Lunedì, 18 ottobre 2021 - ore 00.52

L’eredità geopolitica di Napoleone

| Scritto da Redazione
L’eredità geopolitica di Napoleone

Più o meno 50 anni fa, John P. Taylor – tra i più importanti storici britannici del Novecento – si prese la briga di contare il numero di volumi pubblicati su Napoleone I per scoprire che al tempo –sull’Imperatore dei Francesi – erano stati scritti più libri che su qualsiasi altro essere vivente. Con stupore annoverò circa 200mila titoli pubblicati già alla fine dell’Ottocento, il secolo che era stato sconvolto dal volo dell’Aquila, e – nei successivi decenni – la cifra aveva raggiunto la vetta di 750 mila: fiumi di inchiostro in più di una decina di lingue; ma si tratta di un conteggio approssimativo perché nessuno, da tempo, ha ritentato il calcolo.

L’interesse che attorno a questa emblematica figura si riaccenderà nel bicentenario lascia immaginare che se ne aggiungeranno altre migliaia: nuovi libri sull’Imperatore e le sue Campagne, su quella che resta un’esperienza storica che ha saputo fondere un’etica guerriera con una estetica (non a caso – in campo uniformologico – il periodo napoleonico viene universalmente ritenuto quello in cui le divise militari furono le più belle, le più eleganti, quelle maggiormente in grado di colpire l’occhio e accendere la fantasia).

E tutto per scoprire, ancora una volta, che l’epopea napoleonica non è più una storia, ma la vicenda di una figura che – a duecento anni dalla morte – si conferma un fenomeno storico, geopolitico, sociologico che vince la sua sfida contro il tempo: in vita, milioni di uomini gli sono stati fedeli e altrettanti, successivamente, sono stati irretiti dal suo mito; con buona pace di Bertolt Brecht, gli uomini hanno bisogno di eroi, di eroi da imitare, figure grazie alle quali riuscire a trascendere se stessi e i propri limiti. Il personaggio Napoleone è oggetto di molte controversie e – come emerge chiaramente dal racconto I duellanti di Joseph Conrad (edito nel 1908) – ancora dopo un secolo egli era considerato, quanto meno in Inghilterra, una sorta di “genio del Male”: ambizioso ma anche ambiguo, intrigante, spregiudicato, equivoco; potremmo aggiungere anche dissoluto, ma questo è un attributo che nella società attraversata dalla tempesta rivoluzionaria, che fu anche rivoluzione sessuale, non avrebbe avuto alcun particolare significato.

La politica fu una delle sue passioni non tanto come missione, quanto come passione per il potere: la conquista del potere per la brama di averlo per sé ed esercitarlo. Il bonapartismo, fu anche un motore che seppe spingere la Rivoluzione nella direzione di un’unità europea sotto un unico grande potere e della trasmissione di certi valori che attengono alla nazionalizzazione delle masse e che intendevano affrancarle dalla sclerotizzata pressione dell’Ancien Régime. La definizione corrente che si dà del Generale e politico francese è quella di «dittatore democratico», accreditata da Luciano Canfora che ha investigato appunto la sfera del cesarismo/bonapartismo. Si tratta di una definizione appropriata, ma che merita una chiosa: paradossalmente tutti i dittatori sono democratici nel senso che il loro potere ha come base e principale sostegno il demos, il (volubile) consenso popolare. Questo è l’elemento che distingue il dittatore dal tiranno che si appoggia unicamente sulla forza e sulla repressione.

La nascita delle «democrazie nazionali», già annunciata proprio nella leva di massa rivoluzionaria, ha segnato la fine del mondo antico, ponendo – al termine del XIX secolo – un problema nuovo: coinvolgere nella mobilitazione non solo il “popolo” ma anche le forme “astratte” dello spirito e quelle “concrete” della sfera economica. Le forze innescate dal processo di industrializzazione si riversano nella dimensione strategica e lo fanno sia sul piano materiale che su quello delle forme della coscienza e dell’ideologia: la vita sociale diventa tutta energia, perché la nuova economia capitalista scioglie i vincoli della società tradizionale con i suoi residui premoderni, abbatte gerarchie e consuetudini, e in questo modo l’atto della mobilitazione diventa radicale. In quest’ottica, i campi di battaglia europei di Napoleone segnano l’apertura della cosiddetta guerra moderna, totale, di massa e di annientamento: tema che diventerà centrale nella riflessione di Carl von Clausewitz.

Napoleone fu un Cesare in ogni suo gesto sia come condottiero sia come legislatore sia come restauratore di antichi soggetti si pensi al Regno d’Italia che prima di lui era soltanto un’ambizione letteraria vagheggiata da poeti e letterati e che con lui – come vedremo – diventa l’embrione di uno Stato con un proprio vessillo e un esercito in nuce.

Torniamo all’Europa: il volo dell’Aquila, di fatto, ha generato due fenomeni contrastanti. Da un lato, ha dato vita a una parabola che ha l’ampiezza di un secolo e mezzo, esattamente 150 anni; una traiettoria strategica che possiamo far iniziare dal momento in cui questo generale di non ancora 30 anni riceve il comando dell’Armata d’Italia e termina nel 1946 quando – con l’inizio della Guerra Fredda – il Continente europeo perde la sua centralità geopolitica. In questi 150 anni possiamo individuare una costante: l’Anglosfera, fedele al principio strategico di impedire la creazione di un’unica potenza al di là della Manica, non sfida mai frontalmente la Potenza emergente (prima la Francia Napoleonica e poi la Germania) ma ne consuma la forza nella periferia (la Campagna peninsulare, i Balcani, il Mediterraneo) per poi creare le condizioni di uno scontro tra questa (già sbilanciata e dissanguata dalla dispersione delle forze in teatri periferici) e la Russia. Una dinamica che ha generato sempre uno stesso esito e che torna oggi di grande attualità.

Il secondo fenomeno innescato da quel prodigioso acceleratore della Storia che fu Napoleone attiene alla geografia politica. Per circa duecento anni, almeno dalla fine della Guerra dei 30 anni, l’Europa aveva trovato un suo equilibrio dinamico attorno a una “zona cuscinetto” che dalla Sicilia risaliva fino alla Danimarca; una fascia divisa in effimere entità politiche troppe volte incapaci di difendersi da sole, ma paradossalmente in grado di sostenere la fragile stabilità del Continente. Facendo perno su di essa, i diversi Stati europei si erano aggregati in quattro macro-aree omogenee: l’Europa atlantica, quella Sud-orientale, la Scandinavia e la Russia.

Sono stati gli effetti geopolitici della Rivoluzione francese a mettere in crisi – per la prima volta – questo paradigma. Nella parabola che va dai campi di battaglia di Arcole, passando per l’apogeo di Austerlitz fino al tramonto di Waterloo, in appena 20 anni, il tragico destino di un uomo che aveva passato la propria vita in movimento, guidando eserciti da un angolo all’altro dell’Europa, divenne quello dei popoli coinvolti; non a caso Hillman ci ricorda che la guerra è il più potente incontro tra le genti. Con la sua marcia verso Sud (in Italia) e poi verso Est (in Germania, Polonia e Russia), Napoleone I mette in moto energie a lungo sopite che finiscono per sconvolgere e ridisegnare i confini politici dell’Europa. Per lui è fatale il completamento del processo di “energizzazione” del Regno di Prussia (iniziato con Federico il Grande), destinato di lì a poco a imporsi come una delle principali potenze continentali e vera artefice della sconfitta francese prima a Lipsia (1813) e poi in Belgio nel 1815. Quando – parafrasando Maurice Barrès – Jünger afferma: «Je ne suis pas national, je suis nationaliste»; non fa altro che evidenziare questo grande orientamento storico, vale a dire l’influenza della Rivoluzione francese sulla situazione tedesca: Le guerre di liberazione sono state rese possibili proprio dal fenomeno napoleonico.

Solo cinquant’anni dopo Waterloo, Berlino, a seguito di una nuova, rapida e vittoriosa campagna contro la Francia, riuscì a unificare quasi tutto lo spazio germanofono. Contemporaneamente fu quasi completata anche la costruzione politica dell’Italia: basti pensare al fatto che il Tricolore italiano fece la sua comparsa nel 1796 come stendardo della Legione Lombarda / Cacciatori a Cavallo, conferito dal giovane generale Bonaparte ai patrioti italiani che – nelle fila rivoluzionarie – si batterono contro l’Impero asburgico. La Legione, composta da 3741 uomini, annoverava tra i suoi ranghi anche Ugo Foscolo e Vincenzo Cuoco. Nello spazio compreso tra il Mar del Nord e il Mediterraneo prendeva così forma una nuova, complessa realtà. In particolare, la Germania – con la sua enorme produttività, la tumultuosa crescita e per l’assenza di una profondità strategica – era destinata ad assumere il ruolo di potenza “eversiva” dell’ordine europeo.

Impero asbugico, Francia e Russia (dalla Pace di Westfalia) avevano considerato quello spazio, diviso e frammentato, nulla più che una zona cuscinetto su cui scaricare le reciproche tensioni. Da questo vacuum geopolitico, grazie al genio di Bismarck, avrebbe preso forma la nazione economicamente più dinamica d’Europa, con un potente apparato bellico, ma afflitta da un grave peccato originario: un profondo senso di insicurezza in grado di condizionare in modo determinante le sue opzioni strategiche. Allo stesso modo, il sentimento preminente dei vicini nei confronti di questo nuovo ingombrante Paese divenne la paura. Durante il XX secolo, tutta la storia dell’Europa è stata determinata da questi stati d’animo collettivi che, in quanto dettati dalla geografia, purtroppo avevano e hanno una propria razionalità: i leader tedeschi sono sempre stati consapevoli del fatto che non avrebbero mai potuto contrastare un attacco congiunto di Russia e Francia, e allo stesso tempo – percependo l’ostilità dei propri vicini (alimentata da una presenza tanto incombente) – sapevano che, prima o poi, quella tenaglia avrebbe provato a stritolarli.

La Germania non avrebbe mai permesso alla Francia e alla Russia di scegliere come e dove attaccare: guidati dalla propria paura, i tedeschi hanno dato vita a una strategia incentrata sulla deterrenza strategica e sul primato dell’attacco preventivo. E il Reno è diventato – come insegna Giuseppe Sacco – una di quelle «frontiere dell’Europa del sangue versato» per esorcizzare le quali è, tra l’altro, nato quel peculiare esperimento post-storico e post-identitario che è la Comunità europea. Proprio al tempo delle celebrazioni franco-tedesche di Verdun, il già citato Jünger – invitato all’Eliseo da François Mitterrand – confesserà di avere «la sensazione di essere atterrato nel secolo sbagliato e non nel Paese giusto, di essere atterrato persino sul pianeta sbagliato»; è interessante la risposta del Presidente francese: «Ai tempi di Napoleone sareste senz’altro stato un maresciallo dell’Impero», e la successiva chiosa di Jünger che purtroppo – nel cambiare dei secoli – i marescialli erano diventati «tutt’altra cosa: se penso a Tuchacevskij, se penso a Rommel, non ho nemmeno bisogno di risalire a Ney e a Murat»: quest’ultimi alla fine si erano sacrificati per il loro Napoleone, il russo e il tedesco dal loro Napoleone avevano ricevuto la condanna a morte.

Come abbiamo già ricordato, leggere dell’Imperatore significa leggere di uomini che si sacrificarono e morirono per lui, così come di altri che congiurarono e lo tradirono. Da spettatori non visti, assistiamo a una parata, al corteo trionfale di una volontà in cui si manifesta la spaventosa profondità della potenza e della forza; riecheggiano così le parole del giovane Hegel: «Ho visto l’Imperatore, quest’anima del mondo, uscire dalla città per andare in ricognizione. È una sensazione meravigliosa vedere un tale individuo che qui, concentrato in un punto, seduto su un cavallo, si irradia sul mondo e lo domina».

Il Romanticismo avrebbe cercato i suoi eroi nel Medioevo, in realtà ne avrebbe visti nascere di esemplari al tramonto dell’Epoca dei Lumi. Un’ultima raccomandazione, viviamo in un’epoca che ha un rapporto problematico con la Storia e che forse dovrebbe riscoprire la saggezza contenuta nella visione di Marc Bloch: «Non comprendiamo mai abbastanza. Chi è diverso da noi – straniero, avversario – passa, quasi necessariamente, per un cattivo. Anche per condurre le lotte che non si possono evitare, un po’ più di intelligenza delle anime sarebbe necessaria; a maggior ragione, per evitarle, quando si è ancora in tempo. La storia, purché rinunci alle sue false arie da arcangelo, deve aiutarci a guarire a questo difetto. Essa è una vasta esperienza delle varietà umane, un luogo di incontro fra gli uomini. La vita, come la scienza, ha tutto da guadagnare dal fatto che questo incontro sia fraterno».

(Salvatore Santangelo, Geopolitica.info cc by)

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