Giovedì, 03 dicembre 2020 - ore 01.08

GÌNO ‘L USTÉER RICORDO di AGOSTINO MELEGA (Cremona)

Gino, il famoso oste di via Sicardo, mi ha scritto una lettera dal cielo per dirmi di non dimenticare le vecchie osterie di Cremona, e di parlarne.

| Scritto da Redazione
GÌNO ‘L USTÉER  RICORDO di AGOSTINO MELEGA (Cremona)

GÌNO ‘L USTÉER  RICORDO di AGOSTINO MELEGA (Cremona)

Gino, il famoso oste di via Sicardo, mi ha scritto una lettera dal cielo per dirmi di non dimenticare le vecchie osterie di Cremona, e di parlarne.

 Gino, tanto per capirci, è Luigi Miscioscia, classe 1925, un gran buon uomo, morto un po’ di anni fa. Lui non era nemmeno di Cremona. Era nato a Trani, ma parlava il dialetto cremonese come tutti gli abitanti di piazza Padella. Cremona è stata, infatti, la sua patria adottiva sin dal 1940. Qui giunse – l’ho saputo da un suo amico coscritto - come garzone d'osteria presso la "Croce Bianca", in via Sicardo, alla corte di quell'autentico re del vino che era Pietro Moscatelli, del quale portò avanti poi il nome e la fama.

  Era quello il tempo - siamo negli anni '50 -, nel quale anche le donne anziane si portavano al bancone di mescita per acquistare misure differenziate di vino. Gino cominciò così a capire la struttura sociale della città, distribuendo via via el litròon, modo gergale per indicare la misura da due litri, così come el lìter (il litro), el més lìter (il mezzo litro), el quàart (il quarto), el quìint (il quinto), e financo el décim (il decimo), chiamato anche, per dargli maggior consistenza, "na stàfa".

 Altrettanto Gino venne presto a conoscere a menadito tutto il reticolo viario della città. Allora il vino si consegnava anche a domicilio, utilizzando la bicicletta ed una gerla per contenerlo. Il nostro personaggio, allora garzone "porta litri e bottiglioni", ebbe un altro maestro prodigo di consigli: il cantiniere Bigìin Bosio di Bonemerse, che gli parlava del vino, non a torto, come se questo fosse una creatura adolescenziale, in continua crescita e maturazione. Il vino aveva una vita parallela alla sua, a quella di Gino intendo, a quella di un ragazzo del sud incamminatosi sulla strada per Cremona onde diventare uomo, sposo, padre e nonno.

 Gino, da ragazzo, conobbe anche il tempo in cui agli avventori non mancavano i sostegni teorici, i convincimenti profondi per giustificare al mondo e a sé stessi la propria scelta verso il paradiso a buon mercato del vino, di un distillato delizioso del nirvana a portata di mano, riconosciuto non solo quale figlio dell'uva e della vite, ma anche dell'ingegno di un popolo e della poesia di una civiltà, paradigma della felicità raggiungibile lì dietro l'angolo, sì proprio lì dietro il Battistero, in via Sicardo.

 "Se mangiàa 'l é en lauréeri de'l stòmech, béever 'l é ‘l cantàa de l'ànima" (Se mangiare è un lavorio dello stomaco, bere è il cantare dell’anima) si sentiva sentenziare dai tavoli nei rituali d'osteria. Qui si sancivano, infatti, le vere leggi della vera vita, fra un bicchiere e l'altro, naturalmente. Alla "Croce Bianca", il vino saliva in osteria direttamente dalla cantina, veniva su con una pompa, come una fontana senza fine e senza fondo, eterno. E veniva su come se giù, sotto i piedi dei bevitori, sotto la botola della pompa, ci fosse magicamente  una terra lontana, carica di sole e di vita, la terra mitica di Sicilia. Nei bicchieri arrivava infatti, da giù, da lì, dalla Sicilia, l'ambrosia del "mandüüria", del "sicilia" o "scàcia", del "passito". Come se dal pavimento, attraverso le viscere della terra, ci fosse un tubo lungo tutta quanta l'Italia collegato con l'antica Trinacria, come dire fuori dal mondo o fóora de'l bùl, come si dice a Cremona. Non a caso lì da Gino è nata la Famìilia Cremunéeša, con una gran voglia di turismo, di vedere cosa ci fosse su e giù e di qua e di là.

 E le donne? C'erano anche quelle! Perché non di soli uomini era formata l'affezionata clientela del Gino. Per esempio. le filéere (le lavoratrici delle filande) di via Bonomelli e di via Manini, quando prendevano la paga, si fermavano alla "Croce Bianca", sì proprio lì dove oggi c'è il ristorante "La sosta", in via Sicardo. Lì mangiavano e bevevano e cantavano. Quello era un posto allegro e nel contempo serio. Era talmente serio e crudo che l'impresa stradale Turrini veniva addirittura a dare la paga ai propri operai direttamente lì all'osteria. Allora sì che quello era il paese di Cuccagna, che usciva come una icona nell'immaginario popolare, e si trasformava  in una realtà straordinaria fàta de véen s'cèt e pulpéte, fritàade e nervèt cundìit cun óoli e ašéet in ajòon (fatta di vino schietto e polpette, frittate e nervetti conditi con olio e aceto in salsa a base di aglio, aceto e prezzemolo). Per chi non pagava subito, non c'erano problemi né fretta: se marcàava töt in sö 'l librèt (si scriveva tutto sul quadernetto dei debiti).  E bastava poco che si creassero cori in un linguaggio che andava prendere a prestito toni e versi e musicalità dal cesto vario dei ricordi, creando ibridi canori con la religiosità popolare ed l’affettività larga e rusticana. Ecco, allora, un esempio di filastrocca cantata d'osteria, che ci ha riferito l'allora garzone di fornaio Angelo Bruno Fiorani:

La dišìiva àanca sàanta Cecìilia,

'l è 'l véen de butìilia,

'l è 'l véen de butìilia.

La dišìiva àanca sàanta Cecìilia

'l è 'l véen de butìilia el püsèe bòon.

La dišìiva àanca sàant Péeder,

'l è chèl néegher,

'l è chèl néegher,

la dišìiva àanca sàant Péeder,

'l è chèl néegher el püsèe bòon.

E allegri compagni, beviamo, beviamo,

e allegri compagni, beviamo in de 'l bicéer!!!

Lo diceva anche santa Cecilia,/ è il vino di bottiglia,/ è il vino di bottiglia./ Lo diceva anche santa Cecilia/ è il vino di bottiglia il più buono./ Lo diceva anche san Pietro/ è quello nero,/ è quello nero,/ lo diceva anche san Pietro/ è quello nero,/ è quello nero,/ lo diceva anche san Pietro,/ è quello nero il più buono./ E allegri compagni, beviamo, beviamo, e allegri compagni, beviamo nel bicchiere!!!

  Certo non era raro l'evento che qualcuno, di sera, si dimenticasse di dover ritornare a casa. Non mancava chi si fermava a parlare coi sassi di via Sicardo, o chi,  fermo ad interrogare il proprio scalfaròt (bicchiere colmo di vino),  attendeva regolarmente l'arrivo de la so dóna (di sua moglie) per fargli ritrovare la strada di casa. Con Gino si sono involati solo apparentemente questi ricordi di una Cremona che fu. Noi ora li affidiamo alla pagina scritta.

Càar el me càar Gìno, ti ringrazio per il sollecito. Stai sicuro, da lassù, che le véce ustarìe de Cremùna (le vecchie osterie di Cremona) non verranno da me mai dimenticate.

CIAO. Agostino

Agostino Melega (Cremona)

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