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I Casalaschi nell’inferno di Marcinelle | Giuseppe Azzoni

In questi giorni si è commemorata la catastrofe nella miniera di Marcinelle dell’agosto 1956.

| Scritto da Redazione
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I Casalaschi nell’inferno di Marcinelle | Giuseppe Azzoni

In  questi giorni si è commemorata la catastrofe nella miniera di Marcinelle dell’agosto 1956.

Mi sono ricordato di un fascicolo dal titolo «I casalaschi nelle miniere di carbone del Belgio» scritto da Ettore Gialdi, edito dallo Spi-Cgil di Casalmaggiore nel 1998 e ristampato qualche anno dopo da quel Comune.

Vi si riportano notizie, immagini e racconti dei molti casalaschi che lavorarono nelle miniere del Belgio in quegli anni (così come molti altri della nostra provincia). Mi è sembrato giusto trarne qualche significativo spezzone. Vi si premette che nel dopoguerra il governo belga puntò molto sulle proprie risorse carbonifere ma ebbe difficoltà per la manodopera, cessati i prigionieri di guerra ed essendo sempre meno disponibili i lavoratori belgi.

Ci si rivolse a l l’estero, con l’Italia venne stipulato anche il noto accordo che prevedeva uno scambio di minatori contro forniture di carbone a buon prezzo. Riproduco o riassumo di seguito alcuni brani di quei ricordi, sprazzi di memoria che danno una sia pur pallida idea di quella realtà. A molti anni di distanza ed in ben differenti situazioni inducono a riflettere su temi come le morti sul lavoro, l’emigrazione e quant ’altro. Valentino Cirelli, nato a Sabbioneta nel 1924, lavorava nella miniera di Winterslag ed era volontario nelle squadre di soccorso: operò per più giorni e notti a Marcinelle nel recupero di corpi dopo la tragedia, «immerso n e l l’acqua fino alla cintola».

Era di Sabbioneta anche Angelo Furlotti, miniera di Marchienne: ricorda che «il giorno dopo la catastrofe di Marcinelle ricevetti un telegramma: ‘Tor na a casa immediatamente. Pap à ’».

Così fece, per diversi anni trovando solo lavori saltuari. Cosa confermata da Luigi Manfredini di Casalmaggiore, miniera di Charleroi, che scrive: «Questa catastrofe aveva fatto una grande impressione e in molti interruppero il lavoro di minatore. Io il primo settembre decisi comunque di riprendere a lavorare in miniera e partecipai ad un corso di boutefeau, addetto agli esplosivi...». Colpiscono i ricordi relativi al primo impatto dei nostri conterranei con la miniera e poi con certe caratteristiche del lavoro. «... La galleria era abbastanza vasta, c’erano 4 binari, sembrava una città sotterranea. C’era molto caldo... si arrivava a 40 gradi. Mi infortunai subito il primo giorno, il nastro trasportatore fu messo in moto senza accendere la lampada rossa di segnalazione e mi ruppe la gamba in tre punti...» (Cesare Azzini di Vicobellignano, miniera di Eisden). «Cominciai il mio primo turno alle 14, lavoravo a 660 metri di profondità, si arrivava in due minuti con l’ascensore che trasportava un centinaio di minatori.

Un trenino ci portava poi alla galleria dove era la mia taglia (vena in cui il minatore si inseriva per estrarre il carbone)... dove subito fui impressionato dal buio, il carbone non veniva giù... piantai lì tutto...», indotto a rientrare cambia la vena (ora alta 80 centimetri), «lavoravamo in ginocchio e il carbone veniva giù più facilmente. Miei compagni di lavoro erano toscani, della Campania, francesi, belgi, polacchi, romeni...» (Pietro Benvenuti di Casalmaggiore, miniera di Winterslag). «La miniera dove lavoravo partiva da 500 metri di profondità per arrivare fino a 1.500. Le miniere più vecchie erano quelle più profonde... ho lavorato 12 anni in miniera...» (Adriano Biffi di Casalmaggiore, miniera di Marcinelle). Del primo momento di miniera dice così Giuseppe Devicenzi di Cappella, miniera Charleroi: «... incontrai il capo... vieni con me mi disse... mi indicò di lato un buco dove ci passava a mala pena un uomo e mi disse di entrarci... mi venne un colpo!... Mi disse di non aver paura, di entrare e di mettermi a spingere il carbone che arrivava su un canale di trasporto...». Altri, come Guglielmo Goffredi, lavorano a 1.180 metri sotto a caricare carrelli coi materiali derivanti da esplosioni (stavamo allora in una nicchia...) oppure meno in profondità ma «proprio sotto una falda dove pioveva acqua... inzuppato alla fine del turno...». Bruno Sassarini di Martignana lavora in una vena alta 40 centimetri, coricati a pancia in basso o sulla schiena... (miniera di Marchienne au Pont). «Gli infortuni e gli incidenti erano a l l’ordine del giorno. Una volta in un crollo persero la vita due compagni di lavoro, due siciliani, io fui colpito ad un braccio da una roccia. Un’altra volta persi la falange di un dito col martello pneumatico...»: così Antonio Cagna di Cappella, miniera di Grace Berleur. Racconta la vedova Amelia di Giuseppe Chiesa di Vicobellignano, miniera di Chatelineau, che il marito marcò visita e fu dichiarato idoneo.

Non stava bene e andò «da un professore a pagamento». Questi disse che a quel medico doveva «dire in faccia che è un cochon, un maiale». «Gli riscontrarono una silicosi pari al 100 per cento», prosegue Amelia, che sarà causa della sua morte anni dopo. Anche in altre memorie si parla della silicosi, in misura più o meno accentuata. Lavorò nella miniera di Marcinelle, poi in quella di Fontaine l’Eveque ed in altre ancora, dal 1947 al 1957 con alcune interruzioni, Davide Gialdi nato a Viadana e residente a Casalmaggiore.

Nel suo ricordo si parla di «lavoro a 830 metri di profondità in taglie alte da 50 a 80 centimetri, a volte facevo fatica a entrarci coricato... l’ascensore in un minuto scendeva a 800 metri di profondità... la paura dei crolli, una polvere che non si vedevano neppure le lampade, il frastuono del carbone trasportato...», ma non si poteva cedere, bisognava mandare un po’ di soldi a casa. .

Giuseppe Azzoni, storico

11 agosto 2021

Nelle prine tre foto immagini della tragedidi marcinelle

Ultima foto Giuseppe Azzoni

 

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