Venerdì, 30 ottobre 2020 - ore 00.35

La perestroika in versi | VINCENZO. MONTUORI (Cremona)

Qualche giorno fa ho visto in tv un docufilm molto interessante sulla vita di Gorbaciov con il regista Werner Herzog che intervistava l’ultimo segretario del PCUS ormai novantenne.

| Scritto da Redazione
La perestroika in versi | VINCENZO. MONTUORI (Cremona)

La perestroika in versi | VINCENZO MONTUORI (Cremona)

Qualche giorno fa ho visto in tv un docufilm molto interessante sulla vita di Gorbaciov con il regista Werner Herzog che intervistava l’ultimo segretario del PCUS ormai novantenne.

E mi sono ricordato che tanti anni fa avevo scritto qualcosa sulla fine dell’impero sovietico e sul personaggio che all’epoca mi aveva entusiasmato. Rovistando tra le vecchie carte ho trovato un fascicolo ingiallito dattiloscritto con Olivetti Studio 45 rigorosamente meccanica risalente ai mesi tra la fine del 1989 e la primavera del 1990 e che s’intitolava “Una primavera siberiana”. Credo che nessun poeta si sia in Italia mai occupato di quelle vicende: avevo articolato la raccolta tra momenti storici e descrizioni delle nuove città siberiane e ricordo vagamente che avevo anche avviato un tentativo di pubblicazione finito nel nulla. Da quella raccolta vi propongo due testi: il primo, “Vladivostock” , è dedicato alla più grande città dell’estremo oriente russo, grande porto sul mar.del Giappone e capolinea della ferrovia Transiberiana che inizia a Mosca; il secondo, “Bajkon Ur”, si riferisce al cosmodromo in Kazakistan da dove partono fin dagli anni Sessanta le missioni spaziali russe:

VLADIVOSTOCK

Dopo la prigione del gelo

la tua alba

-color oriente perla-

sfreccia, e un rondone

nel cuore svola assediato dal bianco.

Nel roseo limite del golfo

smuore il fischio

affocato dei treni

che scandisce il silenzio,

tu, miracolo di voci che sorge

dal deserto di strade.

Sete di primavera

negli occhi brilla

accecati dal bianco,

quando si apre

la verde tavolozza del lido.

E il sangue ferve nelle vene ancora

se appari dopo il pozzo del buio.

BAJKON. UR

Fulmina qui tragico il non senso

della nostra ridda secolare,

dell’appartenersi e limitare

le relazioni umane con ruoli

di rifiuti o rivendicazioni

come i gatti il proprio territorio

con testimonianze di escrementi

Alla luna scabra che rifruga

un deserto di ombre vedovato

appaiono le torri del cosmodromo

-corolla di luce che dirompe

con la trasparenza di infantile

sorriso immotivato

dall’orizzonte livido del nulla-

Con gli occhi appiccicati al monitor

l’orbita seguire dei compagni,

raggelati per quanto vano sia

lo schermo delle cose alla scena

che il regista tra le quinte appronta:

l’aggallare fuggevole da un punto

all’altro del vischioso eterno.

VINCENZO. MONTUORI

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