Giovedì, 15 aprile 2021 - ore 04.58

La biodiversità a rischio, minaccia la sopravvivenza umana

50esimo anniversario del Man and the Biosphere programme: impegno per proteggere il 30% delle terre emerse e del mare

| Scritto da Redazione
La biodiversità a rischio, minaccia la sopravvivenza umana

La direttrice generale dell’United Nations educational, scientific and cultural organization (Unesco), Audrey Azoulay ha aperto l’UNESCO Forum on Biodiversity  Our Planet, Our Future: 50 Years of UNESCO’s Man and the Biosphere programme “On the road to Kunming”, sottolineando che «In quanto tessuto vivente della terra, la biodiversità è intimamente legata alla salute umana. Noi siamo parte di quel tessuto vivente. Un anno dopo la sua comparsa, la pandemia di Covid-19 ha confermato ciò che già sapevamo: minacciando la biodiversità, l’umanità minaccia le condizioni per la propria sopravvivenza. La pandemia ha dimostrato che la salute umana dipende dalla salute degli esseri viventi. E’ imperativo ripensare i nostri modelli di sviluppo. La protezione della biodiversità è in prima linea nell’ambizione dell’Unesco, insieme alle scienze oceaniche, per ricostruire il rapporto delle discipline umanistiche con la natura e con gli esseri viventi».

Il Forum Unesco ha preso spunto dalla convinzione che «Il cambiamento climatico e l’erosione della biodiversità sono sfide interdipendenti. Entrambi contribuiscono alla devastazione delle vite, degli ecosistemi, degli habitat e del nostro patrimonio naturale e culturale. Il loro impatto multiforme prende la forma di incendi boschivi, distruzione di mangrovie e aumento delle temperature oceaniche che portano allo sbiancamento dei coralli. Questi due fenomeni sono anche responsabili di siccità, scarsità di cibo e migrazione forzata, causando gravi conseguenze sulla salute come con la crisi del Covid-19 e aggravando la povertà e le disuguaglianze, che sono ostacoli alla pace in tutto il mondo».

L’Unesco evidenzia che i recenti rapporti dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc) sulla criosfera e dell’Intergovernmental science-policy platform on biodiversity and ecosystem services (Ipbes) sul legame tra biodiversità e pandemie sono chiari: «Il riscaldamento globale deve essere limitato a 1,5° C se vogliamo evitare conseguenze ancora più drammatiche del cambiamento climatico. Al di sopra di questa soglia, i costi umani, economici e planetari potrebbero essere catastrofici: estinzione di specie, isole sommerse dagli oceani, estremi idrici, proliferazione di alghe tossiche e l’emergere di nuovi virus e batteri a causa dello scioglimento della criosfera. Sulla base della nostra traiettoria attuale, tuttavia, è probabile che il riscaldamento globale si aggiri intorno ai 4° C. Allo stesso modo, secondo un preoccupante  rapporto Ipbes sulla crisi della biodiversità e le cause delle pandemie, niente sarà più lo stesso. Le attività umane hanno già profondamente alterato la natura su gran parte del pianeta: questo riguarda il 75% dell’ambiente terrestre, il 40% dell’ambiente marino, il 50% dei fiumi e 1 milione di specie».

E la causa potrebbe essere anche parte della cujra: «E’ in gran parte dovuto alle straordinarie tecnologie sviluppate dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri, e al loro uso illimitato, che siamo entrati nell’Antropocene – dice l’Unesco – Questa emergenza ambientale antropica solleva la questione della posta in gioco e delle sfide della scienza nel XXI secolo, ma anche dei nostri principi etici, in particolare rispetto alla responsabilità per le crisi ambientali: quella dei decisori politici, dei leader economici, della comunità scientifica, degli opinion leader, economisti, cittadini attivisti, filosofi, moralisti, teologi, popoli indigeni e, soprattutto, ognuno di noi come cittadini del mondo. La riconciliazione con il mondo vivente richiede la comprensione delle questioni scientifiche e anche la responsabilità individuale e collettiva».

Concetti ripresi anche da Papa Francesco  che, in un messaggio al Forum Unesco ha esortato tutti a vedere il  cambiamento climatico come «Una questione molto più morale che tecnica».

La Azoulay ha dato anche ufficialmente il via al 50° anniversario del programma Man and the Biosphere (MAB) Unesco che punta a realizzare territori in cui le persone possano creare nuovi modi per migliorare il rapporto tra le persone e la natura e ha sottolineato «Cinquant’anni dopo, questa visione non è più una semplice teoria, poiché 275 milioni di persone ora vivono nelle 714 riserve della biosfera dell’Unesco in 129 Paesi. Insieme ai 252 siti del patrimonio mondiale e ai geoparchi, il 6% della massa terrestre mondiale – equivalente alla superficie della Cina – è protetta».

Nel “super anno” per la biodiversità, l’Unesco si unirà ai sui partner per fissare nuovi obiettivi per il prossimo decennio e la Azulay ha confermato che «Il nostro obiettivo è preservare il 30% del pianeta con aree protette. Prendersi cura del pianeta significa preservare il clima, proteggere la biodiversità e lottare contro il declino della salute degli oceani: un’altra priorità dell’Unesco».  Non a caso, all’inizio di quest’anno è stata proprio la direttrice generale dell’Unesco ad annunciare l’United Nations  Decade of Ocean Science. E la stessa Azulay al Forum ha evidenziato che «Ora abbiamo dieci anni per comprendere e preservare meglio l’oceano, per riforgiare il rapporto tra uomo e mare e, durante questo processo, fare passi importanti verso la protezione della biodiversità e dell’ambiente».

Lo scopo dell’Ocean Science Decade è quello di «Catalizzare soluzioni trasformative della scienza degli oceani per lo sviluppo sostenibile, collegando le persone e il nostro oceano». Basandosi sull’esperienza di diversi protagonisti (scienziati, media, sportivi e società civile), metterà in evidenza azioni innovative radicate nella scienza, sottolineando l’appropriazione della conoscenza da parte della società nel suo insieme e il suo utilizzo per un futuro più resiliente, equo e sostenibile».

La seconda sessione del Forum Unesco, “The Ocean: transforming knowledge for policy, economic and citizen action”, è stata dedicata  proprio al mare perché «La salute e il benessere umano, compreso lo sviluppo economico sostenibile ed equo, dipendono dalla salute e dalla sicurezza dell’oceano. L’oceano fornisce cibo e sostentamento a oltre 3 miliardi di persone. E’ un alleato essenziale nella lotta al cambiamento climatico e all’erosione della biodiversità, ed è fonte di importanti valori culturali, estetici e ricreativi». Questa sessione del forum  ha evidenziato «I ruolo centrale dell’oceano nel mondo post-Covid. Oltre a garantire una ripresa equa e sostenibile, dobbiamo agire ora se vogliamo realizzare una vera azione per il clima, preservare la biodiversità e raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. La salute degli oceani è fondamentale per raggiungere questi obiettivi».

E l’inviato speciale dell’Onu per gli oceani, Peter Thomson, ha riassunto il tutto efficacemente: «Non possiamo avere un pianeta sano senza un oceano sano».

L’Unesco è anche fortemente impegnato a migliorare i programmi educativi che si occupano del mondo naturale e ha invitato i suoi 193 Stati membri a «Integrare meglio lo sviluppo sostenibile e la natura nei programmi di studio». E per garantire che l’istruzione fornisca alle generazioni future gli strumenti di cui hanno bisogno per salvare il pianeta, l’agenzia Onu sta compilando un quadro globale delle migliori pratiche in questo campo.

Riferendosi all’ IUCN World Conservation Congress a Marsiglia, alla COP26 Unfccc a Glasgow e alla COP!% della Convention on biological diversiy a Kunming, la Azulay  ha ricordato che «Molte altre pietre miliari importanti ci attendono e questo Forum dell’Unesco vuole essere un trampolino di lancio per questi grandi eventi. Serve un impegno collettivo, che metta insieme società civile e settore privato».

Hindou Oumarou Ibrahim, sostenitore degli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, ha avvertito che «Se il nostro ambiente scompare, scompariranno con esso chi siamo, la nostra identità e il nostro modo di vivere».

La messaggera di Pace dell’Onu, Jane Goodall, ha  concluso « E’ necessario sviluppare un nuovo rapporto con il mondo naturale e un nuovo rapporto con gli animali».

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