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Exposure: energie creative di artisti emergenti

| Scritto da Redazione
Exposure: energie creative di artisti emergenti

E’ aperta dal 1 dicembre scorso al 21 gennaio 2012, la mostra Exposure, un’iniziativa del Beirut Art Center di Beirut che mira a promuovere artisti emergenti libanesi o stranieri residenti in Libano.

ILARIA LUPO per Nena News

Beirut, 14 dicembre 2011, Nena News – Exposure è un progetto che è stato contemplato nella progettazione stessa del BAC. – spiega la direttrice Sandra Dagher – Lamia Joreige ed io intendevamo fin dall’inizio offrire una piattaforma di visibilità per gli artisti emergenti in Libano. La risposta attiva al nostro appello a progetti ci ha dato il metro di quante energie creative si muovano e cerchino spazi di espressione. Il nostro compito è di fornire i mezzi perché il nostro panorama artistico e culturale trovi vie di crescita e visibilità. Una mostra collettiva ci sembrava la maniera migliore per permettere ad artisti all’inizio della loro carriera di lavorare su un progetto anche ancora in corso di esecuzione. Per noi questo è un atto di fiducia importante che permette agli artisti di confrontarsi con una logica fuori da un mercato che reclama il prodotto finito. Anche per questo la giuria è composta di persone che appartengono alla sfera dell’arte ma con diversi profili. Giornalisti, ricercatori, scrittori vengono coinvolti per dare la massima apertura possibile alla scelta. Il ventaglio di artisti che applicano è molto ampio, include artisti libanesi residenti in Libano e non, così come stranieri basati in Libano. -

La giuria, composta da Fadi Tofeili, Paula Jacoub, Sarah Rogers, Bruce Ferguson e il bord del BAC (con un’unica voce), ha selezionato 7 artisti, con lavori che includono sguardi su questioni aperte della contemporaneità libanese e dando spazio a sperimentazioni che non affrontano direttamente l’attualità pur rappresentando forme di urgenza espressiva che sempre più si fanno spazio in Medioriente, come la dimensione performativa. Diversi dunque per pratica e background gli artisti selezionati, scelti per il contributo innovativo della loro ricerca.

Una fiammante Mercedes nera accoglie lo spettatore all’entrata, ponendo un dubbio sulla sua apparenza realistica ma non perfetta. Franziska Pierwoss, artista tedesca basata a Beirut, ha realizzato una vera e propria versione truccata di una Toyota convertita in Mercedes nei meandri dei garagisti beirutini. “Toyota to Benz” rappresenta il sogno libanese, l’auto di lusso al prezzo di un’utilitaria. – Da tempo mi interessavo alla questione dei trafficanti di pezzi di ricambio in Libano – ci racconta Franziska – anche perché in Germania i libanesi sono identificati con questo mercato illegale. E’ uno stereotipo che ho confrontato con la mia esperienza qui e che ho cercato di elaborare con ironia più che con spirito di critica sociale. L’automobile è uno status ma anche una seconda casa e ha un’importanza senz’altro amplificata per i libanesi rispetto a noi europei. Il progetto tocca questa dimensione del sogno che diventa realtà perché per ragioni tecniche si può facilmente trasformare una Toyota in una BMW per esempio, ma non altrettanto facilmente in una Mercedes. Quindi ho dovuto passare per una fase ulteriore di replica dei pezzi originali in resina per adattarli. Questo è stato per me ancora più interessante perché da un lato sottolinea la questione del falso e dall’altra pone in avanti la manualità rispetto alla produzione industriale. Il lavoro diventa così anche un omaggio ai maghi libanesi della contraffazione. -

Nadia Al Issa (con “8 km-A tribute to Danis Tanovic”) esplora l’intangibilità della no-man’s-land. Il lavoro ci guida nel tentativo di definire e concretizzare uno spazio che esiste, ma che essendo legalmente labile, non ha una precisa identità. In una serie di documenti ritrovati, cartine del secolo scorso, scambi epistolari tra ministri per negoziare i limiti rispettivi, interviste ad abitanti di frontiera, l’artista esplora la fragile situazione frontaliera tra Libano e Siria. L’irraggiungibilità di questo luogo è amplificata alla fine del percorso dell’installazione, in cui ci troviamo di fronte all’equipaggiamento di viaggio dell’artista per accamparvisi che, proprio per la natura ambigua e burocratica dei supposti permessi, non può avvenire.

Confini che si prestano a molteplici interpretazioni sono il soggetto affrontato anche da Laure De Selys nel suo “Submarine“. La dimensione fittizia che assume lo spazio filmato ci conduce in un reale che diventa altro e assume un significato metaforico legato al contesto. Nel film siamo in una cisterna vuota nel bel mezzo dei Territori Palestinesi e ci sembra di flottare sott’acqua. In una terra arida dove il mare è irraggiungibile e l’acqua inaccessibile per ragioni politiche ci ritroviamo in una dimensione quasi surreale o piuttosto in un’evocazione onirica, nel rifugio dell’immaginazione in opposizione alla realtà. – Il mio lavoro è in bilico tra scultura e documentazione – dice Laure a Nena – e in questo caso il mio tentativo di realizzare una scultura è sfociato in un documento sintomatico del luogo che stavo filmando, che si definisce attraverso le proprie mancanze. -

Onirica in un’altra maniera ci appare la visione della città nel lavoro su Beirut di Setareh Shahbazi, che interpella il reale e l’assurdo di Beirut, luogo per cui sono passati mercanti, colonizzatori, belligeranti, traditori ed eroi. La mescolanza accomuna tutti questi passaggi e conflitti che rendono questa città al contempo presente e ultraterrena in un viavai di influenze che hanno dato vita alla caotica realtà urbana attuale. Beirut è passionale ed enigmatica e solo immagini soggettive possono rendere il caleidoscopio visivo di questa città.

Al di là dell’esperienza visiva Bassem Mansour e Dana Alijouder si rivolgono alla dimensione sonora del contesto pubblico. In una serie di performance filmate i due artisti libanesi basati in Kuwait provocano un’audience improvvisata suscitando un’inusuale partecipazione a dei suoni corali spontanei. Un lavoro nato dal desiderio di dialogare con l’ambiente naturale, poi sfociato in una serie di interventi in spazi urbani a partire dalla constatazione che in Libano la maggior parte degli spazi naturali sono pervasi dal suono ininterrotto degli alimentatori elettrici. Il duo ha realizzato una performance live durante l’apertura della mostra, cui il pubblico ha partecipato fino a realizzare una corale di ben 45 minuti. L’idea sfalsata della natura da invocare è al centro di questa ricerca che gioca tra convenzioni e realtà.

Con “My pain is real” Ali Cherri pone una riflessione sulla violenza filtrata dalle immagini dei media. In un autoritratto video d’inquietante freddezza un software grafico apporta modifiche passo a passo fino a produrre un volto ferito e mutilato – Ho lavorato con le immagini d’archivio del quotidiano Safir e riprodotto ferite che ho trovato in fotografie giornalistiche. – racconta a Nena. Ali precisa che la sua è una pratica di costruzione di immagini, il che implica anche la nozione di responsabilità dell’artista. Questa questione è nata per lui durante la guerra del 2006, in cui la visione degli eventi passava interamente dai media – Il mio lavoro problematizza sulla nostra passività, apre l’ipotesi che le tracce lasciate da immagini che ci scorrono davanti diventino parte del nostro stesso corpo. In un mondo di sovrapproduzione d’immagini noi tutti siamo responsabili, produttori o recettori e non abbiamo il coraggio di guardare veramente forse perché, come teorizza Jalal Toufic, non possiamo sostenere lo sguardo che la violenza ci rimanda. –

L’impossibilità di evitare il confronto con la violenza ritorna nel lavoro di Stéphanie Saadé, che si interessa alla collezione del Museo Nazionale di Beirut (Mathaf) dichiarando di aver scelto questa ricerca per evitare di affontare la memoria della guerra civile. Contro le sue speranze, l’artista non può fare a meno di notare che la maggior parte degli antichi oggetti in mostra sono danneggiati. La sua inchiesta in merito la condurrà a portare a galla la realtà di un’istituzione attaccata e martoriata durante il conflitto, in cui la protezione delle opere è stata affidata all’aleatorietà. “Gli oggetti della vetrina 70 hanno sopravvissuto alla guerra.” Ma la loro condizione non permette agli archeologi di nemmeno immaginare una possibile restaurazione. Essi ci guardano interpellandoci e “sono i testimoni e le vittime di un’inesprimibile violenza.”.

Exposure, dal 1 dicembre 2011 al 21 gennaio 2012, Beirut Art Center, Beirut.

Artisti: Nadia Al Issa, Ali Cherry, Laure de Selys, Bassem Mansour and Nadia Aljouder, Franziska Pierwoss, Stéphanie Saadé, Setareh Shahbazi.

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