Lunedì, 24 giugno 2019 - ore 16.12

Pianeta Migranti Eritrei profughi in Etiopia

Almeno 100 eritrei passano ogni giorno il confine con l’Etiopia. Scappano da un paese militarizzato. Sfidano la morte per il diritto a decidere del proprio futuro.

| Scritto da Redazione
Pianeta Migranti Eritrei profughi in Etiopia

Tesfai, vent’anni circa, ha dovuto camminare una settimana per raggiungere l’Etiopia. E’ uno delle centinaia di giovani eritrei che ogni giorno passano il confine. Ha viaggiato di notte per sfuggire alle pattuglie di frontiera eritree che hanno l’ordine di sparare a vista per scoraggiare la fuga.  L’Etiopia continua ad essere un paese nemico, anche dopo la conclusione di una guerra di confine nel 2000, con la firma di un accordo mai onorato dal governo di Addis Abeba. “Non è piovuto quest’anno, dice, così non ho potuto coltivare. Ma anche se la stagione delle piogge fosse stata buona, non sarei rimasto in Eritrea. Non c’è pace là, non c’è pace mentale”.

I problemi mai risolti con il paese vicino hanno dato l’adito al governo di Asmara di militarizzare il paese. Il servizio militare comincia per tutti all’ultimo anno della scuola media superiore, nel campo di addestramento di Sawa, in mezzo al deserto. Poi è il governo che decide chi continuerà a studiare e chi proseguirà l’addestramento. “In Eritrea non abbiamo altra libertà che quella di vivere come schiavi” afferma Solomon, che è scappato dopo 18 anni di leva. Non tutti continuano come soldati, ma è ancora il governo ad assegnare posti di lavoro con salari che non bastano a mantenere una famiglia. Molti sono i richiedenti asilo in uniforme militare al posto di registrazione gestito dall’UNHCR e dall’agenzia etiopica per i rifugiati, ARRA, segno che le diserzioni sono numerose. Nel 2014 sono stati più di 33.000 i nuovi arrivati in Etiopia. A loro si deve aggiungere un flusso ancor maggior di gente che attraversa il confine con il Sudan. 5.000 al mese in totale, dicono stime prudenti.

In giugno un rapporto dell’Onu, voluto dalla commissione per il rispetto dei diritti umani con sede a Ginevra, ha dipinto un paese oppresso da una cappa di delazione e paura, in cui niente è trasparente. Centinaia, forse migliaia, sono i prigionieri di coscienza, in carcere da anni senza processo; i più noti una decina di politici, fatti sparire nella notte del 18 settembre 2001. Di loro, da 14 anni, non si hanno più notizie; non hanno mai avuto un processo. Così come decine di giornalisti e di fedeli di chiese evangeliche e pentecostali, proibite nel paese. Ma il governo eritreo denuncia complotti occidentali per giustificare l’esodo dei suoi giovani.

Chi scappa sa a cosa può andare incontro. Tesfai è chiaro: “So che la gente muore in mare, ma sono pronto a correre questo rischio”. Il sogno è quello di raggiungere qualche parente che già si è sistemato all’estero, in Germania, o nei paesi del nord Europa. Molti vorrebbero raggiungere gli Stati Uniti o il Canada, ma raramente hanno idea di come potranno passare l’Oceano.

Secondo dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, OIM, tra i migranti e richiedenti asilo che sbarcano sulle nostre coste, quasi tutti provenienti dalla Libia, gli eritrei sono la maggioranza, insieme ai somali, ai nigeriani e ai siriani. Se si considera che l’Eritrea ha una popolazione di circa 6 milioni, si può dire che attualmente è il paese che espelle la percentuale maggiore di suoi cittadini.  Quasi tutti passano dall’Italia, paese con il quale è rimasto un forte legame culturale, ma sono diretti in altri paesi europei. Arrivano da noi dopo viaggi estenuanti e pericolosi nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Centinaia, forse migliaia, in questi anni hanno trovato la morte in mare.

Bruna Sironi

Interviste tratte da “Massive migration by Eritreans as they seek better life in far off land” di Karim Lebhour, da Endabaguna, Etiopia; Daily Nation, 9 settembre 2015.

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