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Treno di terza classe

| Scritto da Redazione
Treno di terza classe

“Treno di terza classe”vPresentazione libro di Vittorio Piazza
29 maggio 2011 ore 17.30
Luino, Palazzo Verbania
L’appuntamento è previsto per il 29 maggio prossimo alle ore 17.30 con il libro di Vittorio Piazza  “Treno di terza classe” edito Macchione. Moderata dal Professor Emilio Rossi, la presentazione prevede gli interventi del Consigliere Comunale Alessandro Franzetti e dell’autore.
Il ritmo del libro è scandito dal suono onomatopeico del treno che parte, frena, incalza, con una presenza costante che focalizza ricordi: è un  treno di terza classe quello che schiude al lettore le sue preziose pagine come uno scrigno, in cui son stati riposti i gioielli letterari più pregiati, quelli che riportano a Marcel Proust e alla sua Recherche du temps perdu la cui impronta ciclica viene ben rappresentata in apertura e in chiusura, quelli che rimarcano eterne sacralità come le conchiglie di San Giacomo di Compostela (les coquilles de Saint Jacques) e la deliziosa dedizione popolare a Don Giovanni Bosco. La vita dei protagonisti scorre veloce sulle rotaie proprio come un treno, catapultando le vicende dalla piccola realtà di Armio in una verdeggiante Val Veddasca alle grandi azioni che hanno scritto le pagine più importanti di storia internazionale, in cui ancora una volta l’autore rivela la sua precisa abilità linguistica che emerge in riferimenti dialettali degni di nota come lo spazio dedicato al sogno di Lüne oppure le espressioni in francese e in tedesco che esaltano la dimensione europea in cui si sviluppa la trama.
La pubblicazione del libro è stata resa possibile grazie ai contributi della Città di Luino, della Comunità Montana del Piambello, della Comunità Montana Valli del Verbano, del Comune di Maccagno e del Comune di Veddasca.
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TRENO DI TERZA CLASSE
di Vittorio Piazza
Recensione

Una vita, una storia: è questo in sintesi il contenuto del romanzo di Vittorio Piazza “Treno di terza classe”, la storia di Sebastiano, detto familiarmente ?ian, ma soprannominato, come quasi tutti gli abitanti della Valle Veddasca, Lüne. Un nomignolo che definitiva efficacemente la sua ben nota volubilità, mutevole come il cielo delle sue montagne a primavera. Agitato da un’inquietudine profonda, ?ian cerca di evadere dal ristretto mondo del suo paese natio, anche se la religione della famiglia, vagheggiata come un porto sicuro, sarà il faro di riferimento nelle terribili prove che la vita gli riserverà. E il suo viaggio inizia là dove ogni emigrante traeva forza e coraggio per recidere il cordone ombelicale che lo teneva legato alle proprie radici: il santuario di Penedègre, luogo degli addii e dei sempre più rari ritorni. Alle sue spalle emergono in tutta la loro statura di modesti eroi della quotidianità il padre Guido, leader prestigioso nell’economia amministrativa della valle e la madre Disolina, una donna che ha fatto del dovere la stella polare della sua esistenza senza pretese. Disolina è il prototipo delle figure femminili che popolano il variegato panorama dell’universo valligiano, vero motore che sfida le ingiurie dei secoli: abito nero, gerlo sulle spalle, tenacia indomita, anche di fronte alle morti premature dei figli che segnano indelebilmente il lento dipanarsi dei giorni. Non mancano peraltro in questo microcosmo personaggi stravaganti, come Pascal, povero in canna, cacciatore di vipere a tempo perso: tutti gli volevano bene, ma nessuno sapeva realmente perché. Lì, accanto alla vetusta chiesa dell’Antica Madre, si elevava, sia pure in tono minore, l’addio monti sorgenti dall’acque… di manzoniana memoria, ai ricordi dell’infanzia, alle allegre combriccole dei coetanei, destinati, dopo pochi anni di scuola, ad essere risucchiati nel vortice di un duro lavoro o di un forzato esilio in paesi lontani. Un’economia di pura sussistenza quella della valle Veddasca, non ancora raggiunta dalla carreggiabile: colture di grano saraceno, per l’immancabile polenta sul misero desco familiare, segale per la panificazione, patate e fagioli per il companatico, arricchito da funghi, arringhe affumicate e dal saporito frutto delle castagne in autunno da cui  ricavare preziosa farina per gli usi più diversi. La pastorizia e l’allevamento completavano il  quadro di questo sistema economico asfittico, fatto di fatiche e infarcito di sofferenze. Quando, per qualche imponderabile disgrazia, questo precario equilibrio veniva meno, non rimaneva altra scappatoia che la dolorosa emigrazione in Svizzera, in Francia, in Argentina o chissà dove. Durante il periodo dell’autarchia però la stragrande maggioranza degli emigranti dovette fare ritorno alle proprie case e industriarsi a sopravvivere con quel poco che l’avara campagna offriva loro e, là dove questo non era possibile, scendere a compromessi con la propria coscienza e intrupparsi tra le file dei disperati passatori che varcavano il confine alla ricerca di un Eldorado proibito, rischiando grosso, talvolta anche la propria pelle.
Sebastiano aveva avuto la fortuna di poter iniziare gli studi ginnasiali presso i Salesiani di Treviglio, complice lo zio don Luigi che si era preso a cuore quel ragazzetto dagli occhi inquieti e vivaci. Ma non era ancora venuto il momento della sua emancipazione. ?ian si portava dentro una sorta maledizione atavica: figlio di una valle sperduta tra i monti: era questo il peccato d’origine che lo condizionava e lo faceva sentire diverso dai compagni provenienti da un contesto cittadino. E’ il momento del gran rifiuto: interrompere gli studi per non essere oggetto di dileggio, tornare mestamente al proprio paese, con l’animo trafitto da una cocente delusione. Speranze, sogni bruciati in un impeto di incoercibile orgoglio, poi però, piano piano si struttura in lui l’uomo che affronterà le disavventure più crudeli. Lo conforta un inconfessato sogno d’amore, fonte di un’indicibile dolcezza e di sogni lungamente accarezzati nei giorni bui della guerra. Entrato in Marina, ?ian si conquista subito la stima dei superiori e scopre in se stesso potenzialità inimmaginabili un tempo. Sarà la tenacia che ha forgiato la sua personalità fin da bambino che lo aiuterà a superare le drammatiche prove di un campo di prigionia, segnato da una crudeltà senza confronti. Sebastiano sarà muto testimone di tragedie indescrivibili, come la proditoria uccisione di una bimba divenuta occasionale bersaglio di un improvvisato tiro al piccione da parte di due esecrabili soldati tedeschi. Una descrizione che ha l’afflato epico della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo, di quasimodiana memoria. Pagine quelle della prigionia nei campi di concentramento di grande pathos emotivo, paragonabili a quelle di scrittori quali Giulio Bedeschi o Primo Levi.  Ancora una volta,  Sebastiano ripercorrerà le antiche strade della sua valle, risalirà lungo il sentiero che fa tappa davanti al vetusto tempio della Madonna di Penedègre e troverà lì e non altrove la forza di riprendere il duro cammino verso la meta che gli riserverà il suo fatale andare tra le strade del mondo. Apprezzabile anche la ricerca di termini appartenenti al dialetto arcaico della valle che evocano uno spaccato di vita quotidiana, irrimediabilmente destinato all’oblio. Un libro che ha il merito di affascinare il lettore e di portare alla ribalta la storia di gente semplice e tenace che con il proprio lavoro e l’indomita caparbietà dei montanari ha contribuito allo sviluppo di una valle troppo spesso dimenticata.

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