Giovedì, 02 dicembre 2021 - ore 19.22

Mentre alla Cop26 si parla, in Italia la crisi del clima è peggiore della media globale

Nel 2020 italiano si è registrata un’anomalia media di temperatura del +1.54°C rispetto al 1961-1990

| Scritto da Redazione
Mentre alla Cop26 si parla, in Italia la crisi del clima è peggiore della media globale

Mentre la Cop26 di Glasgow si avvia a conclusione con l’ennesimo compromesso al ribasso, la crisi del clima corre e nel nostro Paese lo fa più velocemente della media globale, come conferma il XVI rapporto “Gli indicatori del clima in Italia” appena pubblicato dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Come parzialmente anticipato lo scorso luglio, a scala globale (sulla terraferma) il 2020 è stato l’anno più caldo della serie storica – con un’anomalia di +1.44 °C rispetto al valore climatologico di riferimento 1961-1990 –, mentre in Italia è stato “solo” il quinto anno più caldo dal 1961. Nonostante questa distanza, lungo lo Stivale si è registrata un’anomalia media di +1.54°C, maggiore dunque rispetto a quella media globale.

E allargando la scala temporale d’osservazione, i dati peggiorano non poco, come mostra una recente analisi prodotta da Italy for climate: l’Italia fa infatti registrare un primato negativo dato che rispetto al 1880 la temperatura media è aumentata di quasi 2,4°C, oltre il doppio rispetto al dato riferito alla media mondiale, fermo intorno a +1,1°C.

Tornando al rapporto Ispra, l’Istituto documenta che ad eccezione di ottobre, in tutti i mesi del 2020 la temperatura media in Italia è stata superiore alla norma, con un picco di anomalia positiva a febbraio (+2.88°C), seguito da agosto (+2.49°C). La stagione relativamente più calda è stata l’inverno, che con un’anomalia media di +2.36°C, si colloca al secondo posto della serie storica.

Non va meglio sott’acqua, dato che la temperatura superficiale dei mari italiani ha segnato nel 2020 un’anomalia media di +0.95°C, collocandosi al quarto posto dell’intera serie dal 1961.

Anomalie climatiche che si sono riflesse in modo netto anche nel regime delle precipitazioni, delineando un’Italia a macchia di leopardo. Per il nostro Paese il 2020 è stato il 23° anno meno piovoso dal 1961, ma  gli effetti sono stati assai variegati: sull’intero territorio nazionale, i mesi mediamente più secchi sono stati gennaio (-75%) e febbraio (-77%), seguiti da novembre, aprile e maggio, mentre dicembre è stato il mese mediamente più piovoso, con un’anomalia di +109%.

A fronte di questi dati drammatici, l’Italia ancora non sta svolgendo appieno il proprio ruolo per difendersi dalla crisi climatica, nonostante la strada da seguire sia chiara. Al di là del temporaneo crollo nel 2020 legato alle restrizioni imposte per la pandemia, a fine 2019 le emissioni nazionali di CO2 erano pressoché paragonabili a quelle registrate nel 2014: di fatto, cinque anni di stallo. Lo stesso vale per le rinnovabili, le cui installazioni sempre dal 2014 crescono col contagocce: per rispettare gli obiettivi Ue al 2030 si stima siano necessari fino a 7,5 GW/anno in termini di nuovi impianti, ma ora arriviamo a malapena a 0,8.

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