Martedì, 07 luglio 2020 - ore 17.30

Spigolatura dialettale | Agostino Melega (Cremona)

In questo tempo di clausura forzata viene naturale risistemare le proprie carte e prendere in mano vecchi taccuini.

| Scritto da Redazione
Spigolatura dialettale  | Agostino Melega (Cremona)

Spigolatura dialettale  | Agostino Melega (Cremona)

 In questo tempo di clausura forzata viene naturale risistemare le proprie carte e prendere in mano vecchi taccuini.

In uno di questi, riportante alcune date del 1998, ho riscoperto degli appunti di singolare pregnanza riguardanti vari modi di dire in dialetto. A Persichello, ad esempio avevo spigolato questo detto: “Incóo sabatìin carìin carìin, lünedé ‘l è sèemper chèl. (Oggi sabato carino carino, lunedì è sempre quello)”, con una massima che rimanda al “Sabato del villaggio” di leopardiana memoria, dove si coglie e si gode nel sabato il preludio al giorno veniente di festa, così come si prende atto, con rincrescimento, della ripresa del lavoro e delle varie occupazioni da affrontare il lunedì successivo.

  A Pescarolo invece ho annotato un botta e risposta confidatomi da Gianni Arisi, conservatore allora del Museo del Lino. Si tratta di un dialogo lapidario riferito da terze persone ad una donna attempata che ha concluso un’operazione di conquista del cuore e del portafoglio di un ricco anziano. Il botta e risposta inizia con questa affermazione: “La gh’àa truàat en gràn partìit! (Ha trovato un gran partito)”. La frase di rimando immediato dice: “Sée! ‘L è ‘n partìit che’l se pìsa adòs (Sì! E’ un partito che si orina nelle mutande)”.

  Ad Annicco, invece, l’amico Piero Tomaselli mi assicurò che “el frèt el la màja mìia el lùf (il freddo non lo mangia il lupo”), come a dire che nella stagione invernale bisogna scoprirsi con grande riguardo, perché il freddo può essere sempre in agguato. Lo stesso Piero, che si portava in dote tutti i detti derivatigli dal fecondo rapporto col nonno di Grontorto, trasferendo il discorso dal clima agli affari, mi assicurò con grande convinzione che “cu i sòolt in bùursa, se fà balàa ‘l ùurs e pò l’ùursa (con i soldi in borsa, si fa ballare l’orso ed anche l’orsa)”. Come dire che allorquando ci sono i soldi, si possono fare molte cose, pure quelle molto fantasiose, un tempo visibili pure nei paesi del Cremonese, come lo ha attestato, a proposito proprio del ballo dell’orso in carne ed ossa, l’amico da poco tempo scomparso Gianni Triacchini di Casalbuttano, sul bel libro “Casalbuttano ieri. I tempi e i luoghi di un passato prossimo”.

 Dalla parlata di Bonemerse, attraverso il “Fondo Bruno Bergamaschi”, ossia attraverso la raccolta di materiale dialettale che mi regalò lo stesso geometra Bergamaschi, una cara persona scomparsa qualche anno fa,  venni a sapere che “De’l bèl tèemp e de la bèla gèent se stöfa màai (Del bel tempo e della bella gente non ci si stanca mai”). Ritengo proprio che questa massima possa essere estesa veramente in tutto il mondo. Così pure quella massima attestante che: “Sòolt e ròba j è màai tròp (Soldi e roba non sono mai troppi)”.

 Dal carteggio ritrovato ho pure spigolato alcuni “reperti” riferiti a Cremona città.

 Devo premettere che in quel lontano 1998, di venerdì pomeriggio, frequentavo un corso di greco per adulti presso il liceo classico “Manin” di Cremona. Ed un giorno, il docente del medesimo corso, mi disse di trascrivere la sua testimonianza sotto lo pseudonimo de “el Ghìiro”, che ancor oggi rispetto e mantengo. Ebbene egli mi chiese: ”Té el sèet quàanti j éera i rè de Róma? (Tu lo sai quanti erano i re di Roma?)”. Ed io gli risposi dubbioso di una possibile gàbola o tranello: “Càt… éerei mìia sèt? (‘Capperi’ non erano micca sette?)”. E lui di rinbalzo: “No! ‘L éera öön apèena, öön sööl: Nùma… Pompìilio (No! Era uno appena, uno solo: ‘Solo… Pompilio’)”. E se pròpia te vóot, j éera dùu: Àanco… Màarsio”.

 Un’altra feconda spiga del dialetto cremonese mi venne donata allora, in modo  involontario, da una signora in un negozio di Porta Romana, quando essa esclamò di fronte ad un’amica incontrata per caso: ”Màma mìa, la spùuša l’è chì. Fèeghe alegrìa che incóo ‘l è el so dì. (Mamma mia, la sposa è qui. Fatele allegria che oggi è il suo giorno)”. Evidentemente quella giovane si sarebbe sposata quello stesso pomeriggio…

 

 Sul vecchio taccuino di memorie ho pure ritrovato la testimonianza di uno scherzo verbale che i muratori anziani facevano un tempo ai nuovi garzoni, come nell’adempimento di un rito d’iniziazione al lavoro. Testimonianza che mi è stata riferita da un capo cantiere di vaglia: Luciano Zanelli di Cavatigozzi.  Ebbene, il muratore d’esperienza diceva a’l giuèen (al giovane): “Vàarda là che gh’è la làsa stòorta. Và a tóome el munghinòon che la indrìsum! (Guarda là, c’è lo spago storto. Vai a prendermi il piegaferri che lo raddrizziamo!).

  Devo confessare che uno scherzo “iniziatico” di questo tipo lo dovetti subire anch’io da bambino, ad Annicco, quando un ragazzo più grande di me, chiamato per soprannome Ciòja, sollecitato dal gruppo dei suoi coetanei ridenti, mi chiese di entrare nella drogheria de la siùra Nìna (della signora Nina).

  Il Ciòja per la precisione mi disse: ”Và a tóome dées fràanch de pùlver de sgarnèera”. Sì, dieci lire di polvere di scopa”. Ed io, ingenuamente, andai. Non trascrivo quello che mi rispose la cara signora Nina, nel mentre sentivo gli echi della risata sguaiata de chéi ‘mbrujòon (di quegli imbroglioni) là fuori. Una risata che è mi rimasta appiccicata sulla pelle per un bel pezzo. Vai a fidarti dei pseudo-amici!!!

Agostino Melega (Cremona)

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