Martedì, 17 maggio 2022 - ore 20.18

A piedi nudi nel parco.. e nel Vaticano?

Da inguaribili cinefili non resistiamo, ogniqualvolta se ne presenti l’occasione, all’innocente impulso di filtrare l’osservazione della quotidianità attraverso le lenti dell’arte cinematografica.Nella circostanza l’assist è fornito dalle estremità inferiori.

| Scritto da Redazione
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Paul (Robert Redford), protagonista maschile de A piedi nudi nel parco (Barefoot in the Park), archiviata la luna di miele, si trova alle prese con i primi dissapori della vita coniugale appena iniziata con la vitale, appassionata, romantica mogliettina Corie.

Per farla breve, finisce, dall’appartamento essenziale al quinto piano di una dimessa mansion su una panchina di Washington Square Park. Dove si ubriaca e, in omaggio alle aspettative di Corie per gesti ispirati a spontaneità, cammina a piedi nudi nel parco.

Una spontaneità che sembra essere diventata la cifra stilistica di molti dei protagonisti del glamour, che, in ogni circostanza (consigli per gli acquisti, immagini più o meno artistiche, comparsate politiche), non rinunciano a posare a piedi scalzi.

Il set delle nude estremità, questa volta, non è il parco del Greenwich Village (dove l’informale deambulazione potrebbe anche starci), bensì l’open space, molto prossimo ai giardini vaticani, di una giovane coppia fin qui sconosciuta al grande pubblico.

I Paul e Corie de noantri sono l’esperto informatico, con lunga esperienza di lavoro in Vaticano, Corrado Lanino e Francesca (Immacolata) Chaouqui, strategista finanziaria ingaggiata, dopo essere passata per Ernst&Young Italia e per lo studio legale Orrick, Herrington & Sutcliffe Italia, (ha precisato con un certo sussiego l’interessata: tramite Chirografo di Sua Santità Papa Francesco e coperto da segreto di Stato), come p r (esordio in occasione della santificazione di Papa Roncalli e di Papa Woityla, allietata da un vip party allestito sulla terrazza mozzafiato della basilica) e, cosa più importante, come componente del Cosea (affari economici della Santa Sede).  Nell’assolvimento della delicata funzione di rendere trasparente la finanza vaticana, l’incaricata (nel 2013, anno dell’esordio papale) riporta esclusivamente al Pontefice, diventando conseguentemente punto di riferimento sia per gli uffici d’oltretevere sia per politici ed imprenditori (e, dato che ci siamo, anche di brutti figuri).

Guardando la campagna d’immagine e di promozione fatta su se stessa dall’Immacolata, che francamente esula dagli standards, per dirne una, della papessa pacelliana suor Pasqualina, verrebbe spontaneo chiedersi che c’azzecca una così con la location felpata dei palazzi apostolici.

Deve aver pensato così anche quell’Alda D’Eusanio, ai tempi della prima repubblica musa di primo piano della comunicazione tv, che è riemersa dal profondo oblio per considerare: “Come è possibile che una cretina come Francesca Chaouqui arrivi a farsi mettere dal Papa in un posto di potere come il controllo dello Ior, la banca del Vaticano, e quindi da lì manovrare come marionette politici, prelati, i fratelli Berlusconi e personalità di altissimo livello? La domanda sorge spontanea: chi è il cretino qui, la Chaouqui o il Papa e gli altri? Mi dispiace per il Papa che non lo merita!”.

Oddio, non siamo di fronte ad un eloquio politacally correct, da parte della D’Eusanio, che, se non ricordiamo male, fu negli anni novanta intercettata nel corso di un colloquio telefonico (di contenuti molto intimi) con il riparato (ad Hammamet)  leader socialista.

Sia quel che sia, nelle ultime settimane, alle perplessità in ordine all’adeguatezza del profilo dell’incaricata, si è aggiunto lo sconcerto derivante da un’antipatica piega presa dal prosieguo lavorativo ed esistenziale della coppia.  I due, infatti, sono finiti nel cono della notorietà (scandalistica) indotta da imbarazzanti addebiti per un non specchiato comportamento professionale.

Lui avrebbe fornito le dritte per entrare nei segreti informatici delle cose finanziarie d’oltretevere. Lei, pare d’intesa con Mons. Lucio Angel Vallejo Balda, ne avrebbe gestito l’indotto passando i files inappropriatamente acquisiti ad una certa filiera interessata ad indebolire il Papa venuto dal sud del mondo.

L’avvocato Giulia Bongiorno, ingaggiata, come molti degli imputati eccellenti e dalle posizioni processuali non lievi, da Francesca Chaouqui, ha dichiarato: “E’ stato ritenuto apprezzabile il contenuto delle dichiarazioni rese dalla donna, che é già tornata a casa e nei prossimi giorni chiarirà la sua posizione. Sono stati anche depositati dei documenti".

Come nella miglior tradizione pisana, i due principali coimputati, brevemente ristretti nelle celle vaticane, hanno cominciato a discolparsi e ad alleggerire le responsabilità con il solito meccanismo dello scaricabarile, mettendo vicendevolmente in piazza panni sporchi, di rilevanza penale e non.

In ordine a questi ultimi, Immacolata  (nomen woman!) non ha lesinato su niente, principiando dal lato più pruriginoso rappresentato dall’entente amorouse con il monsignore (ipotesi stroncata recisamente dall’avente causa per manifesta diversità di gusti), corollario di una liaison dangereuse ben più vasta e collaudata.

Circostanza, per quanto negata, questa, che, se fondata, fornirebbe, specie dopo che un altro monsignore ha da poco gettato il clergyman alle ortiche per coronare il sogno d’amore con un aitante spagnolo, un quadro surreale sull’accanimento con cui la cathedra ostracizza l’omosessualità.

Resistendo alla tentazione di inforcare questo sia pur allettante viottolo secondario, ci manteniamo sulla strada principale. Lungo cui si sta dipanando l’affaire scandalistico. Che vede al centro, secondo una lettura convenzionale, Francesca Immacolata e mons. Lucio Angel (sic!). Mentre dovrebbe, sommessamente secondo chi scrive, porre in evidenza l’abominio del processo intentato dal Vaticano ai due scrittori-giornalisti Emiliano Fittipaldi, autore di Avarizia, e Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis. I due lavori magari non ambiranno né al Pulitzer né al Nobel; ma indubbiamente stanno richiamato un vasto interesse nel mondo mediatico e nell’opinione pubblica. Sia per la natura delle rivelazioni contenute nei due clamorosi libri-inchiesta sia per l’inusitata portata delle sottostanti irregolarità rappresentate dai fondi illegali, illeciti o mal amministrati dalla Curia e dalla finanza vaticana.

Rivelano, infatti, dettagli ed evidenze di scandali economici e finanziari della Chiesa (non che sia un fatto inedito); tra cui i particolari sull’appartamento di 300 metri del card. Bertone sistemato con 200.000 euro attinti dai fondi del Bambin Gesù, in teoria destinati alle cure pediatriche.

Queste indiscrezioni sull’uso, peraltro smentito dagli interessati, quanto meno incoerente con la mission dell’ospedale pediatrico, per quanto clamorose, non sono, per le dimensioni dei fondi sottratti od inappropriatamente usati, le più gravi.

Il verminaio, come lo chiama il Fatto Quotidiano, del modello della Chiesa trionfante e mondana, sedotta dal potere temporale e dal colore dei soldi, incarnata dal card. Tarcisio Bertone, ha, infatti, in serbo scandali di ben altra portata.

L’ex Segretario di Stato della Santa Sede sarebbe sotto indagine da parte dell’Autorità di informazione finanziaria del Vaticano per una malversazione di 15 milioni di euro. Ma ancor più clamoroso è il caso dell’eredità Gerini finita, con un gruzzolo di 658 milioni, alla Congregazione Salesiana. Che dopo avere chiuso la controversia con i famigliari del benefattore, sulla base di una transazione di 99 milioni, si rifiuta di pagare la cifra pattuita, La controparte ricorre avanti il tribunale di Milano e clamorosamente ottiene il sequestro dei beni dei Salesiani (la sede generalizia ed il fondo Polaris acceso in Lussemburgo) per 130 milioni di euro.

Con una contromossa, avvalorata dal cardinal Bertone, la congregazione accusa la controparte di raggiro. Una maldestra accusa respinta dal Tribunale, che si ritorce sull’autorevolezza dell’ex segretario vaticano.

L’ultima tegola è rappresentata, nei giorni recentissimi, dalla denuncia dell’Ordine Francescano per essere stato truffato di 50 milioni, raccolti tra i fedeli e destinati alla beneficienza, ma finiti in un investimento specultativo che avrebbe dovuto assicurare un rendimento annuo del 13,50%

Si tratta, ove provati, di fatti clamorosi, sia per la loro natura sia per le dimensioni della malversazioni di danari destinati, per libera oblazione o per provenienza da flussi statali, ad opere di bene.

Questi ed altri sono i fatti che confluiscono nel nuovo Vatileaks (il primo depotenziò il papato di Benedetto XVI), alle cui radice permangono lo scontro all’ultimo sangue per il controllo dello IOR e l’inconclusa guerra per bande tra le porpore (i seguaci di Bertone e Ruini e la loro catena di controllo), che si oppongono al repulisti del nuovo Papa.

Papa che, pare, sapesse tutto dal 2013 e che umilmente pronuncia; «Chiediamo perdono»; «Continuerò l'opera di pulizia».

Vero è che nelle pieghe di questa umiliazione, la Città del Vaticano ha intentato,  sulla base di norme e principi in materia di libertà di stampa in contrasto con la Costituzione,  un processo illiberale (e per direttissima) contro i due giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi. Si tratta di un evidente gesto di minaccia, di bavaglio preventivo, nei confronti di scritti che non contengono notizie false. I loro autori sono colpevoli, per la Procura Vaticana, per il solo fatto di aver ottemperato alla deontologia: la divulgazione di notizie e documenti. Il fatto che fossero riservati è irrilevante per il loro lavoro di giornalisti. Mentre per il Vaticano, fermo alla civiltà dell’assolutismo e del dogmatismo, si tratta di reati molto gravi, in quanto le notizie riservate (non di meno vere ed imbarazzanti per il Vaticano) non avrebbero dovuto essere  divulgate.

Questo è lo stato dell’affaire alla vigilia del Giubileo, indetto sia per amplificare e consolidare il profilo del nuovo Papato sia per ragioni di “cassetta” (fermo restando che rischi e spese sono a carico dello Stato italiano). Dal Papa della Misericordia potrebbe, nella circostanza,  arrivare il perdono per gli imputati.

Ma ciò non muterebbe né la natura dei foschi scenari vaticani, in evidente contrasto con i progetti del Pontefice, né la gravità del gesto con cui sono stati messi sotto accusa, oltre agli imputati “interni”, anche i giornalisti italiani. Che all’udienza di apertura del processo in Vaticano hanno dichiarato: “Non siamo martiri ma solo giornalisti”.

I due libri-inchiesta di Emiliano Fittipaldi e di Gianluigi Nuzzi non sono piaciuti al direttore di Radio Maria (l’emittente radiofonica ben nota sia per gli eccessi fondamentalistici che sconfinano nella superstizione sia per la modalità di una “raccolta” che meriterebbe d’esser messa sotto i riflettori), padre Livio Fanzaga. Che ha anticipato una sentenza che ha poco del misericordioso: “Quello che mi scandalizza sono i giuda, i giornalisti che hanno la lingua biforcuta. Mi fanno nauseare. Mi fa fatica pregare per loro. Li impiccherei“

Diciamo che la reazione del santone mariano è francamente sopra le righe.

Più diplomaticamente don Marco D’Agostino, autore di un contributo ospitato con grande evidenza dalla prima pagina del quotidiano locale, non la prende di petto, la cosa. La sua mission, infatti, non è la criminalizzazione degli imputati giornalisti, bensì la svalutazione del loro lavoro di inchiesta. A prescindere dal fondamento dei suoi contenuti.

“I libri scritti da don Marco D'Agostino contengono manciate di parole. Da prendere, se servono e da condividere, se può essere utile. Sono rivolti a: Educazione, adolescenti, giovani, vocazione, prete, genitori-figli”

Così il giovane “don” presenta su Facebook il suo profilo editoriale.

Quindi sarebbe del “mestiere”. Come i due giornalisti imputati nel processo, che ormai molti definiscono farsa.

Una contingenza questa che aggrava sia la sua qualifica di intellettuale impegnato nella comunicazione (che lo obbligherebbe moralmente ad esprimere solidarietà ai due colleghi giornalisti) sia la sua testimonianza di sacerdote e di educatore vocato alle nuove generazioni (alla Chiesa servono ancora i preti novelli leaders degli oratori e dei campi estivi, ma anche o forse soprattutto i giovani preti intellettuali chiamati a formare le coscienze).

D’Agostino inequivocabilmente non ha la stoffa di Fanzaga, abituato al manicheismo ed al rogo (anche se, nella fattispecie, ha semplicemente optato, sia pure a malincuore, per la forca).

La prende su soft, sin dall’incipit: “In classe, quando chiedo ai miei studenti di IV liceo di leggere un libro, vorrei che la lettura facesse bene, cioè li nutrisse … Ma se voglio convertirmi non accade perché leggo libri scandalistici, ma perché incontro esempi di speranza”.

A ben vedere, era questa la sollecitudine della Chiesa sin dai tempi dell’Inquisizione, della censura, fino ad arrivare all’epoca più recente del CCC, con cui il Papa pretendeva di vietare anche le visioni cinematografiche.

Una sollecitudine che ha sempre mirato ad evitare ai fedeli i pericoli e gli affanni delle cattive visioni e delle cattive letture. Insomma, fedeli sempre bambini da preservare dai pericoli delle contaminazioni.

Tale è, senza alcun ombra di dubbio, l’intento di D’Agostino, che, preso dalla ruvida autenticità del Vangelo, conclude con un inopinato “Il caso dei due libri sul malcostume finanziario della Chiesa, anche se spopolano le classifiche, sono indice di poco… La Chiesa, ma non credo sia un mistero, è fatta di uomini che tentano di vivere il Vangelo e lo annunciano ad altri”.

Il fervore del giovane prete intellettuale è talmente influenzato da un misticismo a dosi industriali da non rendersi conto dello smarrimento di una società che, anche per lo sconcerto suscitato da queste performances ecclesiali, non crede più a nulla. Se, ovviamente, si eccettua quella ridotta in cui resiste una comunità cattolica, sempre più rimpicciolita e lacerata, come dimostrano gli scandali, tra dogmatico/tradizionalisti e testimoni di una spasmodica ricerca di nuovi profili pontificali su cui far ripartire la rimonta. A questa testimonianza minoritaria il don vuole sottrarre anche la prerogativa dell’informazione e dell’elaborazione del malcostume delle gerarchie vaticane. Che da solo (altro che caricature deformanti della Chiesa!) delegittima la prerogativa di annuncio e di coerente testimonianza del Vangelo.

E.V.

 

 

 

 

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