Martedì, 23 luglio 2019 - ore 20.36

Il volto pulito dell’Italia di Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)

Cari amici di Welfare Cremona, aperta sino al 15 giugno 2019 presso il Polo Romani di Casalmaggiore, si è tenuta la mostra “Il volto pulito dell’ Italia – Uomini e donne che hanno dato la vita per combattere le mafie”, organizzata dagli alunni della 4A del Liceo Classico coordinati dal Professor Stefano Prandini.

| Scritto da Redazione
Il volto pulito dell’Italia  di Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)

Il volto pulito dell’Italia  di Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)

Cari amici di Welfare Cremona, aperta sino al 15 giugno 2019 presso il Polo Romani di Casalmaggiore, si è tenuta la mostra “Il volto pulito dell’ Italia – Uomini e donne che hanno dato la vita per combattere le mafie”, organizzata dagli alunni della 4A del Liceo Classico coordinati dal Professor Stefano Prandini.

Nello spazio di questa lettera, ripercorro la mia visita scrivendo undici brevi ritratti suggeriti  dai pannelli illustrativi della mostra. La speranza è di suscitare nei lettori un ricordo, un’emozione e/o un pensiero.

Giovanni Falcone. La strage di Capaci del 23 maggio 1992 in cui perisce insieme alla moglie e a tre uomini della sua scorta, priva l’Italia e il resto del mondo di uno dei suoi magistrati migliori. Palermitano doc, dopo gli studi in Legge e diversi incarichi a servizio della Giustizia, diviene membro di quel pool antimafia che mediante le indagini patrimoniali e bancarie riesce a ricostruire il percorso del denaro sporco (soprattutto legato ai traffici di droga) scoprendo le connessioni internazionali della mafia siciliana con quella americana. Esemplari restano le 360 condanne (con 19 ergastoli) del maxiprocesso di Palermo nel 1986/87.

Paolo Borsellino. Già compagno di Falcone nella squadra di calcio all’oratorio del quartiere Kalsa di Palermo, dopo la laurea in Giurisprudenza, alla morte prematura del padre diventa l’unica fonte di reddito della famiglia. Magistrato per vocazione coraggioso, nel 1983 entra anche lui nel pool antimafia condividendone rischi, impegni e successi. Alla scomparsa del grande amico-collega rifiuta di sostituirlo come candidato alla superprocura di Roma e, pur cosciente di essere il prossimo obiettivo di Cosa Nostra, resta nella sua amata e amara terra. Il pomeriggio del 19 luglio 1992, dopo aver fatto visita alla madre, cade vittima, insieme a cinque agenti della sua scorta, dell’esplosione passata alla Storia come la strage di Via D’Amelio.

Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il generale dei Carabinieri, originario di Saluzzo, in provincia di Cuneo, in seguito ai buoni risultati ottenuti contro il terrorismo delle Brigate Rosse, nel maggio 1982 viene inviato in Sicilia come prefetto di Palermo per contrastare l’insorgere dell’emergenza mafiosa. Messosi al lavoro, redige presto una vera mappa del crimine organizzato e con l’aiuto della Guardia di Finanza setaccia 3.000 patrimoni. Roma recalcitra alla sua richiesta di maggiori poteri e mezzi ma scopre ugualmente frequentazioni sospette di alcuni politici con qualche boss mafioso.    A soli quattro mesi dal suo insediamento, la sera del 3 settembre 1982, mentre è seduto al fianco della giovane seconda moglie Emanuela Setti Carraro, la piccola Autobianchi bianca su cui viaggia viene affiancata da un’auto di grossa cilindrata con a bordo due malavitosi che scaricano il loro kalashnikov su entrambi i coniugi. Pure l’agente di scorta che li segue su un'altra vettura cade sotto i colpi del fuoco nemico.

Pio La Torre. Laureato in Scienze Politiche, già dirigente sindacale della CGIL, nel 1972 viene eletto nelle file del PCI alla Camera, dove entrerà anche nel 1976 e nel 1979, divenendo membro della Commissione Parlamentare Antimafia. Il frutto principale della sua attività di deputato è stata la legge Rognoni – La Torre che ha introdotto nel codice penale il reato di “associazione di tipo mafioso”. Attaccato alle sue radici siciliane, per cercare di bonificare il terreno, durante il mandato come segretario regionale del suo partito, si occupa puree della lotta contro la speculazione edilizia. Viene assassinato a Palermo il 30 aprile 1982 a bordo della sua Fiat 131 insieme al suo autista.

Una frase che La Torre ci ha lasciato è: “Lo so… lo so che la mafia vi sembra un’onda inarrestabile, ma la mafia si può fermare e insieme la fermeremo”.

 

Francesco Fortugno. Medico di base e poi primario ospedaliero a Reggio Calabria, sul piano pubblico matura esperienze sindacali con la CISL e amministrative come consigliere comunale e regionale della DC. Il 16 ottobre 2005, data delle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato premier, viene ucciso all’interno di un seggio elettorale da un killer a volto coperto con cinque colpi di pistola. Ai funerali partecipa l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Negli stessi giorni migliaia di studenti scendono in piazza contro la ‘Ndrangheta e nasce l’associazione “Ammazzateci tutti”, il cui motto è “Se avete tanto piombo, ammazzateci tutti”.

Don Pino Puglisi. Figlio di un calzolaio e di una sarta, è ordinato sacerdote nel 1960 svolgendo la sua missione soprattutto nel quartiere di origine, a Brancaccio, notoriamente in mano alla mafia palermitana. Si prende cura in modo particolare dei ragazzini che giocano in mezzo alla strada e che, privi di alternative, ritengono spesso che i mafiosi siano delle autorità e delle persone degne di rispetto per le quali magari compiere azioni di microcriminalità quali furti, rapine, spacci.

Per cercare di spezzare simili catene di sottomissione, costruisce per loro un campo da calcio accanto alla chiesa, organizza giochi e attività di gruppo in modo che restino il più a lungo possibile sulla retta via. Nonostante alcuni parrocchiani si allontanino da lui, Don Pino Puglisi continua la sua battaglia respingendo, anche nelle omelie domenicali, le intimidazioni ricevute. Purtroppo però, il 15 settembre 1993, in occasione del suo cinquantaseiesimo compleanno, viene freddato davanti al portone di casa. Le ultime parole sono: “Me l’aspettavo”, accompagnate da un tragico sorriso.

Don Giuseppe Diana. Diviene a soli 24 anni parroco a Casal di Principe, in provincia di Caserta, dov’è nato e dove ha scelto di tornare dopo gli studi a Roma per cercare, coi suoi poveri mezzi,

di liberare un po’ il suo paese dal veleno camorristico. Alle 7.25 del 19 marzo 1994, cinque colpi di pistola risuonano nella sagrestia della chiesa, dove ha appena indossato i paramenti sacri atteso da una decina di fedeli per l’inizio della funzione. Così ci lascia don Giuseppe Diana, nel giorno del suo onomastico, a 36 anni. A trafiggerlo è il boss Quadrano, furibondo perché il sacerdote si è rifiutato di officiare i funerali solenni di un suo parente. L’esecuzione plateale prima della messa doveva servire da monito all’intero paese, confidando nell’omertà degli abitanti in preda al terrore.

Ma alla fine due testimoni, incalzati dai magistrati, confessano ciò che sapevano, tracciando l’identikit dell’assassino. Un plauso ad Alessandro Preziosi, è il caso di dirlo, in stato di grazia, per aver prestato il suo volto a Don Diana nel film omonimo prodotto nel 2014 dalla Rai.

Peppino Impastato. Nasce a Cinisi nel 1948 all’interno di una famiglia mafiosa. Già da ragazzo si ribella al sistema, rompendo con il padre che lo caccia di casa. Nel 1976 fonda il gruppo “Musica e cultura” e l’anno seguente “Radio Aut”, libera e autofinanziata, attraverso cui denuncia, anche con la satira, i delitti, gli affari sporchi e le connivenze politico-mafiose. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria per le elezioni comunali ma non ne conoscerà mai il risultato perché nella notte tra l’8 e il 9 maggio va incontro al suo tragico destino, per le mani violente di Cosa Nostra.

La storia di Peppino Impastato è stata portata sul grande schermo nel film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana, con Luigi Lo Cascio attore-protagonista e ricordata in campo musicale con una toccante canzone dei Modena City Ramblers: “Nato nella terra dei vespri e degli aranci, tra Cinisi e Palermo parlava alla sua radio, negli occhi si leggeva la voglia di cambiare, la voglia di giustizia che lo portò a lottare, aveva un cognome ingombrante e rispettato, di certo in quell’ambiente da lui poco onorato, si sa dove si nasce ma non come si muore e non se un ideale ti porterà dolore”.

Giancarlo Siani. Nato a Napoli nel 1959, si diploma al liceo classico e, nel periodo universitario, fonda insieme ad altri studenti il Movimento Democratico per il Diritto all’Informazione. Si occupa di cronaca nera e di camorra, con una notevole attività d’inchiesta. E’ giovane ma con le idee chiare. Sostiene che “la criminalità e la corruzione non si combattono solo con i carabinieri.

Le persone per scegliere devono sapere, devono conoscere i fatti. Allora quello che un giornalista “giornalista” dovrebbe fare è questo: informare”. Il 23 settembre 1985 è freddato sotto casa nel quartiere napoletano dell’Arenella. I suoi assassini sono catturati dodici anni dopo grazie alla collaborazione di tre pentiti. Alla figura di Giancarlo Siani è stato dedicato il film “Fortapàsc”,  con la regia di Marco Risi.

Libero Grassi. Nato a Catania nel 1924, dopo le lauree in Scienze Politiche e in Giurisprudenza, malgrado voglia fare il diplomatico prosegue l’attività del padre come commerciante nel settore tessile, concedendosi qualche parentesi pubblica scrivendo articoli per vari giornali e militando nel PRI. Preso di mira dal clan Madonia che pretende il pagamento di un pizzo, Libero Grassi si oppone e denuncia gli estorsori. Lasciato sostanzialmente solo, il 29 agosto 1981, alle sette e mezza di mattina, viene ucciso a Palermo mentre si reca a piedi al lavoro. Memorabile la sua frase: “Io non sono un pazzo: non mi piace pagare. E’ una rinunzia alla mia dignità di imprenditore”.

Lea Garofalo. Testimone di giustizia sottoposta a protezione, decide di svelare le dinamiche delle faide interne tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno Carlo Cosco, faide in cui viene ucciso Floriano Garofalo, fratello di Lea e boss di Petilia Policastro, in provincia di Crotone. La vita ormai a rischio di Lea finisce in modo raccapricciante il 24 novembre 2009 col suo cadavere dato alle fiamme fino alla sua completa distruzione. Nel processo che ne segue la figlia Denise testimonia contro il padre, condannato insieme ad altri cinque imputati. Numerosi sono i parchi e le biblioteche intitolate a Lea Garofalo, onorata anche dal film Rai “Lea” di Marco Tullio Giordana.

Uscendo dalla visita alla mostra ho pensato che i volti scelti dagli studenti per rappresentare l’Italia pulita sono qui, ora, impressi nella nostra memoria collettiva a indicarci la strada da seguire affinché il loro sacrificio non sia stato vano.

Cordiali saluti

Massimo Negri - Casalmaggiore (CR)

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