Giovedì, 18 luglio 2019 - ore 21.42

Pianeta migranti. Le navi italiane in Libia strategia fallimentare

La decisione europea di contrastare il traffico di esseri umani e impedire le partenze dalla Libia ha reso i viaggi in mare ancora più pericolosi e aumentato i tassi di mortalità in mare dallo 0,89% della seconda metà del 2015 al 2,7 % del 2017. Ormai non conta salvare persone ma respingerle.

| Scritto da Redazione
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Un uomo proveniente dal Bangladesh ha raccontato cos’è accaduto dopo l’intercettamento da parte della Guardia costiera libica: “Eravamo in 170 su un gommone. Ci hanno portato indietro in prigione e chiesto altri soldi. ‘Se pagate ancora, stavolta non vi fermeremo… Noi siamo la Guardia costiera’. Le prigioni libiche? Semplicemente l’inferno”. (Rapporto Amnesty, Una tempesta perfetta)

D’ora in poi, le navi militari italiane sosterranno questo lavoro sporco.

Avranno il compito di "assicurare un sostegno di natura logistica, tecnica e operativa alle unità navali libiche, accompagnandole e sostenendole mediante attività congiunte e coordinate - ha spiegato la ministra della Difesa Pinotti -. “Non ci sarà alcuna ingerenza o lesione della sovranità libica,” ma ha sottolineato che per i militari italiani "l'autodifesa è sempre lecita". Le sue parole sono riferite all'ipotesi che da parte dei trafficanti possa esserci una contrapposizione armata nel momento in cui si vedano bloccata la via del mare.

Per Amnesty International inviare navi da guerra per pattugliare le acque territoriali libiche è un vergognoso tentativo di aggirare gli obblighi di salvataggio e di offrire protezione a chi ne ha bisogno.

Secondo il piano del governo, fino a sei navi potrebbero essere impiegate per collaborare con la Guardia Costiera libica nell'intercettamento e nel ritorno di migranti in Libia. Il personale militare italiano potrebbe essere autorizzato a usare la forza nei confronti di scafisti e trafficanti e, di conseguenza, migranti e rifugiati potrebbero essere colpiti dal fuoco incrociato.

 “Non c’è limite al peggio e molto spesso nel passato si è assistito al male di questa gente”, è il duro commento del vicedirettore della Caritas Italiana, Paolo Beccegato, in un’intervista al Tg2000, commentando l’invio di navi italiane in supporto della Guardia costiera libica. “La storia – aggiunge Beccegato – ha insegnato che non vedere il volto dei migranti sulle nostre coste non ha comportato il loro bene e un futuro diverso per l’Italia e l’Europa”. “Ci chiediamo – ha proseguito – se l’obiettivo è la tutela dei diritti umani, l’attenzione alla libertà di questa gente di scegliersi il futuro. E’ una domanda a cui è necessario dare una risposta perché non è solo la tutela dei confini nazionali e la limitazione dei flussi migratori verso l’Italia la prospettiva attraverso la quale guardare questi fenomeni”.

In un recente rapporto “Una tempesta perfetta. Il fallimento delle politiche europee nel Mediterraneo centrale“, Amnesty International denuncia la connessione tra le  politiche dell’Unione europea,  l’aumento del numero dei morti nel Mediterraneo centrale e le terribili violenze inflitte a migliaia di migranti e rifugiati nei centri di detenzione della Libia. Amnesty dichiara che, incrementando la cooperazione con la Guardia costiera libica, i governi europei non prevengono le morti in mare e per di più chiudono gli occhi di fronte a stupri e torture in Libia.  Per Amnesty gli intercettamenti della Guardia costiera libica non corrispondono agli standard minimi e ciò comporta conseguenze catastrofiche.

Secondo le Nazioni Unite, le motovedette libiche sarebbero state “direttamente coinvolte, con l’impiego di armi da fuoco, nell’affondamento di imbarcazioni con migranti a bordo”. Inoltre molte denunce affermano che membri della Guardia costiera libica sarebbero collusi coi trafficanti.

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