Giovedì, 03 dicembre 2020 - ore 08.17

Dopo-pandemia: l’Unione Europea si interroga su come aumentare l’export

Con l’ormai annunciata riapertura degli spostamenti fra Paesi membri dell’UE e la fine dei lockdown negli Stati dove il nuovo coronavirus ha colpito con maggior veemenza, la Commissione Europea sta lavorando per mettere di nuovo in moto l’export europeo, gravemente danneggiato dalla chiusura di molti settori industriali come misura sanitaria per contenere l’avanzamento della pandemia.

| Scritto da Redazione
Dopo-pandemia: l’Unione Europea si interroga su come aumentare l’export

La chiusura totale della maggior parte dei settori industriali in Stati membri come l’Italia, la Spagna e la Francia, ha provocato perdite enormi sia per la produzione industriale, specialmente in quelli siderurgico e metalmeccanico, sia nel settore dei servizi, come ad esempio quello del turismo, che solo in Italia ha registrato una perdita di circa 5 miliardi di euro dall’inizio della quarantena. Il Fondo Monetario Internazionale prevede che la riduzione del PIL dell’eurozona per la fine del 2020 sarà circa del 7,5%, con una ripresa del 4,8% per il 2021. Ciò si realizzerebbe solo se la situazione di quarantena obbligatoria non si dovesse riproporre a causa di una seconda ondata di Covid-19 negli Stati membri dell’UE – fanno ben sperare le prime sperimentazioni negli Stati Uniti di un vaccino. Lo shock provocato all’industria europea a causa della quarantena ha messo in ginocchio le piccole e medie imprese (PMI) di molti Paesi membri, non solo per il calo dei consumi interni all’Unione Europea, ma anche per la drastica diminuzione dell’export verso i Paesi Terzi che maggiormente si affidano ai prodotti europei per la loro qualità. Export che deve ripartire al più presto, proprio perché molte PMI europee fanno affidamento a mercati, come quello statunitense o canadese, dove ormai i loro prodotti sono più richiesti rispetto al mercato interno. Fortunatamente qualcosa si è mossa in seno alla Commissione Europea con il Recovery Plan for Europe promosso da Ursula von der Leyen, il quale servirà proprio per far ripartire le PMI dell’Unione con una mobilitazione di circa 2mila miliardi di euro, per i prossimi 7 anni.

L’export dell’UE-27 sta risentendo il colpo dei vari lockdown prolungati che sono stati attuati nei Paesi membri che hanno risentito maggiormente l’emergenza sanitaria dovuta al nuovo coronavirus. Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione Europea, prevede che l’interscambio commerciale con i Paesi extra UE-27 abbia una netta riduzione delle esportazioni equivalente a un -37,6% e, in misura meno ampia, per le importazioni, vale a dire circa un -12,7%, per la fine del 2020. I settori che in grande misura stanno soffrendo a causa della mancata domanda proveniente da Paesi Terzi sono l’automotive, l’elettronica e i macchinari per l’industria pesante. Tutti questi settori fanno parte del grande gruppo dei beni durevoli, di cui l’Unione Europea è uno degli esportatori d’avanguardia. Il calo delle esportazioni previsto per questi settori e di circa -83,5% per la fine del 2020. Ma non solo l’export dei suddetti prodotti soffrirà a causa della Covid-19, anche il settore dell’energia risentirà una diminuzione delle esportazioni: la previsione per la fine del 2020 è di circa -28,9%. Anche la produzione ortofrutticola subirà un’importante contrazione dell’export verso i Paesi terzi. A causa della stretta ai trasporti dovuti al coronavirus si prevede, infatti, che le esportazioni diminuiranno del 34% rispetto alla media degli ultimi cinque anni, anche per le difficoltà nel raggiungere alcuni mercati, come ad esempio quelli dell’India e della Cina. In conclusione, parlando in termini assoluti, il report di DG Trade prevede una contrazione complessiva delle esportazioni totali tra il 9% e il 15%, includendo le esportazioni sia di beni sia di servizi, per una perdita in euro che si aggira tra i 280 miliardi e i 470 miliardi. Una situazione abbastanza negativa per le PMI europee, le quali avevano previsto per il 2020 un aumento delle esportazioni verso i Paesi extra-UE, circostanza che non si è verificata, causando un eccesso di produzione che rimarrà invenduta nei loro magazzini, considerato anche un calo del consumo interno all’Unione.

La significativa diminuzione dell’export dei Paesi membri dell’Unione Europea, già iniziata da marzo e in progressivo peggioramento per la fine del 2020, non è stata unicamente causata dai lockdown che si sono venuti ad applicare per bloccare la diffusione del virus, quindi, con la conseguente chiusura della maggior parte dei settori produttivi. Ma anche perché molte piccole e medie imprese europee si sono trovate impreparate davanti a una crisi che avrebbe richiesto un cambiamento radicale nella loro catena di produzione. Per evitare che le PMI europee subiscano ancora più danni dalla ormai inoltrata recessione di marzo-aprile, la Commissione Europea ha già proposto in via definitiva il nuovo Recovery Plan for Europe, un piano di 2mila miliardi di euro, di cui 750 saranno dedicati al cosiddetto Next Generetion EU, il piano ambizioso della Commissione von der Leyen per aiutare le PMI europee verso la transizione verde e la completa digitalizzazione. Proprio quest’ultimo punto è focale per la ripartenza dell’economia europea in epoca post-Coronavirus, far sì che le imprese europee investano maggiormente sull’e-commerce, permetterà che queste ultime, in caso di una seconda ondata di Covid-19 e conseguenti lockdown possano continuare a vendere i loro prodotti in completa sicurezza, grazie a piattaforme online dedicate proprio a questo scopo. Una transizione necessaria, non solo per un eventuale rischio di un ritorno della quarantena, ma anche per mettersi al passo coi tempi e competere con le grandi multinazionali dell’e-commerce, che in questi ultimi due mesi hanno occupato una larga parte del mercato.

(Antonino Galliani, Il Caffè Geopolitico cc by nc nd)

 

fonte buongiornoslovacchia

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