Giovedì, 21 novembre 2019 - ore 17.39

La figura del Sindaco Arnaldo Feraboli

Agostino Melega rivisita la figura del Sindaco Arnaldo Feraboli

| Scritto da Redazione
La figura del Sindaco Arnaldo Feraboli

A distanza di poco più di un anno dalla scomparsa si rafforza sempre di più la consapevolezza del valore e dalla vastità della testimonianza storica di Mario Coppetti. Un pozzo inesauribile di ricordi dispensati in una lunga ed intensa consuetudine di “interviste” mai lesinate al cenacolo di assidui compagni ed amici, desiderosi di tramandare pagine di storia cremonese.

Qui riportiamo il lavoro di Agostino Melega, al quale il nostro indimenticabile artista-partigiano affidò, in lingua cremonese, il profilo di un altrettanto indimenticabile protagonista della vita cittadina e delle vicende politiche.

Il socialista Arnaldo Feraboli, o meglio, come dice Mario Coppetti, el sùcialista, con la -u accentata- Feraboli, e non el socialista, con la -o-, come si dice per lo più oggi, era ragioniere ed aveva svolto la sua professione prevalentemente presso la Banca Popolare Italiana di Cremona. Era una persona timida, mi confida Mario. Abitava in via Ghinaglia, non molto lontano dalla casa dello stesso Coppetti. Sensibile ai problemi del mondo del lavoro e alla condizione dei ceti popolari, Arnaldo Feraboli fu molto impegnato nel settore cooperativo. Tant’è che nel 1945 fu il primo Presidente della nascente Unione Cooperativa Cremonese di Consumo. Anche nel settore pubblico venne a dimostrare doti di buon amministratore e nonostante la sua timidezza, egli era animato da uno spirito imprenditoriale inaspettato ed inedito, quale ad esempio quello di impegnarsi personalmente, da sindaco, a vendere e comperare case per il Comune. Certo, bisogna riflettere sul fatto che quelli erano tempi che appartengono ad una stagione difficilmente immaginabile, per chi non l’ha attraversata personalmente. Una stagione in cui l’onestà era veramente un bene comune. E chi faceva politica, solitamente, non ne ricercava né ne otteneva un ritorno finanziario. La corruzione oggi dilagante, come ha affermato recentemente il presidente della Repubblica, Napolitano, non era una malattia diffusa né in Italia né a Cremona, né fra i politici né fra i burocrati. Un esempio di questo aspetto adamantino, me lo ha fornito qualche giorno fa lo stesso Mario Coppetti.

Al tempo di Feraboli, in Comune vi era un ragioniere capo, un tal Aladio, en dutùur d’origine piemontese, cu na palotùla in de la téesta, con una pallottola nella testa, un ricordino della prima guerra mondiale. El vegnìiva in Cumöön cu i tròcui (Veniva in Comune con gli zoccoli). Probabilmente – lo dico io adesso, anche per quello che conosceremo in seguito, aveva una visuale del mondo da terziario francescano. Di fatto non usava nemmeno l’inchiostro.

<<In üfìsi el scrivìiva töt a matìita (In ufficio scriveva tutto a matita)>>, mi dice Coppetti. Ma perché? Perché el vice-ragiuniéer, Andreini, ‘l éera comunìista. Cuzé en dé el vedìiva na cìifra e el dé dòpu la gh’éera pö, l’éera cambiàada (il vice-ragioniere era comunista. Così un giorno vedeva una cifra e il giorno dopo non c’era più, era cambiata).

Aladio, il pio piemontese, gestiva inoltre personalmente un conto al portatore sul quale erano depositati fondi comunali. Fondi che egli concedeva solo agli assessori <<non spendaccioni>>, secondo un suo personale criterio e giudizio. Era più di un Cottarelli ante-litteram. Questi intende tagliare adesso, dopo che i debiti gravano come macigni sul groppone degli italiani. Aladio, invece, tagliava in chiave preventiva. Certo, fra i <<non spendaccioni>> vi era senza ombra di dubbio Mario Coppetti, come mi ha testimoniato lui stesso. Aladìo el fàava balàa i miliòon de chì e de là. Unèst, pusèe che adès con töte le so màchine, (Aladio faceva ballare i milioni di qui e di là. Onesto, più che adesso con tutti i loro computer). Quando il ragioniere capo tornava a casa, non c’era giorno che non passasse da piazza Cavour, a raccogliere gli avanzi dei banchetti dei fruttivendoli. Àanca en pùm màars. El la catàava sö. A cà, el mangiàava chéla ròba lé. (Anche una mela marcia. La raccoglieva. A casa, mangiava quella roba lì).

Va detto, inoltre, che Aladio partecipava alla messa in Duomo tutte le mattine, alle 10. E si auto-definiva con orgoglio <<Un cristiano non democristiano>>. Quando terminò il suo compito a Cremona, egli ebbe un contenzioso col Comune; contenzioso che vinse fino all’ultima lira richiesta. Prima però di andare in pensione, andò da Mario. Al quale disse:<<Guardi, se le occorrono dei soldi, là ci sono. Chèi j àalter i la sà mìia. (Quegli altri non lo sanno). Il vice-ragioniere, Andreini, el l’ha màai savìit (non lo ha mai saputo). E quando morì Aladio lasciò tutte le sue sostanze al Cottolengo di Torino: diverse centinaia di milioni. <<Chéesti chì j è òm! (Questi qui sono uomini!)>>: mi ha commentato lo stesso Mario Coppetti con una significativa espressione.

Ma facciamo ora un passo indietro e vediamo da vicino come Arnaldo Feraboli, chiamato Ferabuléen per la sua bassa statura, avesse potuto diventare un bel giorno sindaco.

Siamo nel 1957 e Feraboli aveva più di settant’anni. Mario Coppetti non mi ha saputo dire di preciso la sua età. Che avesse più di settant’anni l’ho letto da un’altra fonte. Mario mi ha saputo solo dire:<<’L éera de là>>, vale a dire che Feraboli era nato nel secolo prima, nell’Ottocento.

Il Comune di Cremona, nel 1957, viene a vivere una stagione politico-amministrativa difficile e tesa, osservata con particolare attenzione pure a livello nazionale. Fu una stagione caratterizzata da un periodo di tensioni e di stallo e da un conseguente commissariamento, che portarono la città verso elezioni straordinarie per il rinnovo del Consiglio Comunale.

Tutto aveva avuto origine dal risultato del voto amministrativo del 27 maggio 1956. Infatti, tale risultato aveva visto in testa la DC con 16.673 voti e la conquista di 15 consiglieri. Seguivano il PSI con 11.972 voti ed undici consiglieri, poi il PCI con 8.599 voti e sette consiglieri, una lista di Unione civica con 3.626 e tre consiglieri, il MSI con 2.960 voti e 2 consiglieri, ed infine il PSDI con 2.537 voti e due consiglieri eletti.

In quella stagione politica, il PSDI locale era nettamente orientato, insieme al PSI, verso una maggioranza di sinistra. Dalle urne era uscito un risultato che vedeva di fronte 20 consiglieri di centro e di destra, e 20 consiglieri di sinistra.

In casa socialista le cose erano chiare ed evidenti. Non era possibile candidare il prestigioso Emilio Zanoni, più giovane del candidato avversario, il democristiano Giovanni Lombardi. Nel ballottaggio, a parità di risultati, infatti prevaleva l’età; l’età concepita come merito, come fonte di saggezza forse, e non so per cos’altro.

Così, il 30 di giugno 1956 si riunisce il Consiglio, il quale elegge Sindaco, con 20 voti, il socialista Arnaldo Feraboli. Sul perdente esponente democristiano, Giovanni Lombardi, confluiscono i 20 voti provenienti da DC, MSI e Unione civica.

A questo punto tutto si blocca per una manovra inaspettata messa in atto dai consiglieri di centro e di destra, i quali fanno mancare il numero legale al momento di eleggere la Giunta. Allora interviene prontamente il Prefetto che mette in mora il Consiglio ed annulla l’elezione di Feraboli, de Ferabuléen. Ma egli viene ad annullare questa elezione – eccolo qui il giallo - per l’ineleggibilità di alcuni consiglieri della Democrazia cristiana, ineleggibilità denunciata dalla stessa DC.

Nel mondo politico cittadino la sorpresa fu fortissima e la polemica toccò i piani alti dell’emotività e dello scontro. Infatti fu accertato che la DC aveva messo in lista e fatto eleggere alcuni consiglieri ineleggibili, in quanto anche consiglieri dell’ECA, l’Ente Comunale d’Assistenza. Ma questo fatto fu reso manifesto solo in quel momento dalla stessa DC, proprio per impedire l’elezione di Feraboli. Figuriamoci l’ira dei socialisti e figuriamoci la traccia profonda lasciata da questo sgarro nella storia politica dei rapporti fra i due partiti. Il terzo, il PCI, nel frattempo gongolava.

Non sbloccandosi lo stallo e lo scontro, risultò quindi impossibile formare una maggioranza, ed il Comune venne così commissariato. E nel settembre 1956 si arrivò alla nomina governativa di un Commissario Straordinario, nella persona del dott. Lorenzo Salazar.

Per evitare questo sbocco i socialisti avevano proposto di nominare una Giunta monocolore socialista PSI-PSDI con l’appoggio esterno di altre forze democratiche. Il PCI aveva dato la propria disponibilità, non così la DC. Ed altro veleno, inevitabilmente, venne a stabilizzarsi nelle vene dei dirigenti socialisti. Si giunge così all’indizione di nuove inevitabili elezioni comunali, per il marzo 1957.

La campagna elettorale fu molto tesa, e non poteva essere altrimenti. E siccome in questo periodo non ve ne erano che pochissime altre in Italia, ad essa si guardò con particolare attenzione anche dai piani alti dei partiti nazionali. Nel frattempo, sul versante internazionale il clima politico era divenuto incandescente a causa dell’intervento sovietico in Ungheria, avvenuto nell’ottobre precedente; un intervento che aveva portato a schiacciare la rivolta di operai e studenti, con più di ventimila morti. Così come una concausa della forte tensione internazionale era stata innestata dalla seconda guerra arabo-israeliana, in seguito alla nazionalizzazione da parte dell’Egitto del Canale di Suez, sempre nell’ottobre del 1956. Quella grave tensione sarebbe poi passata alla storia come la Crisi di Suez. Così non possiamo dimenticare che, il 25 febbraio del 1956, vi era stato il rapporto segreto di Krusciov al XX Congresso del PCUS che diede inizio in URSS al processo di destalinizzazione, mal interpretato da polacchi e magiari che videro nella stessa operazione il segno di una possibile autonomia, stroncata invece poi nel sangue.

Nel febbraio del 1957 si tiene il congresso di Venezia del PSI. E’ il congresso della svolta autonomistica, uno dei congressi chiave della storia del socialismo italiano. La relazione di Nenni - scrive lo storico Giuseppe Tamburrano - <<ebbe un applauso che sancì il distacco definitivo del partito socialista dal comunismo italiano>>. E così, con la prospettiva di possibili cambiamenti del quadro politico, avvengono le elezioni amministrative del marzo 1957, a Cremona, che vennero inevitabilmente ad acquisire una grande importanza sul piano nazionale.

Da qui la straordinaria campagna elettorale del PCI (partito allora sotto attacco ed in forte fibrillazione interna). Il quale partito organizza a Cremona manifestazioni con la presenza di Palmiro Togliatti, Umberto Terracini, Mario Alicata, del sindaco di Bologna, Dozza. Anche i socialisti si impegnarono fortemente, con l’intervento dello stesso leader nazionale, Pietro Nenni. Il suo intervento venne annunciato qualche giorno prima da l’Eco del popolo, che uscì in edizione straordinaria, con un titolo a tutta pagina: <<Cremona lavoratrice torni al Comune – Venerdì 21 tutti in piazza del Comune>>.

Anche il Vescovo Danio Bolognini, bolognese di nome e di fatto, al pari dell’amico avversario Dozza, fa sentire la sua voce in questa circostanza e fa diffondere un messaggio attraverso un volantino in cui si dice: <<in merito alle elezioni amministrative che avranno luogo nel Comune di Cremona la domenica 24 marzo (…) un cristiano non può dare il suo voto a partiti e persone che sostengono l’ateismo comunista e socialista e a quelli che si dichiarano contrari e anche solo indifferenti alla causa cristiana>>. Allora non c’era ancora il problema delle copie di fatto o di aprirsi o meno ai flussi dell’immigrazione. In primo piano vi era piuttosto lo spartiacque fra fede e ragione, e fra la centralità della persona e la centralità dei bisogni, e la differenza delle risposte offerte dalle diverse culture: quella cristiana, quella laica e liberale e quella marxista. Un <<umanesimo integrale>>, fondato dai contributi di tutte e tre questi filoni, non era per nulla allora nemmeno ipotizzato, né possibile. La diversità non veniva per nulla concepita come risorsa, ma solo come una fonte per perpetuare il conflitto.

Ma torniamo a Nenni. Questi era ormai fortemente deciso ad uscire dall’esperienza del frontismo per aprire prospettive riformiste all’iniziativa politica dei socialisti. Già il 25 agosto del 1956 vi era stato un incontro di rappacificazione fra Nenni e Saragat a Pralognan. Ma a Cremona, dove il detto quieta non movere prevale spesso e mette in ombra la formula del <<fortitudo mea in brachio>>, l’innovazione politica di Nenni venne interpretata come inquietante ed intempestiva. In modo tale che la visione e la prospettiva politica del grande romagnolo fu messa in disparte.

In tale periodo, parallelamente al manifestarsi di tensioni operaie al di là della Cortina di Ferro, in Polonia e in Ungheria, si venne a verificare a livello locale un forte aggravamento della situazione economica, sia in città che in provincia. E si venne a sviluppare, con cifre impressionanti, un esodo biblico di manodopera dalle campagne cremonesi. I contadini lasciavano la terra ed abbandonavano, allora senza alcun rimpianto, condizioni sociali ed ambientali non più tollerabili. Essi, non trovando risposte adeguate ai loro bisogni in provincia, erano mossi dalla disperazione e si decisero a sradicare le loro radici millenarie. Sul piano dello sviluppo industriale qui c’era una vera morta gora, ed allora in mancanza di prospettive in casa propria questo popolo di persone per bene si diresse compatto verso Milano ed il Nord della Lombardia. A Cremona la situazione si venne inoltre a complicare con sentori di possibili licenziamenti alla Andreotti, alla SIC, a Cremona Nuova, alle fornaci Frazzi e alle ceramiche Gosi.

In tale clima di forte disagio sociale, prese l’avvio la campagna elettorale.

I tre partiti della sinistra PCI, PSI, PSDI si presentarono con un profilo unitario, soprattutto nel programma, checché ne postulasse Nenni. <<Se rangiarà, Nenni>>, avranno detto. <<Cùza vóorel chél véc? (Cosa vuole quel vecchio?>>.

Cosa rilevante di questa scelta è che all’epoca, i partiti, si riservavano di decidere quale fosse la maggioranza formale e politica da condividere solo dopo l’espressione del voto. Oggi questo avviene col ballottaggio al secondo turno delle elezioni. Allora, la celebrazione del collegamento avveniva nel primo consiglio comunale dopo le elezioni.

Si votò dunque il 24 e 25 marzo 1957, nello stesso giorno in cui a Roma venivano firmati i trattati istitutivi della Comunità economica europea. Nelle elezioni di Cremona lo schieramento di sinistra prevalse di stretta misura con i 23.405 voti (50,5%) conseguiti da PSI, PCI e PSDI contro i 22.926 voti (49,5%) di DC, MSI, monarchici e Concentrazione Democratica (PLI e PRI insieme).

<<Come al solito - scrive Enrico Vidali - il PCI aveva cannibalizzato parte della raccolta socialista; sia per ragioni di politica nazionale, dettate dall’imperativo di assorbire la botta dei fatti ungheresi, che per il rapinoso imprinting di approvvigionarsi, a prescindere, nell’orto del vicino.

Un po’ come la DC; che, presentandosi nella veste della resistenza centrista, aveva intercettato parte dei consensi destinati ai satelliti fotocopia (la lista Concentrazione Democratica – PLI e PRI insieme e la lista del PSDI).

La sinistra tornava dunque ad amministrare il Comune dopo la sconfitta politica del 1948, che si era poi riprodotta anche nella amministrazione comunale.

Tant’è che il titolo del Messaggero di Roma, il 27 marzo, due giorni dopo le elezioni amministrative di Cremona, uscì con il seguente titolo: <<Malgrado le affermazioni di Nenni, a Cremona s’è fatto il fronte Popolare>>.

Dal canto suo, Nenni, sotto la data del 25 marzo avrebbe annotato nel suo Diario: <<In serata prima notizia delle elezioni di Cremona dove ero stato a parlare venerdì. Su due terzi dei risultati i comunisti sono in aumento, noi in leggero regresso. Era la previsione che si faceva prima del mio discorso, ma la cui conferma non mancherà di avere larghe ripercussioni. Domani l’Unità avrà ben donde di ripetere come dopo Lecco: - Chi è in crisi? – E in crisi ci siamo proprio noi>>.

Il giorno successivo, scriverà: <<I risultati definitivi confermano la perdita (a Cremona) di cinquecentocinquantasette voti socialisti, noi rimaniamo in testa ai partiti di sinistra. A occhio e croce l’amministrazione rimane ingovernabile>>.

La DC, in quella occasione, fu infatti il primo partito della città con 17.594 voti, seguita dal PSI, che mantenne il secondo posto con 11.475 voti. Al terzo posto si piazzò il PCI con 9.787 voti.

Il Consiglio Comunale, riunito il 23 aprile 1957, eleggeva sindaco il socialista Arnaldo Feraboli e assessori Adriano Andrini, Giuseppe Ughini, Bruno Calatroni, Emilio Zanoni, Mario Fresco e Silvano Meazzi. Supplenti: Stefano Alquati e Italo Ruggeri. Successivamente Emilio Zanoni (eletto senatore nel 1958) verrà sostituito da Mario Coppetti e Meazzi da Albertino Rossi.

E’ del 1958, dunque, l’inizio della collaborazione stretta, sul piano amministrativo di Coppetti con Feraboli, una collaborazione che si trasformò in una grande amicizia che sarebbe durata poi una intera vita. Coppetti oltre che assessore ai lavori pubblici divenne in seguito anche vice-sindaco.

Orbene, nel 1960, Feraboli si ammala e gli viene consigliato dai medici di recarsi in convalescenza in Liguria, al mare, in riviera. Scrupoloso com’è, non si sente di mantenere la carica di sindaco e comunica al partito che vuole dimettersi. La cosa però non è vista di buon grado da alcuni dirigenti del suo stesso partito, dirigenti di tendenza frontista che non potevano certo sopportare l’eventualità di vedere diventare sindaco Coppetti, el suciàl-demucràtich, come allora egli veniva definito dai filo-comunisti del PSI. Per questo, una rappresentanza di filo-comunisti parte da Cremona in macchina verso Rapallo per convincere Feraboli a non compiere quel pericoloso passo. E Feraboli, suo malgrado, osservò la disciplina di partito e a Coppetti fu preclusa la strada a diventare sindaco. Peccato. Un vero peccato sul piano storico.

Ma passiamo oltre, e torniamo agli inizi del programma amministrativo della nuova giunta Feraboli. Questo programma - scrive Giuseppe Azzoni - è di notevole spessore. Vi sono elementi che segnano la storia della città nella seconda metà del secolo. Vi spiccano la volontà di costruire un nuovo ospedale , di dare vita al complesso di scuole medie superiori in via Palestro, l’attuazione di una nuova grande palestra (quella che sarà la palestra spettacolo di via Postumia), l’allestimento di una nuova area industriale (quella tra via Sesto e via Castelleone), dove si insedieranno anche la Feltrinelli e la Scac. Si prevedono poi impegni sul tema dell’edilizia popolare, per la circonvallazione, per la municipalizzazione del gas metano e per il miglioramento dei principali servizi. Di rilievo, infine, il cambiamento in tema fiscale, non più mirato al prelievo prevalente tramite le imposte di consumo ed i dazi, ma con un adeguamento della imposizione sui patrimoni e sui redditi medio-alti (imposizione all’epoca ancora incentrata per i Comuni sulla tassa di famiglia). Insomma l’obiettivo era quello di tassare di più il ceto medio e i ceti abbienti e di meno i consumi della generalità delle famiglie.

Leggendo oggi, nel loro complesso, i programmi elettorali del 1957 si può constatare che si posero delle basi davvero importanti che avrebbero avuto in seguito una concretizzazione operativa. Le più impegnative di esse, anche negli anni successivi e con altre maggioranze, come nel caso del nuovo Ospedale o le nuove sedi per le Medie superiori, ricevettero un consenso trasversale ed unitario di tutte le forze politiche cittadine.

Altrettanto va detto per quanto riguarda la realizzazione del canale navigabile. Tra gli anni ’50 e ’60 la realizzazione dell’idrovia padana era auspicata da tutti coloro che vedevano in essa un mezzo per promuovere lo sviluppo industriale delle zone da essa interessate. Si mettevano in evidenza l’economicità dei costi di trasporto idroviario per l’industria pesante, l’opportunità che la viabilità stradale non fosse compromessa dal trasporto di merci particolarmente voluminose e povere, la possibilità di collegare, tramite il lago Maggiore, la Svizzera all’Adriatico, la constatazione che le grandi industrie sono collocate sulle rive dei mari e dei fiumi. All’interno di questo progettato ed in parte già esistente sistema idroviario, Cremona, quale punto di saldatura tra il canale artificiale e il Po, prefigurava un suo potenziale sviluppo.

Dopo il primo viaggio della prima nave cisterna, da 720 tonnellate a rifornire la raffineria Italia, il 25 febbraio 1957, le città rivierasche del Po si trovarono concordi nel chiedere, a garanzia della continuità della navigazione, che si provvedesse a sistemare l’alveo di magra del fiume da foce Mincio a Cremona. Imprenditori privati anche con contributi degli enti pubblici avviarono la costruzione di una flottiglia, per il trasporto di petrolio e di merci varie, della quale la motonave <<Cremona>> fu la maggiore. Nel 1960 si diede inizio alla costruzione del canale navigabile Milano-Cremona-Po. La cerimonia ufficiale d’inaugurazione delle opere portuali e idroviarie avvenne il 2 ottobre 1960. A ricevere il capo dello Stato alla cerimonia vi era il nostro Arnaldo Feraboli, che anche in questo caso dovette superare l’innata timidezza per accogliere, quale sindaco di Cremona, nel migliore dei modi Giovanni Gronchi. L’evento è ricordato in un cippo posto sul lato est della banchina fluviale del 1920. I lavori veri e propri iniziarono poi nel 1962, sulla riva del Po, a monte della raffineria. Dopo di che possiamo inserire nel discorso i puntini di sospensione.

Nel 1959 avevano invece avuto inizio i lavori relativi al nuovo porto, mentre si erano attivati nel frattempo trasporti di inerti e di legname sulla banchina fluviale attrezzata con gru e binari.

L’anno prima, nel 1958, era avvenuto un altro fatto importante. Nel Palazzo dell’Arte, oggi Museo del Violino, viene aperto il museo Stradivariano.

Nel 1959 il trasporto urbano, gestito dalla bresciana SEB fin dagli anni ’20, diventa municipale. Si crea la nuova autostazione per le linee extraurbane nell’area delle ex tranvie sulla via Dante. E’ del 1958 l’allestimento dell’area tuttora utilizzata per la fiera di San Pietro.

Sulle politiche urbanistiche, la giunta Feraboli ricevette critiche soprattutto da parte dell’associazione Italia Nostra di Giulio Grasselli e Giuseppe Casella, perché la visione della stessa giunta, sui temi del territorio e della tutela e conservazione del centro storico, non si era molto differenziata dalla giunta precedente. Furono oggetto di critica, ad esempio, le sistemazioni e costruzioni di piazza Cavour e via Manini.

Un segno della forte polemica lo si può trarre dal periodico socialista l’Eco del popolo, del 23 dicembre 1957, a proposito della conservazione e restauro della Torre del capitano, in piazza Piccola, allora piazza Cavour ed oggi Stradivari. La gente ne parlava molto e discuteva sul pro e sul contro.

Ricordo personalmente gli echi di questa vicenda, in una manifestazione d’insofferenza da parte del mio barbiere, Ferrari si chiamava, in sant’Ambrogio, ancora nel 1961, quando lo stesso Ferrari, a proposito della Torre, rivolgendosi ai clienti, diceva: <<Cùza la tégnum a fàa? (Cosa la teniamo a fare?>>. E i clienti presenti rispondevano:<<Già. Cùza la tégnum a fàa? Na tùr vécia ‘me ‘l cùcu? (Una torre vecchia come il cucù)>>. Dopo, per fortuna, la torre non è stata smantellata. E da lassù, Giulio Grasselli e Giuseppe Casella, sono sicuro che ancor oggi ringraziano, e noi non possiamo che essere lieti con loro.

Si può dire che al termine del proprio mandato, nel 1961, la Giunta Feraboli poté rivendicare buoni risultati - come scrive ancora Giuseppe Azzoni - soprattutto sul fronte delle opere pubbliche, con investimenti nei settori stradale, fognario, scolastico, delle urbanizzazioni per edilizia e per aree di servizio pubblico.

Intanto, nel quadro della politica cittadina, stava emergendo una stella di prima grandezza, quella di Vincenzo Vernaschi, personalità di notevole spessore culturale e politico. E contemporaneamente, a questa nuova stella, stava affacciandosi sull’orizzonte politico italiano una nuova prospettiva, quella del centro-sinistra, già vaticinato dall’inascoltato Nenni. Ed infatti - scrive ancora Enrico Vidali - <<le menti politiche più permeabili all’innovazione e alla sperimentazione si sarebbero intrecciate con le sensibilità dislocate, sullo stesso versante, nello scenario nazionale. Quelle socialiste (per quanto nell’apparato cremonese risultassero minoritarie) si sarebbero sintonizzate sulla lunghezza d’onda della scuola di pensiero autonomista del vecchio Nenni>>.

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