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''L’Italia va al voto'', la presentazione stamani in Municipio a PIACENZA

la presentazione stamani in Municipio della mostra che verrà allestita a palazzo Farnese

| Scritto da Redazione
''L’Italia va al voto'', la presentazione stamani in Municipio a PIACENZA ''L’Italia va al voto'', la presentazione stamani in Municipio a PIACENZA

 

Anni di stravolgimenti, di voglia di rinascere, di grandi passioni. Dalla conclusione del secondo conflitto mondiale nel 1945, regolati alcuni conti - non tutti - con il passato recente, raccolti dalle macerie i mattoni materiali e morali, gli italiani si rimboccarono le maniche per ricostruire il Paese e per costruire la democrazia.

I vent’anni appena trascorsi avevano interrotto la difficile marcia verso una democrazia fatta di diritti uguali per tutti di poter scegliere la propria guida politica; e nel 1946 quel diritto arrivò, per tutti senza limitazioni di censo e, con il voto finalmente conquistato, anche alle donne. Nuovi interlocutori, quindi, nuovi modi di propagandare l’idea politica da parte dei rinati partiti.

Il primo impatto con elezioni libere avviene per dodici comuni del Piacentino, compresi nei mandamenti di Fiorenzuola e Castell’Arquato, il 10 marzo 1946.

Due decreti legislativi luogotenenziali avevano esteso il diritto di voto; l’uno alle donne, appunto, l’altro a tutte le categorie prima escluse; altra innovazione il voto obbligatorio al quale nessun cittadino poteva sottrarsi senza venir meno ad un suo preciso dovere verso il Paese.

Domenica 31 marzo si vota anche per il Comune di Piacenza. Il quotidiano locale al sabato oltre ad un editoriale dal titolo “Votare: per chi?”, in cui tra l’altro scrive “Se può essere naturale il desiderio di novità dopo lunga consuetudine di dolore non è logico guardare solo al programma senza curarsi degli uomini che lo devono realizzare. Sul terreno della pratica si impone la competenza, l’onestà, l’esperienza dei candidati. La tessera di un partito non può regalare la tecnica amministrativa. Nella scelta degli amministratori si deve tener conto più della biografia professionale che di quella politica.” mette a centro pagina ben evidenziato un box dal titolo cubitale “Sei sicuro di ricordare ogni cosa” nel quale ribadisce in undici punti tutto quel che devono sapere gli inesperti elettori. Voterà l’87,3% degli aventi diritto, e se la giocheranno quasi alla pari tre liste identificate da un simbolo, che fa intuire quale sia il partito di riferimento, nei fatti; Falce e martello otterrà 12.710 voti, Sole che sorge 12.661, Scudo crociato 11.668. La quarta lista Gonfalone solo 2581 voti. Dal Consiglio comunale verrà poi eletto sindaco il geometra comunista Giuseppe Visconti.

Le indicazioni per scelte “amministrative” suggerite dal quotidiano locale, avevano solo in parte centrato l’obiettivo; la passione politica e la spinta dei partiti anche sul piano nazionale aveva evidentemente prevalso.

E altrettanto farà nel giocare la partita referendaria il 2 giugno del 1946, con quella tornata elettorale indetta il 16 marzo 1946 per il Referendum istituzionale e l’elezione dei deputati all’Assemblea Costituente. Nelle trentadue circoscrizioni elettorali nazionali previste, gli elettori chiamati alle urne furono 28.005.449 i votanti sfiorarono i 25 milioni pari all’89,10% degli iscritti nelle liste. Il 54,3% scelse repubblica e 45,7% monarchia; oltre 8milioni scelse la Democrazia Cristiana (35,2%), 4,7 milioni il Partito Socialista di Unità Proletaria (20,7%), 4,3 milioni il Partito Comunista Italiano (19%), l’Unione democratica nazionale 1,5 milioni (6,8%), Fronte dell’Uomo qualunque 1,2 milioni (5,3%) , il Partito Repubblicano Italiano un milione (4,4%), Il Blocco nazionale dela libertà seicentomila (2,8%), il Partito d’Azione che raccoglieva tanti intellettuali antifascisti e che un ruolo di primo piano aveva avuto anche nel CLN soltanto trecentomila voti (1,4%), sfioravano il milione (4,4) tutte le altre liste.

Il 10 novembre 1946 sei grandi città andarono al voto per le elezioni amministrative e nell’occasione era già cambiato qualche cosa con un calo di afflusso alle urne e diversi indirizzi politici; Pietro Nenni, capo dei socialisti, annotò “Il peggiorato rapporto di forze tra noi e i comunisti è meritato. Negli ultimi tre mesi abbiamo offerto all’elettorato lo spettacolo delle nostre polemiche interne. Ho esaminato con Togliatti e De Gasperi i risultati elettorali. Il primo si rende conto che non deve tirare troppo la corda. De Gasperi è amaro. A destra lo hanno mollato perché è accusato di cedere ai comunisti. A sinistra perché accusato di cedere al neofascismo. Cristo in croce”.

Le passioni tra chi temeva di perdere e chi sperava di vincere non potevano che crescere in questo scenario che si stava avvicinando alle prime elezioni politiche indette con il D.P.R. n.33 dell’8 febbraio 1948. La Camera dei Deputati veniva eletta a suffragio universale con voto diretto, libero e segreto attribuito a liste di candidati concorrenti e con rappresentanza proporzionale, su 31 collegi; piuttosto complesse le norme per l’elezione dei senatori, ma per i cittadini quel che contava era il simbolo scelto dal partito di riferimento; gli arzigogoli della legge elettorale erano incomprensibili ai più. Alla Camaera vennero eletti tre piacentini, il democristiano Giovanni Pallastrelli e i socialisti Giuseppe Arata e Nino Mazzoni.

Se tra quel giugno 1946 e il novembre dello stesso anno, qualche cosa era cambiato in ambito politico era ben poco rispetto ai mutamenti avvenuti nel 1947. Quello “spettacolo delle nostre polemiche interne” sfocia nello scontro tra le fazioni socialiste, l’ala turatiana e quella massimalista. Scrive Indro Montanelli ne “L’italia della Repubblica”: “La coalizione saragatiana voleva un Partito socialista che da retroguardia del bolscevismo diventasse avanguardia della democrazia. A sinistra stava Lelio Basso risoluto a seguire in tutto e per tutto - anche nel doppio gioco.- i comunisti. Nenni che era per l’unità d’azione con il comunisti pur senza aderire totalmente alle tesi di Basso non credeva che la scissione potesse avere conseguenze devastanti”.

E Nenni convocò un congresso anticipato dal 9 al 13 gennaio pur sicuro che si sarebbe verificata una scissione; e mentre nell’Aula Magna dell’Università di Roma, ancora litigavano gli oppositori di Nenni, Giuseppe Saragat radunava i suoi a Palazzo Barberini; a nulla servirono le sceneggiate di Sandro Pertini che “ostentava disperazione le le lacerazioni” e Saragat, l’11 gennaio annunciò al Congresso la scissione che tolse al PSI metà dei parlamentari.

La conseguente crisi del Governo De Gasperi, riportò ad una sostanziale riedizione del governo tripartito con comunisti e i socialisti accanto ai democristiani; mentre i saragatiani che De Gasperi sperava di portare al governo passarono all’opposizione. Democristiani e comunisti insieme avrebbero votato anche un passaggio essenziale della Costituzione, l’articolo 7: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale”.

Il 28 aprile del 1947 in un discorso radiofonico De Gasperi pose le premesse di una svolta che avrebbe scaricato i comunisti (in mezzo anche le elezioni in Sicilia aveano creato sconcerto soprattutto tra i democristiani) e in maggio ottenuto l’assenso del suo partito ad aprire una crisi, Togliatti litigò con gli americani (“sull’Unità titolò un articolo “Ma come sono cretini”) e tra fine maggio De Gasperi formò un governo monocolore democristiano che passò alla Costituente con 274 voti contro 231. Ministro dell’Interno era Mario Scelba, che sarà l’obiettivo privilegiato della sinistra.

Sul territorio lo scontro era spesso più tragico di quello tra leader politici; erano gli anni del “triangolo rosso” dell’Emilia, con omicidi, fughe in paesi “socialisti”, repressioni da parte degli “scelbini”; era di là da venire la pacificazione e le passioni erano sempre accese.

Socialisti e comunisti a questo punto erano condannati a marciare insieme. E Nenni, forse più di Togliatti, spingeva per un fronte comune. Con obiezioni di alcuni socialisti, come ancora una volta Pertini, che paventavano un ruolo subalterno rispetto ai comunisti. Nasce così il Fronte popolare con Togliatti e accanto Nenni che incontrato Malenkov, il vice di Stalin, aveva preso per buona la promessa che se avessero vinto le sinistre l’Unione Sovietica avrebbe fatto fronte al fabbisogno di grano dell’Italia già dal 1948 (rimandando di qualche anno quello di carbone). A sinistra era destinato alla dissoluzione il Partito d’Azione, con fughe verso la sinistra popolare e propensioni al liberalismo elitario gobettiano.

In questo contesto ci si avviava all’elezioni della prima legislatura repubblicana i cui comizi furono indetti l’8 febbraio 1948 e le elezioni per Camera dei Deputati e Senato per il 18 aprile 1848. Da una parte stava la Democrazia Cristiana dall’altra il Fronte Democratco Popolare per la libertà la pace e il lavoro (e chi più ne ha più ne metta) . E lo scontro vero fu tra queste due formazioni, le uniche con risultato a due cifre e tanti che si attesteranno invece allo zero virgola.

Le notizie che arrivano dall’Europa orientale sono preoccupanti. I paesi dove il partito comunista ha avuto la maggioranza sono diventati satelliti dell’Unione Sovietica. Il patto tra socialisti e comunisti uniti elettoralmente nel “Fronte” non può lasciare tranquilli gli italiani che paventano dopo un ventennio nero un regime rosso.

La campagna elettorale non può che essere infuocata.

La preoccupazione per il possibile verificarsi anche di episodi violenti c’è ogni giorno; i comizi sono sempre caldi e la polizia di Scelba vigila con attenzione; ma la presenza sempre massiccia nelle situazioni più a rischio è un buon deterrente. Le piazze anche dei paesi vengono prenotate a orario, con comizi uno dopo l’altro; microfoni e megafoni vendono alternarsi gli oratori.

Ma soprattutto diventa guerra di slogan, di simboli tanto più grandi quanto più si presume possano essere convincenti. E ogni angolo di città e paesi si copre di manifesti. Una guerra giocata con la carta sui muri; manifesti con slogan, vignette che spesso “rispondono” a quelli della controparte. Nell’Italia che era si era informata tra fine e inizio secolo, attraverso le tavole di Beltrame, che aveva riso (ma anche meditato) con i disegni di Scalarini, che aveva bevuto la propaganda dei manifesti di Boccasile, avevano facile presa i manifesti, le immagini immediate facili da cogliere. E spesso i manifesti erano ripresi “in piccolo” in “volantini” distribuiti ovunque; molto diffusi erano i facsimile delle schede su cui compariva solo il simbolo del partito voluto, ma collocato nella gusta posizione; volantinaggi massicci e massivi, che lasciavano le piazze dopo i comizi completamente ricoperti di foglietti, come dimostrano tante foto delle grandi città. Nel Sessantotto gli studenti distribuiranno i volantini cercando di consegnarli nelle mani dei colleghi, in quegli anni che pure erano di ristrettezze anche per la carta (i quotidiani il più delle volte erano a quattro pagine, di rado arrivavano a otto) venivano letteralmente fatti volare su chi assisteva al comizio.

Ed era guerra accesa; a sostenere la Democrazia Cristiana in rigorosa funzione anticomunista, non solo i “Comitati civici” di Luigi Gedda (a cui fu dato forse un peso maggiore di quello che abbiano effettivamente avuto, ma che comunque fu consistente), ma anche le organizzazioni della Chiesa, dalle parrocchie all’Azione Cattolica, al Centro Italiano Femminile (il CIF che si contrappone all’UDI, Unione Donne Italiane, di matrice comunista). La componente cattolica nella propaganda ha un ruolo essenziale, ma sono pur sempre i dirigenti democristiani ormai rodati a muovere l’intero motore elettorale.

Tuttavia nel contorno propagandistico si muovono persone geniali come Giovannino Guareschi, a cu si devono diversi manifesti che sono rimasti come icone di quella campagna elettorale, e a cui si deve lo slogan che più d’ogni altro viene ricordato (e non solo perché sarà tra quelli citati anche nel secondo film della serie di Don Camillo); “Nel segreto della cabina, Dio ti vede Stalin no!” è immediato, sposta la scelta politica più che su un piano morale, sulla trascendenza con cui tutti, anche i comunisti, devono fare i conti per l’educazione che li ha formati. Il Fronte Popolare, non a caso gioca spesso la carta del “vero” cristianesimo, povero e francescano, anche se il suo simbolo, la stella con il volto di Garibaldi, andava a richiamare un Risorgimento che aveva avuto una forte matrice laica. Di chi sia stata l’idea non è certo, pare sia stata suggerita a Togliatti da Georgi Dimitrov, poi capo dei comunisti bulgari, che con Togliatti era stato protagonista del VII Congresso dell’Internazionale comunista nel 1935, nel corso del quale era stata proprio promossa la teoria dei fronti popolari, come organizzazione per aggregare tutte le forze che si opponevano al fascismo e al nazismo; Dimitrov fu poi, da premier bulgaro, simpatizzate della “via nazionale” al comunismo che tanto poco piaceva a Stalin; morì in ospedale durante un soggiorno a Mosca nel 1949 e, probabilmente, la malattia improvvisa aveva qualcosa a che fare con il dittatore sovietico.

Guareschi che con Giovanni Mosca è in quegli anni alla guida di Candido, da loro inventato, (nel 1946 era nata la figura dei “trinariciuti”) conduce la campagna a sostegno della Democrazia Cristiana e anticomunista, ma anche vuole spingere al voto e contro l’astensionismo (seppur confermando la sua linea politica) lancia il “Vai a votare! Mentre tu dormi Stalin lavora”.

Di quella battaglia di carta, astuta, ma anche ngenua con gli occhi di oggi, rimangono le fotografie dei muri tappezzati di manifesti e simboli, anche su palazzi monumentali, non solo su spazi concessi, e utilizzati, abitualmente come le palizzate dei cantieri. Col tempo le affissioni verranno regolamentate, i volantinaggi ridimensionati e ridotti il più possibile, sicuramente non più col lancio di interi mazzi per le strade. I comizi avranno meno seguito; le passioni saranno anche meno accese, di grande rimarranno solo i manifesti 3x6. E agli slogan si sostituiranno i tweet di un illusorio rapporto diretto tra elettore e candidato.

 

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