Domenica, 25 luglio 2021 - ore 01.36

I principali ostacoli al finanziamento di un’economia oceanica sostenibile

Gli oceani sostenibili potrebbero aver bisogno di un accordo simile a quello di Parigi per il clima

| Scritto da Redazione
I principali ostacoli al finanziamento di un’economia oceanica sostenibile

Secondo il nuovo rapporto “Financing a sustainable ocean economy”, pubblicato su Nature Communicationsdi  da un team internazionale di ricercatori guidati dall’università della British Columbia (UBC), «Il finanziamento di un’economia oceanica globale sostenibile potrebbe richiedere uno sforzo tipo Accordo di Parigi» e questo perché «Sarà necessario un aumento significativo della sustainable ocean finance per garantire un’economia oceanica sostenibile a vantaggio della società e delle imprese, sia nei Paesi in via di sviluppo che in quelli sviluppati».

“Financing a sustainable ocean economy” è stato prodotto con il supporto del segretariato dell’High-Level Panel for a Sustainable Ocean Economy, un’iniziativa unica di 14 leader mondiali impegnati per un’economia oceanica sostenibile, nella quale protezione efficace, produzione sostenibile e una prosperità equa vadano di pari passo. L’Ocean Panel, co-presieduto da Norvegia e Palau, rappresenta nazioni con prospettive oceaniche, economiche e politiche molto diverse: Australia, Canada, Cile, Fiji, Giappone, Ghana, Indonesia, Jamaica, Kenya, Messico, Namibia, Norvegia, Palau e Portogallo, ed è sostenuto dall’inviato speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per l’Oceano. Lo studio è stato finanziato anche dal World Resources Institute e dall’OceanCanada Partnership e sponsorizzato dal Social Sciences and Humanities Council of Canada.

Il rapporto, pubblicato in occasione della Giornata mondiale degli oceani, individua i principali ostacoli al finanziamento di un’economia oceanica sostenibile che comprende tutte le industrie oceaniche, come la produzione di pesce, il trasporto marittimo, le energie rinnovabili e i beni e servizi ecosistemici, come la regolazione del clima e la protezione delle coste.

Il principale autore dello studio, Rashid Sumaila della Fisheries Economics Research Unit dell’UBC, evidenzia che «nel 2010, la dimensione dell’economia oceanica è stata stimata a circa 1,5 trilioni di dollari e, prima della pandemia di Covid-19, si prevedeva che nel 2030 sarebbe aumentata a 3 trilioni di dollari. Ma un’economia oceanica sostenibile richiede ecosistemi marini sani e resilienti, che attualmente sono gravemente minacciati dalle pressioni antropiche e climatiche. Ci sono molte opportunità per i governi, le istituzioni finanziarie e altri players per ottenere guadagni finanziari in questo tipo di economia sostenibile, ma ci sono anche molte barriere che devono essere superate».

Lo studio identifica 4 principali  ostacoli: 1. Un ambiente poco favorevole ad attrarre finanziamenti oceanici sostenibili; 2. Investimenti pubblici e privati ​​insufficienti nell’economia oceanica a causa della mancanza di progetti investibili di alta qualità, con dimensioni dell’operazione e rapporti rischio-rendimento adeguati per abbinare il capitale disponibile; 3. Una capacità limitata delle persone di visualizzare e sviluppare progetti che siano attraenti per gli investitori; 4. Il profilo di rischio relativo più elevato degli investimenti oceanici, dove non esiste nemmeno un ambiente favorevole per l’assicurazione e la mitigazione del rischio.

Attualmente, c’è una carenza di finanziamento di un’economia oceanica sostenibile. Secondo i ricercatori, «I governi e le istituzioni pubbliche potrebbero essere un buon punto di partenza per colmare questo gap».

Sumaila sottolinea che «C’è spazio per raccogliere fondi dagli utilizzi dell’oceano e, per una parte di questi,  da utilizzare per migliorare la sua gestione. Il gap nel finanziamento della conservazione per tutti gli ecosistemi, che include fondi per un’economia oceanica sostenibile, è stato stimato a 300 miliardi di dollari a livello globale. Questo è meno dell’1% del PIL globale. Potete immaginare cosa avremmo a disposizione se i governi rendessero disponibile il 2 o 3%? Questo comporterebbe l’incentivazione delle istituzioni finanziarie a investire e lo sviluppo di un ambiente favorevole con gli attori del settore privato interessati a incoraggiare iniziative verdi che promuovono lo sviluppo degli oceani».

Un’altra autrice dello studio, Louise Teh della Fisheries Economics Research Unit dell’UBC, aggiunge: « E poi bisogna coinvolgere le compagnie assicuratove, perché lavorare nell’oceano è generalmente più rischioso che lavorare sulla terraferma».

Il team di ricercatori  fanno gli esempi di partenariati pubblico-privato che hanno avuto risultati significativi, compresi fondi speciali di investimento verdi offerti dai Paesi Bassi che sono esenti dall’imposta sul reddito, consentendo così agli investitori in progetti green – come il trasporto verde – di contrarre prestiti a tassi di interesse ridotti .

Sumaila  spiega che «Questi fondi verdi olandesi hanno già attratto più investimenti di quelli che possono essere utilizzati negli schemi disponibili: un segnale incoraggiante per le prospettive future di tali strumenti.

Per questo il costo dell’inazione per quanto riguarda la conservazione e l’uso sostenibile dell’oceano sarebbe insostenibilmente  alto.

Sumaila conclude: «Se continuiamo con il ‘business as usual’, dovremo ancora affrontare il costo della protezione costiera, del trasferimento delle persone e della perdita di terra a causa dell’innalzamento del livello del mare, un costo che si prevede aumenterà da 200 miliardi di dollari a un trilione di dollari all’anno entro il 2100. La centralità di un finanziamento adeguato per garantire un’economia oceanica sostenibile è tale che il mondo, per soddisfare le esigenze, potrebbe aver bisogno di uno sforzo del tipo di quello dell’Accordo di Parigi».

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