Martedì, 14 luglio 2020 - ore 15.29

PARLANDO DI DIALETTO…CREMONESE | Agostino Melega (Cremona)

Parlando di dialetto, devo confessare la soddisfazione provata per l’esito conclusivo delle prime tre esperienze vissute negli ultimi anni, nella cura di un corso sul vernacolo per conto di Auser Unipop Cremona.

| Scritto da Redazione
PARLANDO DI DIALETTO…CREMONESE | Agostino Melega (Cremona)

PARLANDO DI DIALETTO…CREMONESE | Agostino Melega (Cremona)

Parlando di dialetto, devo confessare la soddisfazione provata per l’esito conclusivo delle prime tre esperienze vissute negli ultimi anni, nella cura di un corso sul vernacolo per conto di Auser Unipop Cremona.

L’attività formativa è avvenuta, infatti, soprattutto in termini di confronto e di riscoperta della bellezza della parlata natia, con l’attiva collaborazione dei partecipanti allo stesso lavoro di ricerca. Sono stati rispolverati e riscoperti, in tali occasioni,  parecchi termini dialettali desueti, in una variegata mescolanza d’accenti e significati, all’interno di un contesto privilegiante il rimando in chiave storica ad un mondo di ricordi, nella cornice del linguaggio urbano e di quello rustico. Ed i partecipanti al corso hanno contribuito al dipanarsi dell’attività col proprio patrimonio linguistico, appreso in diverse località della provincia.

 Durante questo cammino linguistico abbiamo osservato e messo a fuoco, nei modi più dettagliati e possibili, il mondo della campagna, il mondo agrario, il mondo della cosiddetta civiltà contadina, cercando di porre in rilievo pure i vari rapporti d’interdipendenza che questo comparto economico ed ambientale ha avuto nel tempo con la rete degli artigiani del territorio, relazioni che per tanti versi mantiene ancor oggi.

 Ad esempio, il rapporto cu’l frèer o ferèer (col fabbro ferraio) o maniscàalch (maniscalco, un tempo anche veterinario, esercitante il mestiere di ferrare i cavalli), cu’l selèer (sellaio), oppure cu’l cavagnìn (canestraio), cu’l marengòon e cu’l suìin (col falegname e col bottaio), che riparavano e fornivano, l’uno, cariaggi e  strumenti di legno occorrenti alle varie attività, e l’altro botti.

Abbiamo inoltre rivisitato l’attività del mulinèer (mugnaio) e del cašèer (casaro) e così via, senza tralasciare le connessioni che il mondo rurale ha sempre intrecciato col mercato, sia con quello spicciolo dell’ambulantato che portava merci e notizie in cascina.

In alcuni paesi, come ad esempio Trigolo,  l’ambulante che raggiungeva la cascina veniva chiamato bašulòn, poiché egli impiegava nel suo lavoro el bašóol, una piccola bancarella che portava sulle proprie spalle, e su cui esponeva la propria mercanzia.

Fra i vari ambulanti abbiamo ricordato inoltre l’attività de ‘l ašidèer (del venditore di aceto e di mercanzie varie), e de ‘l mignàan (stagnaio), che faceva fronte all’uso di recipienti di rame, e non solo per la cucina, che bisognava stagnare ed eventualmente riparare. Così come abbiamo parlato del muléta (arrotino), funzionale a rendere taglienti tutti gli strumenti necessari a varie lavorazioni e all’attività domestica.

Né abbiamo dimenticato l’uvaróol (colui che andava a raccogliere per i cascinali polli, uova, piccioni per poi rivenderli in città), e i giradùur vescuadìin (i girovaghi di Vescovato), che commerciavano di tutto anche tramite il baratto, vale a dire pìir cöt e pürtügàj (pere cotte e mandarini), fìich e mùndui (fichi e castagne secche), limòon e patàati che spàca la pügnàta (limoni e patate vendute come straordinarie).

Nel contempo, essi erano pure raccoglitori de cavéj de dóna (capelli di donna), stràs (stracci), òs (ossi), còorda rùta (cordame rotto), cavédela (stoppa di scarto del lino), fùunt de bùta (fondi di botte), bavéla (seta di scarto), fèr rùt ( rottami di ferro), e péj de dunél e péj de gàt (pelli di coniglio e pelli di gatto), falòpi (bozzoli di scarto). Insomma: i catàava sö de töt (raccoglievano un po’ di tutto).

Un ruolo significativo in questo mondo agricolo era pure quello svolto da altri soggetti,  da ‘l caretéer (carrettiere), ad esempio, dedito al trasporto di merci e materiali vari, così come da ‘l cunsadùur  (crivellino, vagliatore), che passava al setaccio frumento, granoturco, segale, avena, ravizzone, colza ed altri raccolti che servivano soprattutto per la semina.

Infine non ci siamo dimenticati di altri quattro operatori: el masalèer (il norcino), la mundìna (la mondariso), el spasacamìin (lo spazzacamino) e ‘l tupèer (acchiappatalpe).

Agostino Melega (Cremona)

 

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