Ricorre quest’anno l’ottantunesimo anniversario della Liberazione del nostro Paese dal Nazifascismo. Che cosa fu dunque la Resistenza e quali obiettivi si pose? Mi soffermo su alcuni aspetti difficilmente confutabili, aspetti cioè che la ricerca storica ha ricostruito con ampi margini di obiettività e che, salvo pochissimi fanatici, tutti coloro che si sono occupati di quel periodo condividono.
1) La Resistenza fu un fenomeno di massa, anche se una parte degli italiani scelse la parte sbagliata. Non tutti gli antifascisti furono partigiani, ma i partigiani ebbero a poco a poco il sostegno della maggioranza della popolazione, almeno al Centro-Nord. Poterono muoversi come dei pesci nell’acqua. D’altronde, il fascismo aveva avuto un notevole consenso fino alla guerra, consenso che scemò a poco a poco. Scemò fra i civili come fra i militari: non dimentichiamo che su circa 600mila militari italiani prigionieri dei tedeschi pochi scelsero di combattere a fianco dei nazisti e che molti soldati sfuggiti alla prigionia fornirono l’ossatura delle formazioni partigiane. Qualcuno parla, a proposito dei partigiani, di piccoli gruppi di ribelli, isolati dalla popolazione e di italiani voltagabbana, prima tutti fascisti e poi tutti antifascisti. È storicamente certo che così non fu!
2) La Resistenza fu momento di grande unità politica. Pur con difficoltà, socialisti, comunisti, democristiani, liberali, azionisti, monarchici si unirono per far fronte al nemico comune. Certo, l’enor - mità, la gravità dei comportamenti dei nazifascisti spingeva verso l’unità. Ma ci fu uno sforzo, una ricerca: accantoniamo le divergenze, dicevano i capi della Resistenza, perfino quella su repubblica o monarchia, per cacciare gli invasori e sconfiggere la tirannide. È un grande insegnamento. Ed è sbagliato e dannoso dividere l’antifascismo in due, uno autentico, radicale; uno di facciata e moderato. Se fosse prevalsa allora una divisione di questo tipo, nessuno può dire come sarebbe andata a finire ma direi non bene.
3) La Resistenza rese donne e giovani protagonisti. Già la prima guerra mondiale aveva portato le donne a svolgere funzioni prima appalto esclusivo maschile. Il Ventennio riporta in buona parte indietro la condizione femminile. Ora, la guerra e la lotta di liberazione fanno svolgere un ruolo importante alle donne, che non a caso subito ottengono il diritto di voto. Anche i giovani vengono valorizzati, un po’ per i vuoti aperti dalla guerra nelle generazioni precedenti, un po’ p er l’entusiasmo che fa intravedere un mondo nuovo.
4) La Resistenza fu portatrice di forti valori morali, di libertà, solidarietà, diritti. Dalla Resistenza nacque la Costituzione, fra le migliori del mondo, frutto di un elevato e straordinario compromesso fra le principali culture politiche del Paese.
5) La Resistenza fu anche portatrice dell’esigenza di un forte cambiamento sociale. Vi furono, sì. sparuti gruppi estremisti così come decisi conservatori, che avrebbero voluto non cambiasse nulla sul piano sociale. La grande maggioranza, però, univa al desiderio di liberarsi dai nazifascisti e alla voglia di libertà una aspirazione, magari non chiara in tutti gli aspetti, ad una società più giusta, aperta ai cambiamenti, moderna. La chiamarono ‘democrazia avanzata’.
Dopo il 25 Aprile vi furono anche eccessi e vendette personali. Ma per l'essenziale fu vero il contrario: che la classe dirigente rimase sostanzialmente immutata (dopo un breve periodo di incertezza): giudici, prefetti, questori ecc. La cosiddetta ‘epurazione’ fu poca cosa, finì quasi subito e colpì pochi ‘p es ci’ piccolissimi. Certo, la situazione internazionale e la divisione del mondo in due blocchi aiutò. Ma l’It alia ci mise del suo! Per tanti anni quasi non si parlò più di Resistenza.
E questo fu insieme colpa ed errore. Ricordare serve a consegnare a tutti noi la consapevolezza che ciò che è stato può tornare. Che vi siano state contraddizioni anche all'interno del movimento partigiano è cosa nota. È indubbio che, soprattutto nelle zone del confine orientale dell'Italia, i contrasti fra gruppi partigiani siano sfociati in episodi nefasti.
E proprio le associazioni che più si richiamano all'antifascismo hanno, nei limiti del possibile, portato alla luce e chiarito anche i fatti negativi. Resta però una grande differenza, una differenza prima di tutto morale. Ha ragione Italo Calvino: pietà per tutti i morti, ma non è possibile equiparare chi combatteva i violenti, i torturatori, gli stupratori e chi aiutava i nazisti ad inchiodare i portelloni dei carri bestiame in cui ebrei, zingari, detenuti politici, ‘div er s i’di tutti i generi, venivano rinchiusi per deportarli nei campi di sterminio e di concentramento. Ad un certo punto, poi, i nazisti delegarono gli italiani al rastrellamento degli ebrei!
E fuori d’Italia? Altro che‘ita - liani brava gente’ (certo, vi furono brave persone fra gli italiani: non vorrei si equivocasse! Ma errata è la leggenda, la generalizzazione)! Gli storici hanno calcolato che gli italiani, fuori d’Italia (in Grecia, Iugoslavia, Etiopia, Libia ecc.), abbiano ucciso (o fatto morire nei campi di concentramento per fame, malattie, maltrattamenti) poco meno di un milione di civili.
Insomma: la parte giusta resta giusta anche se alcuni si sono comportati male, così come la parte sbagliata resta sbagliata anche se alcune erano persone p er bene.
Gian Carlo Corada , Presidente provinciale ANPI Cremona


