Rignano Garganico La «città» multietnica dei braccianti | L.Pisacane
Il ghetto di Rignano Garganico è un insediamento che sorge alle pendici del promontorio del Gargano, all'estremità nordorientale del Tavoliere delle Puglie. Gli stagionali non pagano l'affitto per il posto letto
Il testo che pubblichiamo è tratto da un’ampia ricerca curata da Enrico Pugliese e appena uscita per Ediesse (Immigrazione e diritti violati. I lavoratori immigrati nell’agricoltura del Mezzogiorno, p. 174, 13 euro). Lo studio documenta le condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri nell’agricoltura meridionale, mettendo l’accento sul fatto che queste situazioni di degrado e sfruttamento – che culminano nella nascita di veri e propri ghetti – non sono fenomeni limite e laterali, ma sono ormai strutturalmente inserite in interi segmenti della ricca agricoltura del Sud d’Italia, parte integrante, cioè, di un complesso ciclo produttivo.
Il ghetto di Rignano Garganico è un insediamento abitativo informale che sorge alle pendici del promontorio del Gargano, all’estremità nordorientale del Tavoliere delle Puglie. L’abitato è costituito da fabbricati risalenti alla Riforma Fondiaria, abitazioni costruite alla metà degli anni Cinquanta, e da un numero di baracche e costruzioni di fortuna che sorgono nei pressi delle abitazioni in muratura. Le abitazioni rurali, identiche nella forma perché costruite nello stesso periodo, sono otto, abitate da comunità etniche omogenee. Le nazionalità rappresentate al ghetto sono il Mali, la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, la Guinea Conakry, la Nigeria, il Senegal e il Benin.
Le abitazioni in muratura sono abitate in modo stanziale da quegli immigrati che vi trascorrono anche l’inverno, mentre le abitazioni di fortuna e le baracche vengono ricostruite ogni estate, per ospitare l’afflusso considerevole di lavoratori durante i periodi delle raccolte. Il ghetto di Rignano arriva a ospitare tra la metà di luglio e la fine di agosto fino a 800 persone, mentre i numeri dei periodi invernali oscillano tra le 150 e le 200 unità. Le abitazioni sono sprovviste di allaccio alle reti idrica ed elettrica e di collegamento alla rete fognaria. Tutti gli immobili presentano un cattivo stato di manutenzione (tetto, intonaci e finestre con condizioni generali al limite dell’abitabilità). nonostante interventi che i lavoratori stessi hanno provveduto a fare nei periodi invernali, per evitare infiltrazioni di acqua e per migliorare minimamente l’isolamento delle abitazioni.
Un aspetto interessante della condizione abitativa dei lavoratori immigrati al ghetto di Rignano Garganico è il titolo d’uso con cui le occupano. Diversi intervistati hanno riferito che il titolo d’uso degli immobili sia, nella maggioranza dei casi, una occupazione de facto o un comodato d’uso gratuito concordato con i proprietari degli immobili. Spesso i lavoratori che risiedono nell’immobile prestano anche l’attività lavorativa in alcuni periodi dell’anno presso i proprietari: alcuni immobili sono infatti di proprietà di una vicina azienda agricola che coltiva e distribuisce prevalentemente pomodori e ortaggi.
Alcuni tra gli abitanti stanziali sono quelli meglio inseriti nel contesto e sono di fatto dei gestori/amministratori delle diverse case. Si tratta di immigrati con una lunga storia di residenza in Italia, quasi tutti con regolare titolo di soggiorno, con periodi lunghi di lavoro al Settentrione poi stabilitisi a Foggia, dopo numerose esperienze “stagionali” nella zona. I gestori delle case concedono, come testimoniato da tutte le interviste, il posto letto ai lavoratori soprattutto della propria nazionalità (questo per evidenti motivi di vicinanza culturale e di comprensione linguistica) gestendo però gli acquisti di cibo, la sua preparazione e tutte le necessità primarie del lavoratore ospitato nella casa (dall’acquisto delle ricariche telefoniche alla lametta per radersi, allo shampoo e al detersivo per lavare gli indumenti).
Il lavoratore immigrato stagionale che risiede per un periodo di lavoro al ghetto di Rignano di fatto non paga un affitto per il posto letto. Consuma però un pasto presso l’abitazione insieme ai connazionali, pagando un prezzo che si aggira tra i due e i cinque euro giornalieri (spesso comprensivi di un panino per il pasto sul luogo di lavoro) e acquistando la maggioranza dei beni di prima necessità dal gestore della propria abitazione. Il posto letto è costituito da un materasso o da un giaciglio di coperte all’interno di una delle stanze dell’abitazione.
Durante la ricerca sono state visitate diverse abitazioni ed è stato possibile riscontrare un elevato affollamento delle stanze, con circa 15 persone per stanza di 20 mq. Nel periodo estivo, quando il ghetto cresce a dismisura, le condizioni abitative dei lavoratori cambiano decisamente. Nel corso di una visita all’inizio del mese di luglio 2011, quindi nel periodo subito antecedente alla massima espansione del campo, si è assistito ad una brulicante attività di autocostruzione di piccole baracche fabbricate con legno, plastica e materiale di fortuna, utilizzando materiali recuperati dal lavoro dei campi (teloni plastici per agricoltura, tubi dismessi di irrigazione usati come cordame, paletti e travi di legno dismessi), o con materiali acquistati presso venditori ambulanti.
È proprio nel periodo delle autocostruzioni che diversi ambulanti visitano con regolarità il ghetto con un furgone carico di materiali riciclati riutilizzabili, che vendono a chi si accinge a costruire un abitazioni per il periodo estivo. Durante l’estate il campo quadruplica il numero degli abitanti e si creano dinamiche molto diverse da quelle del resto dell’anno. Intorno a ogni singola abitazione in muratura vengono progressivamente costruite un numero di baracche di fortuna abitate da lavoratori delle stesse nazionalità degli stanziali o comunque da persone che parlano la stessa lingua. Vi è poi una zona franca alla fine della strada lungo la quale sorgono le abitazioni in cui si concentrano un numero di lavoratori non legati da relazioni personali, etniche o di nazionalità a nessuno dei gruppi presenti nelle abitazioni.
Nei mesi estivi si moltiplicano anche i servizi autorganizzati: nascono punti di ristorazione, veri e propri ristorantini, costruiti all’interno di baracche, con tavoli, sedie, musica, bibite fredde e piatti etnici a base di riso, polenta, carne di vitello o pecora. L’energia elettrica è garantita da due generatori di proprietà di alcuni stanziali, che a pagamento la forniscono sia per la ricarica dei cellulari sia per l’energia ai due ristorantini. Nei periodi di affollamento vi sono anche tre chioschi che vendono carne, alimentari e beni di prima necessità. Questo aumento del numero dei lavoratori non permette agli stanziali di garantire l’approvvigionamento per un numero di persone eccedente quello che risiede nelle case.
Così gli abitanti delle baracche si riforniscono, sia per i beni alimentari che per altri beni di prima necessità, presso questi “punti vendita stagionali”. I commercianti sono immigrati essi stessi, spesso a loro volta con esperienze di “stagionali”, che avendo frequentato a lungo il ghetto hanno intuito le potenzialità dell’attività commerciale per integrare – o sostituire – il lavoro nei campi come braccianti. Uno dei ristoranti è gestito dalla moglie di un lavoratore stagionale che porta avanti l’attività insieme a tre figlie. La famiglia vive normalmente alla periferia di Milano, dove il padre lavora nei mercati rionali della cinta metropolitana milanese e le figlie frequentano regolarmente la scuola primaria, due delle tre, e la scuola media la più grande. Vi sono insomma alcuni casi di lavoro stagionale che coinvolgono interi nuclei familiari residenti al Nord Italia, spesso impiegati in attività (mercati, vendita al dettaglio) che permettono il trasferimento nei mesi estivi dell’intero nucleo.
La stragrande maggioranza dei braccianti che risiedono nel ghetto sono però giovani uomini tra i 20 e 40 anni. Un’ulteriore attività commerciale che fiorisce nel periodo estivo è quella della vendita di abbigliamento da lavoro e di vestiario in genere, che viene effettuata in forma di piccolo mercatino un giorno alla settimana da alcuni immigrati esteuropei. Tra le attività del ghetto che fioriscono con il periodo delle raccolte vi è un’attività di meccanico e di riparazione veicoli, condotta da uno stanziale presso lo spiazzo antistante una delle abitazioni, che ripara i vari veicoli – auto, furgoni, motoveicoli e bici – che l’accresciuta popolazione del villaggio utilizza per spostarsi.
Un’altra attività presente, l’unica che però non avviene alla luce del sole, ma la cui esistenza è stata riportata da diversi intervistati, è quella della prostituzione di alcune donne (soprattutto di origine nigeriana ed esteuropea) presso una delle abitazioni del ghetto. Alcuni intervistati hanno dichiarato – cosa che è stato possibile verificare dal traffico veicolare in alcune serate dei fine settimana estivi – che questa casa di appuntamenti è gestita da una persona italiana, cosi` come italiani sono la maggioranza dei clienti. Questo tipo di attività si inserisce nell’informalità del ghetto e, pur non avendo nulla a che fare con lo sfruttamento dei braccianti, proprio per la condizione materiale di sospensione della legalità permette e protegge altre forme di sfruttamento con probabili connivenze con la malavita locale (…).
di Lucio Pisacane
fone: http://www.rassegna.it/articoli/2013/11/27/106962/la-citta-multietnica-dei-braccianti
2013-12-01



