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Il Manifesto di Parigi dei progressisti europei|P.Toia

| Scritto da Redazione
Il Manifesto di Parigi dei progressisti europei|P.Toia

Care, cari tutti, probabilmente coloro, tra voi, che sono più addentro alla vita del PD hanno già letto il “Manifesto di Parigi ”, firmato il 17 marzo 2012 proprio a Parigi da Pier Luigi Bersani, François Hollande e Sigmar Gabriel, i tre leaders progressisti europei e anche i numerosi commenti che sulla stampa italiana sono stati fatti.
Mi sembra comunque utile dare diffusione a questo Manifesto e spiegarne anche, dal mio punto di vista, il significato e il valore.

E’ chiaro a tutti, ormai, che le sorti di un Paese (e per noi dell’Italia) sono legate alle sorti dell’Europa, sia nel senso attivo, cioè di decidere come volerla costruire, sia nel senso più passivo, cioé di subirne le scelte o di poterne cogliere le opportunità.

Quindi la visione dell’Europa, di “quale” Europa, è alla base di ogni progetto politico nazionale, se si vuole vivere “dentro” al tempo presente.

E’ proprio qui il senso più profondo del Manifesto: collegarsi e creare una piattaforma comune con le forze politiche più “affini”, più vicine alle nostre visioni, i cosiddetti progressisti, per essere capaci di avere una voce fondamentale e strategica in Europa e nei propri Paesi.

Parlare di progressisti europeisti é invece la consapevolezza di un discrimine: stare con chi vuole cambiare il mondo in senso migliorativo, più inclusivo, più giusto, più sviluppato, più innovativo, più sostenibile.

Chi vuole davvero questa “scommessa di progresso”, con al centro la persona, invece del solo profitto, con la sostenibilità ambientale invece che il dilapidamento delle risorse ambientali, con il rispetto dei diritti piuttosto che un subdolo ripiegamento al solo “mercato globale”, chi vuole democrazia in Europa e non tecnocrazia (e potremmo continuare a lungo), è un progressista invece che un conservatore, è un riformista invece che un restauratore.

Ma, giustamente, la definizione di progressisti indica anche una “etichetta aperta”, che comprende al nastro di partenza i socialisti, i socialdemocratici, i democratici tout court (come il PD italiano) e certe formazioni che forse non sono strutturate a livello di partiti nazionali, ma sono semplici formazioni territoriali.

E ancora “progressisti” significa una realtà aperta, anzi a partire dalla piattaforma progressista europea si deve costruire anche un’alleanza, un confronto e una cooperazione con altre formazioni come i verdi, i liberaldemocratici, quella parte dei popolari europei veramente attenti all’economia sociale di mercato (non al solo mercato) e profondamente europeisti (pensate al recente articolo di Kohl che critica la miopia nazionalista della Merkel) e ribadisce con forza i valori europei.

Ecco cosa significa partire dal Manifesto di Parigi e dalla piattaforma progressista.

Significa voler cambiare l’Europa, per cambiare il proprio Paese.

Non significa, per me, rientrare nel cerchio dei socialisti, né dei partiti socialisti tradizionali, ma creare il presupposto per una novità che comprenda, certo, tutti coloro che oggi sono le espressioni del socialismo, ma anche per andare oltre.

Anche i socialisti più avvertiti lo sanno, e sanno che la loro sola tradizione è insufficiente a sfidare la novità e la complessità che incombe.

Per un’Europa della stabilità, della crescita, della solidarietà e della democrazia occorre un profondo rinnovamento culturale che vada oltre i confini tradizionali del socialismo.

E allora anche ai cattolici democratici (e io sono tra questi) va detto che la partita é aperta anche per loro, ed é una partita leale e possibile.

Del necessario apporto della cultura cattolica a questo disegno di futuro, abbiamo avuto recente dimostrazione: per illustrare il Manifesto di Parigi è stato invitato Delors che ha fatto una splendida relazione, tutta basata sui concetti di democrazia, di umanesimo e di coesione sociale.

Perché proprio adesso il Manifesto? Perché l’Europa è ferma e incapace dello scatto che la terribile crisi pretenderebbe, perché la responsabilità principale di questa impotenza é dei governi conservatori (Merkel, Sarkozy,…), perché ci vuole una nuova leadership in Europa, perché il prossimo anno è un anno di svolta in Francia, Germania, Italia.

Se l’esito fosse quello che speriamo, se i leader che guideranno i tre Paesi avessero davvero la forza di “cambiare l’Europa” cambierebbe il destino dei popoli europei.

Come dice l’europeista Roberto Gualtieri “sono convinto che la crisi che stiamo sperimentando impone l’affermazione di un nuovo ‘europeismo progressista’ in grado di fondere le ragioni di una democrazia sociale basata sulla centralità della persona e i principi di eguaglianza, libertà positiva ed etica del lavoro con l’obiettivo dell’Europa politica. E che ciò comporta un rinnovamento non solo dei programmi, ma delle culture politiche, che richiede un dialogo profondo con il pensiero cattolico”.

Dunque un suggerimento: nessuno cerchi di portare acqua ai “vecchi mulini”, ma cerchiamo tutti di far scorrere acqua nuova, fresca e rigenerante.
Un caro saluto

Patrizia Toia
parlamentare europeo del PD

Rinascimento europeo.Il manifesto dei progressisti Europei
https://www.welfarenetwork.it/rinascimento-europeoil-manifesto-dei-progressisti-europei-20120318/

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