggio a Heathrow. E così ha fatto, ri-candidandosi immediatamente come indipendente. Indipendenza piuttosto particolare, dato che per facilitargli la strada né i Tory né Ukip hanno messo in campo candidati. Lo stesso hanno fatto i verdi, che avevano ottenuto un rispettabile 6 per cento nel 2015, per sostenere il candidato progressista, meglio piazzato per sconfiggere il governo e gli anti-europei. Tutti i candidati erano contrari all’espansione di Heathrow e di fatto quindi l’elezione è stata una gara tra Brexit e Remain.

Per quanto la vittoria dei liberal-democratici abbia suscitato un po’ di ottimismo, non penso segnali un cambiamento di tendenza: Richmond è un collegio a sé. Giovedì c’è un’altra elezione straordinaria, in un collegio rurale e prevedo che l’elettorato pro-Brexit potrà ristabilire i rapporti di forza usciti dal voto di giugno.

I politici: tautologie e parole in libertà

L’incertezza politica è ampiamente alimentata sia dal governo, sia dall’opposizione laburista.

Il primo sembra uno yo-yo. Un giorno è durissimo: quando gli isterici giornali pro-Brexit, la cui sfrontatezza sembra non avere limiti, definiscono i giudici della corte costituzionale “nemici del popolo”, per aver osato sostenere la sovranità del parlamento sul governo, l’esecutivo chiede loro di rispettare la volontà dell’elettorato. Poi si dichiara disposto a contribuire al bilancio della Ue come contropartita per l’accesso al mercato comune. Salvo poi fare un’inversione a U a seguito degli ululati beceri della stampa anti-europea. C’è poi uno stillicidio di piccole concessioni, che sembrano quasi contrabbandate per stare sotto il radar della stampa xenofoba. Gli studenti UE che iniziano un corso nel 2017-18 avranno diritto alle stesse borse di studio, rette e prestiti statali di cui potevano usufruire prima del referendum fino alla fine del corso. Alcuni lavoratori specializzati (medici e operatori finanziari) pare potranno ottenere il permesso di lavorare automaticamente. Nonostante il diniego governativo, nessuno dubita che la Nissan abbia ricevuto forti garanzie finanziarie in cambio dell’impegno a continuare la produzione a Sunderland. L’unico punto coerente sembra essere la ripetizione isterica e tautologica che “Brexit vuol dire Brexit”. La frase – il “perché di sì” di un bambino viziato – funge da giustificazione a qualunque proposta o da scusa per l’abbandono di tutte le promesse fatte prima del referendum.

Dal canto suo, il partito laburista è incapace di fornire un’opposizione con un minimo di efficacia. Se la rara umiliazione di perdere il deposito elettorale a Richmond (era successo solo in tre collegi nel 2015) può essere attribuita al voto tattico di molti elettori, non v’è dubbio che l’ala “social-democratica”, l’unica che, a parte il trionfo del 1945, abbia mai vinto elezioni, sia chiaramente paralizzata, incapace di smuovere Jeremy Corbyn. Molti deputati pensano alle elezioni del 2025, dando già per perse le prossime, e Tony Blair intende tornare a contribuire al dibattito, pur escludendo un ritorno in parlamento. Il partito è diviso tra due anime, una liberale istruita ed europea (prevalente a Richmond), l’altra insulare bigotta e populista: la posizione ufficiale dei laburisti riflette la seconda, diventando ogni giorno più anti-europea, di fatto lasciando via libera al governo nelle trattative europee.

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