Il 16 marzo 1978 le Brigate Rosse rapivano Aldo Moro. Volevano, con quell’ azione, impedire che proseguisse una iniziativa politica che aveva portato i due principali partiti del Paese, DC e PCI, a trovare inedite convergenze. Quel rapimento si concluse, come è noto, con il tragico assassinio di Moro.
La nostra società oggi è investita da due processi strutturali, in qualche modo alternativi tra loro.
Il primo è la profonda crisi economica, sociale e politica che determina un abbassamento delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione, determinando, nel contempo, un profondo senso di disorientamento, non solo nella popolazione, ma anche in tutti i soggetti predisposti a prendere delle decisioni. Ciò avviene per la mancanza di gestione democratica dei mercati finanziari, che si pongono al di sopra dei controlli dei governanti dell’Europa e del mondo, dando luogo a forme di riduzione della sovranità nazionale.
Il secondo, come direbbe Moro, è la grande trasformazione dei processi antropologici che è attualmente in corso. Si pensi alla soggettività delle donne, all’emigrazione, al multiculturalismo, all’emergere delle tematiche ambientali, legate alle energie rinnovabili e quindi ad una nuova forma di modello economico: la green economy.
In tale ambito è anche utile sottolineare la condizione giovanile, in tutti i suoi aspetti complessi, ma anche innovativi. In simili contesti l’idea di Moro era quella di attuare processi inclusivi, che davano luogo a sistemi di diritti e responsabilità capaci di collegare le collettività primarie, come la famiglia e la scuola, alla dimensione economica ed alla sfera della politica.
Alla luce del “teorema di Moro”, nella fase politica attuale si è verificata, complice l’identificazione di una forza politica con il proprio Leader per aggiogare la realtà, un deficit di democrazia, dovuta essenzialmente alla mancanza dei luoghi, dove le trasformazioni sociali possano incontrare le risposte istituzionali, al fine di produrre nuove forme di sintesi politica, capaci di definire e proteggere i diritti di tutti e, nello stesso tempo, creare nuovi spazi di responsabilità diffusa.
Un altro tema interessante da sviluppare è l’incontro tra cattolici (DC) e marxisti (PCI), cioè quello che molti analisti hanno chiamato “Compromesso storico”. La visione Morotea della cosiddetta “terza via” non era, in quel tempo, una fusione della Democrazia cristiana con il Partito comunista, bensì un riconoscimento reciproco, al fine di “includere”, ancora una volta, una grande forza politica come il PCI, tenuta fino ad allora ai margini del governo, dopo la breve parentesi post bellica. Moro voleva tentare di ricondurre nei canali democratici quel disagio sociale, sintesi della condizione di precariato giovanile e dell’espulsione dal mondo del lavoro delle fasce più deboli della società civile, che altrimenti sarebbero state attratte dalla violenza, dall’irresponsabilità e dalle devianze ideologiche di quei soggetti che la violenza cominciarono ad organizzarla e praticarla.
Il rapimento e l’uccisione di Moro hanno interrotto questo progetto, per cui si è abbandonata la ricerca del riconoscimento reciproco e delle condizioni che lo rendono possibile e si è ritornati al vecchio schema amico/nemico, caratterizzato da modi brutali e comportamenti violenti nel confronti dell’avversario, sia esso un politico del campo avverso, sia un magistrato, ecc., che ha segnato la vita sociale e quella politica degli ultimi venti anni.
Anche Enrico Berlinguer aveva capito, nello stesso tempo di Moro, all’inizio degli anni ’70, dopo il dramma cileno, che la discrasia tra capitalismo e socialismo aveva portato ad una grave frattura dello stato sociale, con l’inizio della strategia del terrore, caratterizzata da aggressioni, uccisioni e tentativi di colpo di stato. In queste condizioni, il compromesso storico fu una grande idea messa in campo dalla sinistra per tentare di arginare la deriva democratica che alcuni apparati dello stato tentavano con trame segrete ed in modo occulto di promuovere.
Berlinguer riteneva che il fallimento del compromesso storico che lui considerava “la seconda tappa della rivoluzione democratica ed antifascista”, sarebbe stata seguita da una violenta reazione, da parte delle forze che facevano e fanno riferimento alla destra oscurantista (ed effettivamente, con forme diverse, il fallimento della strategia del Compromesso storico, a cui molto ha contribuito l’assassinio di Moro, ha certamente rappresentato l’avvio di una fase di degrado, prima di tutto sul piano morale, della politica che ha portaro alla fine della cosidetta ‘prima Repubblica’). L’analisi Berlingueriana vedeva la ricostruzione della politica come fattore di governo effettivo, tramite il coinvolgimento della società civile nell’opera decisionale. Inoltre, sempre secondo Berlinguer, la sinistra deve farsi carico dell’idea di Europa Unita per fronteggiare il nuovo assetto di capitalismo globalizzato. Infine, a inizio degli anni ’80 Berlinguer indicava la’ questione morale’ come grande priorità per le istituzioni e la politica.
Certo la fase storica che stiamo vivendo non si affronta e non comprende riproponendo schematicamente analisi e progetti del passato. Però riteniamo che in quell’incontro fra Moro e Berlinguer, che ha assunto i tratti del dramma con l’assassinio di Aldo Moro, ci siano spunti importanti di riflessione di grande attualità che sarebbe sbagliato sottovalutare.
Pietro Aceto e Andrea De Maria



