Martedì, 15 giugno 2021 - ore 08.46

Dopo il climate summit di Biden, il riscaldamento globale previsto scende a 2,4° C

Ma con le politiche in atto il riscaldamento globale previsto resta a 2,9° C, quasi il doppio degli 1,5° C necessari secondo l’Accordo di Parigi

| Scritto da Redazione
Dopo il climate summit di Biden, il riscaldamento globale previsto scende a 2,4° C

Secondo  la nuova analisi “Warming Projections Global Update” pubblicata  da Climate Action Tracker (CAT), dopo gli annunci dei nuovi obiettivi climatici fatti dai diversi leader dei governi al Climate Summit convocato dal presidente Usa Joe Biden, «Il riscaldamento globale previsto per fine secolo si è ridotto di 0,2 gradi C, con il riscaldamento previsto dagli impegni presi in base all’Accordo di Parigi che ora è sceso a 2,4° C».  Un piccolo miglioramento ma di quasi un grado superiore alla soglia di sicurezza di 1,5° C, per evitare cambiamenti climatici catastrofici, alla quale mira l’Accorso di Parigi.

Dalla nuova valutazione di CAT, «Il riscaldamento previsto dallo “scenario ottimistico” ipotizzando la piena attuazione di tutti gli obiettivi di net zero è sceso a 2,0° C. Mentre il numero di Paesi che adottano o prendono in considerazione obiettivi net zero è salito a 131 Paesi, coprendo il 73% delle emissioni globali di gas serra» Si tratta degli obiettivi 2030 dell’Accordo di Parigi 2030 aggiornati, che comprendono i Paesi aggiuntivi, che contribuiscono maggiormente al calo del riscaldamento rispetto a quanto previsto dallo “scenario ottimistico” di 2,1Ëš C del CAT nell’aggiornamento di dicembre 2020.

Per Bill Hare, CEO di Climate Analytics, una delle organizzazioni partner del CAT. «E’ chiaro che l’Accordo di Parigi sta guidando il cambiamento, spingendo i governi ad adottare obiettivi più forti, ma c’è ancora molta strada da fare, soprattutto dato che la maggior parte dei governi non hanno ancora politiche in atto per mantenere i loro impegni. La nostra stima del riscaldamento con le politiche attuali è di 2,9° C, ancora quasi il doppio di quello che dovrebbe essere, e i governi devono intensificare con urgenza la loro azione».

I Paesi che contribuiscono di più al calo del riscaldamento previsto sono gli Stati Uniti, l’Unione europea a 27 e, anche se non hanno ancora formalmente presentato un nuovo Nationally determined contributions (NDC) per il 2030 all’Onu, la Cina e il Giappone. Il Canada ha annunciato un nuovo obiettivo, il Sud Africa ha un obiettivo maggiore in fase di consultazione pubblica, l’Argentina ha annunciato un ulteriore rafforzamento dell’obiettivo presentato a dicembre e il Regno Unito ha annunciato un obiettivo più forte per il 2035.

Mentre i leader di India, Indonesia, Messico, Russia, Arabia Saudita e Turchia hanno parlato tutti al vertice convocato da Biden, nessuno ha annunciato NDC più forti. Corea del Sud, Nuova Zelanda, Bhutan e Bangladesh si sono tutti impegnati a presentare NDC più forti quest’anno. L’Australia ha assunto un vago impegno a raggiungere il net zero in una data non specificata, ma non ha aggiornato il suo NDC per il 2030. Il Brasile ha anticipato il suo obiettivo di climate neutrality, ma ha cambiato la sua baseline, rendendo più debole il suo obiettivo per il 2030.

Poco più del 40% dei Paesi che hanno ratificato l’accordo di Parigi, che rappresentano circa la metà delle emissioni globali e circa un terzo della popolazione mondiale, ha presentato NDC aggiornati. I calcoli finali del CAT sul gap di emissioni nel 2030 tra gli impegni di Parigi e un percorso verso gli 1,5° C dimostrano che il gap è stato ridotto dell’11-14%.

Niklas Höhne del NewClimate Institute, il secondo partner CAT, è convinto che «L’onda che porta verso le emissioni net zero di gas serra zero è inarrestabile. Le intenzioni a lungo termine sono buone. Ma solo se tutti i governi passano alla modalità di emergenza e propongono e implementano più azioni a breve termine, le emissioni globali possono ancora essere dimezzate nei prossimi 10 anni come richiesto dall’Accordo di Parigi».

Il CAT ha definito le misure chiave che i governi devono adottare per portare le emissioni su un percorso di 1,5° C e conclude facendo notare: «Sebbene i settori dell’elettricità rinnovabile e dei veicoli elettrici siano molto promettenti e la tecnologia sia disponibile, lo sviluppo di nuove tecnologie per i settori dell’industria e dell’edilizia è troppo lento. In direzione contraria all’Accordo di Parigi vanno i piani persistenti di alcuni governi per costruire nuove infrastrutture come nuove centrali elettriche a carbone, aumentare l’assorbimento del gas naturale come fonte di elettricità e una tendenza verso veicoli privati più grandi e meno efficienti in alcuni Paesi».

Infatti, i cambiamenti produttivi e di consumi richiesti non saranno tutti responsabilità dei  governi nazionali. Per esempio, Amsterdam ha appena approvato il divieto di pubblicità per voli economici e per SUV a gas nella metropolitana della città olandese.

A New York, un’importante agenzia pubblicitaria, Forsman & Bodenfors, ha annunciato che non lavorerà più per le compagnie petrolifere e del gas e per le imprese che lavorano nell’industria dei combustibili fossili è sempre più difficile reclutare nuovi laureati. In molte economie si sta facendo pressione affinché le grandi imprese prima dichiarino la loro impronta di carbonio e quindi la riducano.

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